L’Italia dei Beni Culturali secondo Antonio Paolucci: giovani ingannati, ignoranza e democrazia dei consumi. Dai tempi di Bottai all’economia e al mercato dell’arte: un habitat in cui convivono predatori ed erbivori.
Paolucci, già Ministro dei Beni Culturali, Direttore Regionale e Soprintendente in Toscana e a Firenze, e prima in Veneto e Lombardia, è oggi Direttore dei Musei Vaticani. La sua competenza e il suo equilibrio sono largamente riconosciuti e ne fanno uno dei più autorevoli addetti ai lavori del Sistema dell’Arte in Italia. E’ anche un ottimo comunicatore, spesso coniugando profonda cultura ed ironia. Gli abbiamo rivolto varie delle domande-chiave già poste ad altre personalità del settore.
Laura Traversi) Quale ruolo ha oggi l’operatore della cultura? Storico dell’arte, archeologo, archivista: mestieri per ricchi? Davvero non si generano sufficienti profitti? O dovrebbero essere professionalizzati anche economicamente? A partire dallo Stato, che stipendia modestamente i suoi tecnici della tutela, spesso eccellenti, e poi supplisce con stagisti, tirocinanti, volontari, contrattisti, borsisti, alle carenze dell’ organico? I tempi sono molto critici per le ultime generazioni.
Antonio Paolucci) Dal mio punto di vista, dopo tanti anni di esperienza, posso dire che le giovani generazioni sono state atrocemente ingannate. Hanno fatto credere loro che, in futuro, l’Italia dei beni culturali poteva diventare motore dello sviluppo, un moltiplicatore di occupazione‚Ķ non era vero niente. Hanno messo su specchietti per le allodole: queste famigerate facoltà di Beni Culturali sono dappertutto. I ragazzi, soprattutto le ragazze, frequentano queste scuole, ottengono una laurea, dopodiché vanno a fare le commesse nei negozi o nelle pizzerie. Di fatto i concorsi pubblici sono ridotti al minimo, la classe dei tecnici della tutela è formata da una specie di gerontocomio, l’età media supera i 50 anni, i concorsi arrivano col contagocce. Gli ultimi, per archeologi e storici dell’arte, sono per una manciata di posti. Qualunque manuale di scienze aziendali spiega nelle prime pagine che un’azienda in cui mancano i ventenni e i trentenni è destinata a perdere potere. Nella nostra amministrazione, in Italia, mancano. Non siamo un’azienda, però la freschezza mentale e la capacità d’innovazione si hanno in quella fascia d’età, poi non si può che sviluppare e consolidare le intuizioni della giovinezza. La creatività nasce dalla flessibilità.
L. T.) Al picco della crisi finanziaria, qualche mese fa, è stata presentato alla Luiss uno studio (a c. di Delai) sul costo (economico) dell’assenza di meritocrazia nel nostro paese (100 miliardi). Quali sono i metodi di reclutamento dei giovani nel mondo della cultura, dal Ministero all’Università? E l’efficienza del sistema?
A. P.) Il Ministero recluta i suoi funzionari tramite concorso, forse uno dei più difficili, alla pari di quelli dei magistrati. L’Università si sa come va.. Per cooptazione. Ma la cooptazione non è il problema. Cos’è la cooptazione se non il modo con cui il mondo scientifico sceglie in autonomia i propri continuatori? Anche all’estero avviene così. Il problema è un altro. Zeri diceva che un tempo di 10 posti disponibili 8 erano presi da gente bravissima e 2 dai raccomandati di turno, genero del rettore o amante di qualcuno che fosse. Il problema è che ora questo rapporto si è invertito e quindi la situazione è diventata irrecuperabile. Ciò che era fisiologico è diventato patologico. Io ormai mi sento un profondo conservatore. Mi piacciono gli anni ’30, i tempi di Bottai, quando è stata creata l’amministrazione dei beni culturali, che tutti all’estero ammiravano, la più articolata e moderna che si potesse immaginare. Io sono molto preoccupato della volontà di decentralizzare, delegando alle regioni compiti e responsabilità che sono stati fin qui dello Stato e delle strutture periferiche delle Soprintendenze. Vedo molti pericoli in tutto ciò.
L. T.) Quali opportunità offre ai giovani meritevoli il settore dei beni culturali, dal momento della formazione fino ai 30-40 anni? Quanti concorsi pubblici? Quali forme contrattuali? E poi come progrediscono le carriere, fino al pensionamento e dopo?
A. P.) I concorsi non ci sono, lo sappiamo. Inoltre purtroppo dopo gli anni della contestazione, sono arrivati tempi duri. Per venire incontro ai giovani sono state varate leggi, assai permissive, come la 285, che hanno immesso gente senza specifica preparazione nell’amministrazione della cultura, che così è stata intasata da personale talvolta incompetente, che oggi può anche arrivare a diventare soprintendente.
La progressione di carriera avviene per concorsi interni, lentamente, ma secondo criteri di merito. Chi diventa Soprintendente, di solito, lo merita. Dopo il pensionamento, chi ne ha la capacità continua ad essere attivo.
L. T.) Perché il livello retributivo dei nostri funzionari è basso e non è mai cambiato?
A. P.) Perché tutti gli statali hanno analoghi livelli retributivi e non si possono fare differenze tra gli uni e gli altri. Comunque anche all’estero non è molto diverso. Solo negli USA, o dove ci sono musei privati, i livelli retributivi possono cambiare. Comunque, se un Soprintendente o un funzionario è bravo, il suo impegno è largamente compensato da molti incarichi addizionali e del tutto legittimamente. Tra pubblicazioni, mostre, conferenze la maggior parte arrivano a guadagnare tre volte quello che lo Stato garantisce loro. Io fin da quando ero giovane ho avuto questa possibilità. Chi si piange addosso è insincero.
L. T.) Eppure c’è un indotto talmente consistente e l’economia della cultura, questa disciplina relativamente recente se n’è tanto occupata, con cattedre, convegni, rapporti annuali, riviste specializzate, che questa incapacità di dare slancio alle professionalità in Italia è comunque un dato fallimentare. Forse c’è anche una mancanza di volontà?
A. P.) Per tutta la storia del Novecento, l’Europa dei fascismi, dei comunismi, dei governi socialdemocratici, democristiani e per i 2/3 del Novecento, nessuno avrebbe mai pensato al Museo sotto il profilo della fruttuosità economica, come soggetto di profitto, come moltiplicatore di occupazione. Non esisteva il concetto: il museo era l’archivio della storia, l’orgoglio patriottico, il modello da seguire. Chi ha la mia età ha conosciuto questa cultura del museo. Poi, a far data dalla fine degli anni ’70 o ai primi anni ’80, è nata l’economia della cultura, in tutto il mondo. Per esempio: la circolazione delle opere d’arte è cresciuta di 50 volte, negli ultimi 30 anni. C’è un’industria dietro questo: assicurazioni, trasportatori specializzati, architetti allestitori, archeologi e storici che scrivono i cataloghi, editori. E’ un business, guai a fermarlo.
L. T.) La politica vede ancora, di fatto, la cultura come un fiore all’occhiello da esibire ogni tanto? Se è vero che “il nostro ordinamento pone l’arte e la cultura ad un altissimo livello nella scala dei valori costituzionalmente garantiti‚Ķ” (Tampieri, 2006, p.67) le stesse sembrano ormai una noiosa e quasi poco interessante bizzarrìa per molti consumatori…
A. P.) Viviamo in un paese democratico, democrazia significa che i rappresentanti del popolo rappresentano il popolo, la sua cultura, il suo gusto. E’ chiaro che se il nostro parlamento fosse fatto tutto di Giambattista Vico e di Lorenzo il Magnifico sarebbe un’ aristocrazia o un’oligarchia. I nostri rappresentanti politici sono incolti, rozzi, trucidi come lo sono gli italiani.
L. T.) Anche quando la gentecompra da Telemarket -purtroppo a volte spendendo per delle brutture che non ha neanche preso in mano- cerca qualcosa che migliori il suo contesto quotidiano…
A. P.) Non avendo formazione e cultura compra quello che viene proposto secondo logiche di marketing e promozione pubblicitaria. Io cito sempre un dato statistico del 1938: i visitatori degli Uffizi erano 50.000 l’anno. Nel 2008 sono diventati un milione e mezzo. Dunque un aumento di 30 volte, dopo 70 anni. Eppure, ecco il paradosso: io sono convinto che c’era più gente che ne usciva ricordando e traendone qualcosa nei 50.000 del 1938. Perché quei 50.000 provenivano da un’élite, avevano fatto delle eccellenti scuole, ottime università, venivano da famiglie dove c’era una biblioteca in casa. Oggi gente, anche diplomata o laureata, non ha mai letto un libro. uarda solo la televisione, non saprebbe scrivere una cartella nella sua lingua madre senza errori. D’altra parte, e questo è positivo, chi una volta non sapeva neanche cosa fosse un museo, oggi viaggia, ha 4 televisori al plasma, spende soldi, fa girare la macchina. Tutti sappiamo che l’unica democrazia che esiste sotto il cielo è la democrazia dei consumi. Ci viviamo dentro, coi suoi costi.
L. T.) Nel settore culturale e storico-artistico non esiste alcuna regolamentazione generale e non c’è nemmeno uno strumento normativo di riferimento, come il contratto collettivo nazionale che statuisca quali siano compensi minimi ragionevoli per le prestazioni erogate dagli specialisti, particolarmente se indipendenti. Secondo lei, perché il settore cultura è così arretrato? Editoria, Università, Istituzioni pubbliche e private si avvalgono di manovalanza intellettuale a costi molto bassi.
A. P.) Si, è senz’altro vero. Il paradosso è che abbiamo il migliore sistema di tutela, costituito da Soprintendenze, Istituti Centrali tra cui quello del Restauro, le Soprintendenze come quella di Firenze e degli Uffizi, e poi lasciamo tanto abbandonato a se stesso. E’ un’Italia a macchia di leopardo, come in molti altri settori. Il successo del modello italiano di tutela, riconosciutoci da tanti nel mondo intero, non basta. Bisogna riuscire a conservarlo.
L. T.) Ci sono problematiche strutturali e/o d’attualità che ritiene che dovrebbero essere affrontate con maggiore coraggio, per sviluppare meglio le potenzialità del settore, per dare più lavoro ai giovani, per imprimere più slancio al turismo culturale del Bel Paese?
A. P.) Salvare quello che resta del paesaggio dovrebbe essere la nostra prima priorità., è questa l’urgenza maggiore. Poi viene il turismo culturale, che deve orientarsi verso il museo diffuso, quello che è sparso ovunque sul territorio e nei piccoli centri. Berenson diceva che in Italia si incontravano Donatello e Giambologna andando al ristorante o dal parrucchiere. Fino agli anni ’50 l’Italia era ancora quella che avevano visto Goethe e Stendhal. Berenson adorava spingersi in territori ancora vergini come la zona di Montefalco, che descrive nei suoi Diari, a cavallo di un mulo, tirato per la cavezza da un giovane a piedi nudi discendente degli Etruschi.
Un esempio, tra tanti: il più bel dipinto di Pontormo non è agli Uffizi, dove sarebbe logico aspettarselo, ma nella Chiesa di Santa Felicita (Firenze). Questo è il museo diffuso. La cultura in Italia è nella qualità della vita, nella gastronomia, in tutto quello che rende il paese affascinante. Dietro il Made in Italy, ci sono Botticelli, Michelangelo, Taormina. Il valore economico incommensurabile è questo. I nostri sarti sono grandi grazie ai colori e alle forme delle città italiane.
L. T.) Come considera la componente mercato” all’interno del Sistema dei beni culturali? Che rapporto hanno le istituzioni museali con il mercato? I nostri funzionari hanno poco tempo e risorse per monitorarlo e possono perdere occasioni per acquisire opere significative per le loro collezioni. Non hanno risorse, lamentano da sempre.
A. P.) Ci sono stati colleghi che, durante la contestazione avrebbero voluto fucilare gli antiquari. Ora gli stessi scrivono per i loro cataloghi. Io dico che, senza antiquari, non esisterebbero gli Uffizi. I colleghi dell’Europa orientale sono tornati da poco alla modernità: senza il mercato privato erano rimasti indietro. Senza gli antiquari deperivano restauro e metodologie. Nella cultura tutto si tiene insieme. E’ un sistema ecologico, come un habitat con un suo equilibrio interno. Dare spazio solo al mercato sarebbe squilibrato, ma deprimere il collezionismo equivale a mortificare tutto. In un habitat in equilibrio ci vogliono i predatori, così come gli erbivori.
L. T.) Da direttore dei Musei Vaticani lei è finalmente riuscito, credo per la prima volta in Italia, ad avviare una campagna di spolveratura delle opere, ovvero un sistematico intervento di conservazione preventiva e manutenzione programmata. Da noi se ne parlava nei convegni e nei manuali, ma ancora nessuno l’aveva fattivamente collocato tra gli impegni da assolvere e programmare.
A. P.) La nuova frontiera della tutela, dopo gli anni dei restauri clamorosi, dei grandi interventi, qui come dappertutto nel mondo, è proprio la conservazione preventiva. Significa monitorare il patrimonio così da ridurre al minimo indispensabile quell’ intervento comunque traumatico che è il restauro. Come l’igiene preventiva che aiuta ad evitare l’intervento traumatico dell’operazione: questo vale anche per il mondo del patrimonio artistico ed archeologico. La spolveratura non è che una forma di igiene e quindi anche di controllo: basti pensare che 4,5 milioni di persone entrano ogni anno nei Musei Vaticani. Significano almeno un quintale di sostanze, tra cui polveri, calcari, pollini, materiale organico e vegetale che si deposita su affreschi, sculture, tavole, tele. La cosiddetta spolveratura è una forma di prevenzione, dà decoro estetico, come in una casa ben gestita, e serve anche per registrare lo stato del manufatto. Deve perciò essere comunque fatta da professionisti per capire, attraverso la spolveratura, quali sono ( e se ci sono) i problemi strutturali. Nelle sculture, ad esempio, bisogna osservare i punti di attacco delle parti restaurate, quei perni che producono ruggine. Tutte cose che si possono registrare attraverso il contatto diretto. La manutenzione ordinaria, la disciplina igienica della tutela del museo si fa poco, anche all’estero. Per questo sono particolarmente orgoglioso e contento di quest’operazione che andrà a regime in modo sistematico. Verrà ripetuta, a far data dal gennaio prossimo, e finirà a dicembre in modo che nell’arco dei 12 mesi tutto il museo, pitture comprese, sia, dall’inizio alla fine, spolverato. Ad operazione finita, nel dicembre 2010, si ricomincia dalla prima sala dando così luogo ad un controllo a ciclo continuo. E’ banale, in fondo, dal punto di vista concettuale ma molto importante.
L. T.) Perché nei musei statali non si è mai riusciti a farlo?
A. P.) Per mancanza di fondi, in parte, ma soprattutto per la vanità, anche, dei funzionari i quali preferiscono essere citati sui giornali o in televisione per un grande restauro, per una nuova attribuzione e non per questo lavoro paziente, metodico che non dà lustro. Che si faccia questo in Vaticano è importante perché il Vaticano ha una massa critica notevole, con la sua iperdimensione, coi suoi chilometri di statue ed ettari di affreschi, e poi perché di per sé i Musei Vaticani hanno una visibilità internazionale talmente grande che può essere un esempio virtuoso per tutti, ad esempio per i musei di provincia.
L. T.) Cosa fate se vi interessa comprare un’opera?
A. P.) I Musei Vaticani hanno una grande fortuna, ovvero degli amici importanti negli USA e in Canada, i Patrons of the Arts, ovvero un’associazione laicale che, su richiesta, si prendono l’incarico di comprare sul mercato cose che hanno attinenza colla nostra storia e le nostre collezioni, integrandole così con pezzi mancanti.
L. T.) Come si affrontano oggi i problemi di identificazione/autografia? Con quali strumenti e metodologie?
A. P.) Oggi esiste una certa mitologia sull’uso delle tecnologie scientifiche (IR, X rays, risonanza magnetica, ecc.). Servono, ma lo strumento tecnicamente più avanzato e affidabile di cui disponiamo sono ancora gli occhi, che danno una restituzione di qualità più che fotografica, cui è collegato un PC poco costoso: il nostro cervello. I metodi dei Berenson, Longhi, Bianchi Bandinelli sono ancora i più validi. Io sono stato l’ultimo laureato di Longhi (nel 1964) e ne sono felice.
L. T.) Qual è il suo rapporto con le tecnologie? Quali tecnologie ricorrono o sono indispensabili nella curatela di una collezione del XXI secolo e nel suo lavoro?
A. P.) Veramente necessarie sono quelle per il controllo climatologico e l’illuminotecnica. La conservazione preventiva ne ricava molto. Importantissime sono poi le teche climatizzate, con temperatura e umidità relativa costanti. Poi esistono campi d’azione di particolare importanza come nel caso del Salone dei Cinquecento (Firenze, Palazzo Vecchio). Si sta cercando di capire se, sotto gli affreschi di Vasari sia conservata la “Battaglia di Anghiari” di Leonardo da Vinci. Mi auguro che l’Università di San Diego (California) riesca a mettere a punto la strumentazione cui si lavora da qualche tempo. Con uno speciale apparecchio si arriverà a capire quali sostanze chimiche si trovano all’interno della parete. E poiché noi possediamo la lista della spesa di Leonardo per quel suo dipinto perduto‚Ķtali analisi non distruttive potrebbero farcela ritrovare‚Ķsarebbe una scoperta straordinaria.
L. T.) Quali memorie aggiuntive utilizza nel suo lavoro? Chi sono i suoi collaboratori?
A. P.) I 600 dipendenti dei Musei Vaticani: egittologi, etruscologi, restauratori (di metalli, stoffe, arazzi, dipinti, ecc.) e i custodi che devono monitorare e controllare 4.5 milioni di visitatori all’anno, compresi i potenziali vandalismi. Un dato Unesco ci dice che ci sono 5 matti ogni 1000 persone, quindi ne abbiamo almeno uno tra i visitatori ogni giorno.
L. T.) Ecco una domanda ancora difficile, che le ripropongo: la storia del collezionismo non evidenzia qualche paradosso, rispetto ad esempio, alle leggi del 1909 e del 1939 * ? E’ vero che in quei decenni l’Italia era stata teatro di indiscriminate spoliazioni di beni, commercializzati soprattutto oltreoceano, ma le cronache registrano spesso fatti paradossali per chi è veramente esperto. Chi sappia discernere ciò che è realmente importante per il patrimonio nazionale da ciò che non lo è, talvolta è interdetto di fronte alla modestia di certe opere sequestrate o notificate etc. Cosa ne pensa? Come lavorano, con quali mezzi e intenzionalità gli Uffici Esportazione italiani?
A. P.) Sono d’accordo. Nel ’68 notificavano anche le sedie scompagnate. Oggi ci ritroviamo con notifiche imbarazzanti. Attualmente abbiamo commissioni di funzionari talebani e altri che ragionano in modo corretto. Un’opera decontestualizzata può avere un tasso di esportabilità molto alto. Se un Tiepolo non può più tornare nel luogo per cui era stato concepito, cosa vuole che cambi se è a casa di un collezionista italiano piuttosto che tedesco?
L. T.) Anche nel settore archeologico si può avvertire una discontinuità etica tra il collezionismo dei papi e dei principi, basato sulla passione umanistica e privata, all’ origine delle più grandi collezioni pubbliche. L’esistenza di un mercato illegale evidenzia anche aspirazioni, non solo deviazioni, del collezionismo a cui rispondono le leggi del 1909 e 1939. I tecnici e i legislatori non potrebbero trovare risposte più adeguate?
A. P.) Le vere prescrizioni provvidenziali le hanno fatte i papi coi fidecommessi vincolati alle città o alle sedi palaziali. Senza il ruolo storico avuto del fidecommesso [istituto giuridico che prevede la trasmissione ereditaria dei beni di famiglia solo al primogenito maschio, al fine di mantenere unito il patrimonio] le principali collezioni artistiche di Roma (Colonna, Doria Pamphili, Rospigliosi Pallavicini) non esisterebbero più. Siamo spiacenti per i figli cadetti, e per la democrazia, ma l’alternativa, nella storia delle famiglie, sarebbe stata la dispersione. Uno dei più grandi affari dello Stato italiano è stato l’acquisto di Villa Borghese col grande parco circostante. Furono pagati 3,5 milioni di lire nel 1901, e sembrò una cifra scandalosa. Era una delle più straordinarie collezioni del mondo come pensava Haskell quando parlava del “meraviglioso disordine della Borghese”. Creata anche sottraendo capolavori ai legittimi proprietari, come la Pala di Raffaello tolta ai Baglioni. Se Berlusconi, come lo incitava a fare Sgarbi, avesse acquistato la collezione Torlonia (50 miliardi), sarebbe passato alla storia. Altro che lodo Alfano.
L. T.) Nel settore storico-artistico dell’antico, ma anche del contemporaneo si è spesso sottolineato il sottodimensionamento dei prezzi delle opere italiane rispetto a quelle straniere, tant’è vero che la relativa tenuta della nostra arte, in tempi di crisi, appare una conseguenza di questo pregresso limite strutturale. Gli addetti pensano che ciò dipenda dai vincoli posti alla libera circolazione. Ci sono più vantaggi o svantaggi per l’arte italiana, in questa situazione? Per il collezionista italiano? Per gli stranieri?
A. P.) Non c’è dubbio che l’istituto della notifica sia piombo nelle ali per il mercato (asfittico) italiano. Ma ci sono anche fenomeni in controtendenza. Tutto il Seicento fiorentino è stato riscoperto all’estero, dai mercanti italiani che lo hanno reimportato.
L. T.) Cosa pensa dei livelli di tassazione esistenti (IVA, tasse di esportazione, ecc.) ?
A. P.) Dipendesse da me li abolirei. La cultura non si tassa.
L. T.) C’è anche una grande indeterminatezza nel campo delle expertises. Pochi sanno cosa chiedere o aspettarsi realmente dallo specialista e molti non hanno alcuna conoscenza delle sue metodologie.
A. P.) E’ un’opinione. Un altro può non essere d’accordo. Non va bene quando è legata al compenso, cioè quando vengono effettuate attribuzioni per profitto. E’ spesso impura. Certamente, poi, non tutti i periti sono l’eccellenza dei conoscitori.
L. T.) La crisi ha messo in maggiore evidenza la differenza tra opere di qualità media e opere importanti o capolavori. I mercati ( e le case d’asta) hanno reagito compattando l’interesse sui pezzi più sicuri.
A. P.) Si è inaridito il mercato dei ciaffi [N.d.R.: cose da scartare]. Anche la fascia media è in crisi. Secondo me è sbagliato investire nell’opera d’arte [N.d.R.: quando è in rialzo]. Bisogna anticipare il mercato. Ad esempio Sano di Pietro oggi vale di meno che all’inizio del secolo. Cent’anni fa bisognava comprare il Seicento, che non costava nulla. E con ciò torniamo di nuovo al valore aggiunto dato dalla cultura. Chi ha cultura, o si avvale di consulenti preparati, può riuscire ad anticipare le tendenze e a comprare prima che certi oggetti si rivalutino.
* Tampieri, T., La vendita di opere d’arte fra tutela e mercato, Bologna, CLUEB Editore, 2006, pp.328.


Laura Traversi, laureata e specializzata in storia dell’arte all’ Università “La Sapienza” di Roma, ha svolto, tra 1989 e 2003, attività di studio, ricerca e didattica universitaria, come borsista, ricercatore e docente con il sostegno o presso i seguenti istituti, enti di ricerca e università: Accademia di San Luca, Comunità Francese del Belgio, CNR, ENEA, E.U-Unione Europea, Università Libera di Bruxelles, Università di Napoli-S.O Benincasa. Dal 2004 è docente di Storia del collezionismo presso l’Università degli Studi di Chieti-Università Telematica Leonardo da Vinci.
Ha pubblicato saggi ed articoli in riviste specialistiche italiane e straniere, atti di convegni in Italia e all’estero, opere enciclopediche, volumi collettivi, sui seguenti argomenti: ritrattistica e storia del collezionismo, pittura leonardesca, ebanisteria, medaglistica e scultura, materiali e tecniche artistiche, tecnologie scientifiche applicate allo studio delle opere d’arte.
tostissimo questo articolo, stiletto affilato signora Traversi, non da meno le risposte di Paolucci, impietoso e giustamente sulle miserie italiane e sullo stato della nostra cultura.
bell’articolo e un grande paolucci, quello in cui il paese è sempre +carente sono figure come la sua
ecco, appunto: tra un’arte “partecipativa” e un’altra di retroguardia -vedi Pad. italiano Biennale di Venezia- tra quella neo-neo-neo (poveristico-concettualista) e un’opposta glamourosa, ci siamo persi in un mare magnum di futilità e di sciatteria, di ignoranza e di cultura impoverita. Bravo Paolucci a rilevare questo disastro e anche ad analizzarne cause ed effetti, ottima la Traversi (che non conoscevo) a pungolarlo. Ne esce fuori un malato cronicizzato -l’Arte e la Cultura in Italia, i Beni Culturali e la loro gestione- con qualche possibilità di ripresa se si fa Rete e una strategia fuor di ideologia, di part(e)iti.
Grazie a tutti di questo spazio.
Senz’altro interessante l’intervista, e non poteva essere con un interlocutore quale Paolucci… ho capito meno l’accenno a Telemarket che riporta anche una piccola imprecisione.
Da questa intervista emerge una serietà, una competenza, un senso di responsabilità purtroppo rari. Ma dunque quale può essere il futuro? E soprattutto, cosa deve fare un giovane finora biecamente ingannato, che ora ha aperto gli occhi??
Mi associo alla domanda che nasconde -come la mia- una grande preoccupazione per il futuro: mio, della mia generazione, del sapere e di tanta fatica per costruire una cultura che a volte sembra essere persino d’impiccio nella società d’oggi.