Una delle opportunità che la città di Roma offre è quella di poter entrare in contatto con gli artisti e i linguaggi dell’arte di paesi diversi attraverso le attività e le proposte che le varie accademie di cultura presenti nella capitale, offrono. Prerogativa unicamente romana è, infatti, quella di ospitare una vitale comunità di accademie d’arte che periodicamente accoglie artisti, intellettuali e studiosi in vari ambiti culturali per i quali concepiscono programmi di ricerca per favorire e alimentare uno scambio intercultare fra i paesi che, oggi più che mai, porta prestigio alla città romana, alimentandola di una sempre nuova linfa vitale.
Tra gli ambienti accademici che ormai da diversi anni mostrano una dinamica ed innovativa proposta culturale, certamente c’è l’Accademia Britannica (British School at Rome – BSR), che con la sua classica ed imponente facciata domina una delle alture di Valle Giulia, ai limiti di Villa Borghese. La BSR, con il sostegno della romana British Academy, da ormai molti anni ospita, con borse di studio, artisti , architetti e studiosi provenienti dagli ambienti culturali del Regno Unito, dell’Irlanda e dell’Australia. Il soggiorno che i borsisti trascorrono nella città di Roma, è un’occasione per intraprendere studi legati alla storia e alla cultura italiana e romana, ma diventa anche l’opportunità per sospendere l’abituale processo di studio e di lavoro e dedicarsi alla sperimentazione e alla ricerca, vivendo un momento di totale immersione in un luogo unico che, indubbiamente, influisce nella loro attività artistica. Osservando i lavori e gli studi degli artisti di questa prima stagione accademica, ma soprattutto conoscendo le riflessioni che li accompagnano, salta all’occhio come, tra i primi elementi ad essere messi in discussione, siano la stessa concezione del tempo e dello spazio – come spesso accade viaggiando ed inserendosi più in profondità all’interno delle abitudini di un altro paese.
Nonostante gli artisti svolgano gran parte delle loro attività all’interno dell’Accademia – provvista di una ricca e preziosa biblioteca e di spazi dedicati agli incontri, a seminari e a conferenze con personaggi della cultura italiana o straniera invitati a partecipare – è chiara, da parte loro, la volontà di percorrere fisicamente gli spazi della città, conoscerne da vicino i capolavori artistici e architettonici ed anche venire a contatto con il disegno urbanistico e la relazione che i cittadini instaurano con esso. La BSR, ha inoltre mostrato, fin dai primi anni, un forte impegno nel portare le ricerche e le attività dei suoi artisti al di là dei confini della propria struttura, per visitare musei, gallerie, studi d’arte della città e per coinvolgere gli stessi artisti in mostre ed eventi culturali organizzati in altri spazi di Roma (tra le più recenti la mostra collettiva Compass, allestita negli spazi della Galleria “Sala1″, a cura di Jacopo Benci all’inizio del 2004). Un tale impegno mira a non isolare gli artisti in una ricerca limitata, dando loro la possibilità di un’esperienza più completa e diffusa, ma intende anche diffondere sul territorio cittadino le attività della British School nella ricerca di uno scambio con gli altri poli culturali. Ciò nonostante non esiste un rigoroso piano sistemico nell’uso della borsa di studio (per altro differente a secondo dell’ente e/o fondazione che la sostiene) al quale gli artisti devono attenersi, ma i termini di indagine adottati nelle attività artistiche, come anche i tempi e le modalità di adattamento all’ambiente romano, sono distinti per ogni ospite e restituiscono, di conseguenza, reazioni differenti e sempre interessanti che noi rileggiamo nei loro lavori.
In questi giorni (dal 11 al 19 dicembre 2009), l’Accademia Britannica, presenta la mostra “The things I did and the money I spent (Res gestae et impensae)”, prima collettiva della stagione 2009-2010 che raccoglie le opere degli artisti attualmente ospitati. Candidamente allestite negli spazi adibiti alle esposizioni – il Link Corridor, il Foyer e la Galleria – le opere mantengono un ampio margine di respiro tra di loro e, per un fortuito caso, sono quasi tutte di genere pittorico (sei dei dieci borsisti). La presenza di sei borsisti impegnati nella tecnica pittorica è la conferma ulteriore di un ritorno alla pittura e alle tecniche più tradizionali che oramai da qualche anno è riscontrabile nella produzione artistica di tutto il mondo. Tuttavia, l’attività pittorica che qui ritroviamo porta con sé le tracce di linguaggi e tecniche che fanno parte di una ricerca molto attuale, di un’urgenza di sperimentazione che di certo non si annulla nella scelta di tela e pennelli.
Così le opere dell’inglese Celia Hempton sono il risultato di perlustrazioni ai confini dei luoghi residenziali, nelle zone più periferiche, paesaggi che lei impressiona in polaroid per attraversare, così, un primo filtro di conoscenza. In un secondo momento, in studio, indagherà quelle ambientazioni riportandole sulla tela, preservandone la luce naturale, ma stravolgendole con tracce pittoriche irruente e colori sgargianti.

Più complesso, invece, è il lavoro di David O’Kane, anche se al primo sguardo i suoi ritratti mostrano un segno definito, pulito e una resa pittorica quasi iperrealistica (in alcuni suoi lavori, i colori fluidi e pastosi contenuti nelle forme – così vive “da restitutire quasi calore”- riportano con la memoria ai ritratti di Gerhard Richter) a testimoniare la sua formazione presso la storica Accademia di Lipsia. Il lavoro di O’Kane, infatti, utilizza diversi medium, dal video alla fotografia, dal disegno all’incisione, inseguendo uno studio incentrato soprattutto sul movimento, il tempo e “la dissoluzione della personalità” nel suo trascorrere.In mostra è presente anche un video dell’artista incentrato sulla figura di Giordano Bruno, personaggio sul quale O’Kane ha condotto diverse ricerche durante il suo soggiorno romano, che rivelano la fascinazione che egli ha per i temi mistici e per la cultura del XVI – XVII secolo.
Tutt’altra sensibilità invece sembrano trasmettere i piccoli lavori di Darren Murray. La sua pratica pittorica è il risultato di una commistioni di linguaggi differenti, che esplicitamente partono da una cultura figurativa banale e stereotipata, che egli in alcuni casi decontestualizza, caricandola di colori artificiali e forme di altra provenienza, ma, altre volte, riporta nella loro originaria struttura, con l’intenzione di rendere più evidente la falsità e la piatta ripetitività che ad esse appartiene. Ciò che in apparenza può sfuggire, in queste opere, è la persistente attenzione dedicata al particolare, alla preparazione (Murray, per la 52a Biennale di Venezia, alla quale ha preso parte, ha curato l’allestimento dell’intero Padiglione Irlandese), uno approfondito studio della tecnica, che sembra essere carattere identificativo negli artisti irlandesi. A questo si collega anche un riconosciuto ritorno alla manualità che, nel nostro secolo, vuole dire ritorno al “self made”, non più solo per quanto riguarda le tradizionali tecniche artigianali, ma per tutte le operazioni e i passaggi che l’opera richiede (siano queste di natura pittorica e scultorea o anche tecnologica) che l’artista tende a realizzare indipendentemente (caratteristiche, queste, che ritroviamo anche nel lavoro di O’Kane).
L’inglese Johanna Bryniarska, nel suo lavoro, parte dall’isolamento di oggetti appartenenti alla figurazione del nostro quotidiano, ma per realizzare un lavoro più “linguistico”. Antiche copertine di libri ( la grade tela in mostra riproduce la copertina di un’edizione dell’ Ulysses di Joyce), simboli grafici o elementi grammaticali vengono isolati dai loro contesti d’origine e ritoccati finemente fino a renderli irriconoscibili e spingendo l’osservatore a compiere una riflessione sul rapporto effettivo esistente tra opera d’arte e decorazione unicamente di valore estetico.
Le immagini in mostra dell’australiano Brent Harris, invece, restituiscono un clima decisamente diverso. Segni briosi, vaporosi, fatti di luce quasi indipendenti dalle loro forme. Quest’artista, di confermata fama nel proprio paese, negli utlimi mesi ha cambiato di netto la direzione della propria ricerca artistica, abbandonando le linee concettuali e i definiti color field che lo caratterizzavano per lasciarsi influenzare dalla luce e dalle atmosfere ariose che l’Urbe sembra comunicargli. I suoi soggetti restano d’ispirazione religiosa, ma perdono quel tono perentorio e “diligente” che avevano nei suoi dipinti, senza tuttavia intaccare l’eleganza e l’accurata attenzione con cui li realizza.
Distante da questo gruppo di artisti sembra procedere, invece, la ricerca di Martin Westwood, autore soprattutto di installazioni, seppur con una evidente e continua attenzione per le immagini, intese come espressioni del pensiero, personale o comunitario. Nei suoi lavori, Westwood porta avanti un’indagine sul mondo finanziario e del mercato ricercando i punti di contatto che oggi questo ha con la produzione artistica. Anche se in un primo momento, nella sua figurazione, ritroviamo un approccio e un linguaggio simile a quello della pop art (in special modo agli accostamenti formali e figurativi di Richard Hamilton), la sua opera mostra una critica sociale e un esplicito legame con il mondo economico che nella popular art, specialmente inglese, non compariva. Nel video presente in mostra, realizzato da lui su una sua “installazione sculturea”, l’artista riflette sul valore del denaro, la tutela che abbiamo di esso e il contatto che questo ha con la “materia plastica”, mezzo espressivo artistico, attraverso l’azione ripetitiva di estrazione delle monete da un blocco di morbida argilla e il continuo suono di questi elementi inseriti in un “altro” contenitore.
Immagini:
- Martin Westwood
“A seed is still a stone until it is sown”, 2009
DVD, 12’12″ - David O’Kane
“Stills (Carol Anne)”, 2009
12 dipinti da una serie di 24, olio su tela, 50 x 40 cm ognuno


Dopo aver conseguito una Laurea in Storia e Conservazione del Patrimonio artistico, completa gli studi con un biennio specialistico in Arte Contemporanea, entrambe in università romane.
Durante gli anni di studio, trascorre un periodo nella Francia del sud per conoscere più da vicino l’ambiente culturale francese e perfezionare la lingua. Nel 2000 segue il corso per Curatori di mostre inaugurato l’anno stesso dall’Associazione Futuro e l’anno seguente svolge un’esperienza di tirocinio presso la galleria Il Ponte Contemporanea di Roma. In seguito, affianca la breve ma intensa attività di un altro spazio espositivo romano (galleria Davar) e collabora ad eventi d’arte (Loop, a cura di Francesco Stocchi e Lorenzo Benedetti) e manifestazioni d’arte contemporanea (TraMonti’005, a cura di Athena Panni, Cecilia Canziani e Adrienne Drake). E’stata assistente di un artista (Giuseppe Pietroniro) e di curatori (Mirta d’Argenzio) e ha collaborato all’edizione di un catalogo d’arte (2006, ed. Skira). Per un anno ha lavorato come assistente curatrice alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino, collaborando all’attività espositiva e organizzativa (2008). Attualmente è interessata a conoscere più da vicino il lavoro di enti e strutture culturali che promuovono un dialogo più ampio e dinamico tra i molteplici linguaggi artistici di diversi paesi.