“Minotauro“, tratto dal testo di Firedrich Durrenmatt è una ricerca che Ivan Vincenzo Cozzi, direttore artistico e ideatore di Argillateatri porta avanti da alcuni anni con drammaturgie e partiture diverse.
Un lavoro in continuo divenire che, attraverso gli apporti e gli incontri dei diversi artisti che hanno contribuito a crearlo, si è trasformato in un’opera vibrante di significati e intenzioni che scava nello smarrimento dell’uomo di fronte all’incontro con la propria coscienza. Ma non solo, poiché il Minotauro è anche il recluso-escluso, colui che non può entrare nella relazione sociale, impossibilità che si trasforma in emarginazione, disuguaglianza e che s’avvale di tutto l’immaginario che da millenni ruota attorno ai portatori di questa disparità.
La lettura teatralizzata che è andata in scena il 3 dicembre scorso nell’ambito della rassegna “Invito a Teatro” si dipanava sulle note del contrabbasso di Daniele Roccato che ha immaginato e modellato la voce del Minotauro e sui movimenti di Cinzia Ana Cortejosa che ha dato corpo ai diversi personaggi come fossero sfaccettature di una sola anima.
Il regista Ivan Vincenzo Cozzi ci racconta del fascino e del significato del Minotauro.
Quale immaginario scatena la figura mitologica del Minotauro e perchè appassiona così profondamente gli artisti d’ogni genere?
Il Minotauro, creatura mitologica con corpo maschile e testa di toro, incarna fin dall’antichità concetti legati all’istintività, alla violenza, all’erotismo.
E’ un umanoide che, a causa della sua ferocia, viene rinchiuso nel labirinto dell’isola di Creta: un terrificante intrico di corridoi e sotterranei, grotte e cupole, dove viene nutrito con vittime umane.
Questa è la visione negativa che ha sempre accompagnato il Mito.
Compito dell’arte e degli artisti è invece quello di scavare nei reconditi significati mitologici, trovarne i segreti e descrivere le passioni del proprio tempo.
Gli artisti sono i traghettatori dei miti, li rinnovano, li spiegano e li adattano ai tempi affinché l’uomo coltivi il Mito, se ne appropri e spieghi il suo tempo.
Nello specifico sia Picasso, che Jorge Luis Borges, che Durrenmatt e tutti gli altri che lo hanno studiato, hanno trattato il Minotauro esaltandone il suo aspetto di diversità e di umanità: il mostro per eccellenza contiene in sè anche il suo contrario e sa essere buono gentile affabile‚Ķ
E’ importante rivedere la diversità affinchè non sia più una colpa ed il destino non appaia più come la sua punizione punizione, ma solo come un disegno che fa parte di eventi cosmologici più grandi, universali, che tengono conto delle diverse energie viventi.
La condizione precaria del mostro, ibrido per natura e sospeso solo in un non-luogo per costrizione, illumina -inoltre- sulla instabilità del concetto di verità e di giustizia ma soprattutto sulla tragicità della esperienza esistenziale umana, dell’individuo di fronte alla natura e dell’individuo di fronte alla alterità.
Questo è quanto ci attrae del Mito del Minotauro: entrarci dentro per suggerire risposte e indicazioni che aiutino la capire il senso della Vita.
Sono diversi anni che lei lavora sul progetto Minotauro/Labirinto integrandolo, altre destrutturandolo. Qual è il percorso che sta seguendo?
Il progetto di lavoro sul Minotauro implica necessariamente un lavoro approfondito sul Labirinto.
Il Minotauro permette, infatti, di far vivere sulla scena tutte le implicazioni derivanti dell’essere un diverso in questi tempi e nelle nostre società.
Ad esempio Durrenmatt tratta l’argomento con cruda realtà facendo agire il suo Minotauro in un labirinto di infiniti specchi e infinite illusioni: ci propone metaforicamente la sua Vita nella società cui appartiene.
Il racconto del Minotauro e del Labirinto è il racconto di tutti i diversi, degli emarginati, degli oppressi che popolano tutti i Labirinti del mondo.
Ognuno dovrebbe poter conoscere la propria condizione di vita per intraprendere il ‚Äòviaggio’, il percorso iniziatico verso il (proprio) centro dove avverrà l’uccisione del Minotauro ed il riconoscimento del proprio sè.
Il simbolismo più autentico dei viaggi iniziatici, come osserva Guenon, è da ricercarsi nel cambiamento profondo che l’esperienza del viaggio stesso determina nel soggetto che lo compie; non è mai fuga, ma ansia di evoluzione, di elevazione spirituale, di affinamento etico e consente di procedere dal mondo delle tenebre -quello profano- a quello di luce.
Ecco perché ogni viaggio iniziatico deve avvenire in primo luogo all’interno di noi stessi alla ricerca di quella conoscenza lapidariamente sintetizzata nell’antico motto”conosci te stesso” inciso sul frontone del Tempio di Delfi.
Il mio, infine, è un viaggio iniziatico attraverso il mio labirinto di vita e di crescita; un viaggio sulle ali del palcoscenico attraverso gli specchi degli occhi e dell’anima degli spettatori chiamati a testimoniare la condizione della mia anima.
Quest’ultima regia si basa su un nuovo apporto musicale, quello di Daniele Roccato, un contrabbassista che molto spesso lavora con e per il teatro. Cosa è cambiato, grazie a questa introduzione, nell’allestimento?
Il testo si avvale dell’enorme contributo artistico ed espressivo di Daniele Roccato e del suo strumento. Daniele, come me d’altronde, quando ha letto il testo si è subito entusiasmato all’idea del progettoed abbiamo subito convenuto sia sull’impostazione sia sul ruolo degli esecutori e della musica.
L’idea è stata quella che non ci fosse una preponderanza di un linguaggio artistico rispetto all’altro. La musica, la parola e il movimento della danza dovevano essere paritetici, senza alcuna prevalenza di un linguaggio rispetto ad un altro.
Tutti e tre i linguaggi dovevano, in modo libero, trattare le tematiche ed incontrarsi -senza vincoli- nel labirinto sino al suo centro.
Una splendida scoperta è stato il contrabbasso come sonorità, come linguaggio capace di dar voce umana al Minotauro. E in questo Daniele è stato veramente sublime: un interprete eccellente.
Anche la presenza di una danzatrice è una novità. L’ibrido si fa movimento, su quale partitura fisica avete lavorato con Cinzia Ana Cortejosa, una vera bailaora flamenca che ha stravolto il suo lavoro?
Cinzia Ana Cortejosa ha espresso un lavoro eccellente. Non è stato facile per lei adattarsi a quanto chiedevo.
Di Cinzia ho sempre ammirato la sua grande forza espressiva, la forza fisica e la sua grande teatralità.
Le ho chiesto di essere Minotauro e fanciulla, giovane ateniese, ed ancora Arianna e poi Teseo.
Era di estrema importanza avere in scena un elemento di femminilità che equilibrasse l’ energia maschile della mia voce e del contrabbasso.
E lei è riuscita a realizzare tutto facendo appello ai principi del suo flamenco senza richiamarlo coi movimenti, ma cercando dentro di sé ogni volta le motivazioni all’azione, al movimento. Una danza dell’azione che esprime e vive il percorso di consapevolezza che del Minotauro. E i vari differenti personaggi non sono altro che aspetti diversi dell’identità: tutti contenuti nel Minotauro. L’umanità tutta è racchiusa e contenuta nel Minotauro e il suo percorso altro non è che il percorso evolutivo dell’Umanità.
Cosa vuole raccontare, sottolineare o denunciare attraverso questo testo? A cosa può servire, oggi, interrogarsi sul mostro e sull’esclusione?
Nel testo si evidenzia e si mette il luce (in teatro sotto i riflettori) la diversità. La diversità viene mostrata e, non più nascosta viene elevata alla sua dignità. Dignità del rispetto dell’individuo che merita comprensione proprio per la sua diversità. Non ci sono razze, colori, opinioni, religioni razze, nazioni, età‚Ķ‚Ķ. Le paure, le superstizioni, gli interessi, gli egoismi hanno costruito i labirinti (innumerevoli) nei quali hanno espellere i propri mostri.
Le differenze sono il patrimonio che salvano e arricchiscono la vita.
“Avvertì che non esistevano tanti minotauri, ma un minotauro solo, che esisteva un solo essere quale egli era, non un altro prima né un altro dopo di lui, che egli era l’unico, l’escluso e rinchiuso insieme, che il labirinto c’era per causa sua, e questo solo perché era stato messo al mondo, perché l’esistenza d’uno come lui non era consentita dal confine posto fra animale e uomo e fra uomo e dei, affinché il mondo conservi il suo ordine e non divenga labirinto per ricadere nel caos da cui era scaturito…”
Avendo paura del caos noi costruiamo labirinti in cui viviamo una vita apparentemente normale, ma il cosmo e l’entropia universale tendono invece all’armonia.
L’opportunità di interrogarci sui nostri mostri ci fa riflettere sul senso della vita che ci viene proposta e imposta e ci rende consapevoli‚Ķ
E’ anche questo il compito del teatro: mettere davanti allo spettatore la vita per svelarne le assurdità e indicare le utopie salvifiche.
E’ facile per lei lavorare in Italia su questi argomenti? C’è seguito? C’è l’interesse dei media? Ci sono progettualità alle quali aderire?
In questi tempi labirinti oscuri imprigionano il Teatro e negano sia la sua vocazione sia la funzione sociale per la quale è stato originato, ovvero connettere lo spettatore alle forze cosmiche facendo sì che riceva il nutrimento catartico necessario alla comprensione della vita.
I nuovi miti del consumo, dello spreco, dei media, dell’ipertecnologia comunicativa non danno modo di prestare la giusta attenzione a questi argomenti ed il prodotto culturale diventa merce da consumare per incentivare l’evasione, il divertimento e lo sballo. In questo mercato tutti i progetti diversi vengono isolati ed esclusi proprio con l’accusa di diversità, di quella diversità che li rende non facilmente consumabili perchè innovativi e speciali.
Per questo tipo di produzioni, infatti, non esiste un vero mercato, eppure esiste una ricerca in continua crescita ed una produzione controcorrente.
Esiste una cultura teatrale resistente che segue il filo di Arianna percorrendo pazientemente l’itinerario del Labirinto.
Esiste un Teatro resistente che vive ai margini del mercato e usa spazi insoliti per mostrarsi e mostrare la sua diversità e forte della sua materia di argilla, dà vita a infinite forme, sempre mostrando il valore della sua sostanza.
Argillateatri è parte di quel Teatro Resistente che a fatica percorre il suo viaggio iniziatico nel Labirinto alla ricerca del centro dove uccidere il Minotauro per rinascere a nuova vita.


Laureata in lingue e letterature orientali, viaggiatrice e fotoreporter ha vissuto per alcuni anni fra India, Nepal e Sri Lanka per approfondire i suoi studi sull'archeologia e l'arte del subcontinente indiano e come inviata di alcune testate locali. Tornata in Italia comincia a lavorare nell'editoria ma è sempre pronta a riprendere la sua vita nomade e piena di scoperte. Quando non viaggia naviga ininterrotttamente sul web.