Tiébélé (Burkina Faso). Léopold ama i Pink Floyd. E’ alla guida della vecchia Mercedes che corre sulla strada asfaltata. Da Ouagadougou sono centotrenta chilometri fino a P√¥; un’altra trentina di strada sterrata fino a Tiébélé. Il villaggio è famoso per le sue case dipinte. Oltre centosessanta chilometri in tutto in cui l’orizzonte è brousse avvolta da colori opachi: il cielo bianco latte e la polvere di terra rossa. Qualche baobab spoglio e altri alberi, tra cui il karité. I fili dell’alta tensione corrono paralleli alla strada. Solo in prossimità dei villaggi spuntano i banchetti dei venditori di frutta e verdura, di pezzi di ricambio. Le biciclette sono in movimento. Le donne – eredi della regina-amazzone Yennega fondatrice, secondo la tradizione, del regno dei Mossi – sono straordinariamente eleganti, soprattutto quando sono alla guida di moto e bici, con le cconciature architettoniche e la borsetta sotto il braccio.


Goodbye goodbye… Goodbye Blue Sky… la musica di The Wall si mischia ai pensieri. Poco prima di entrare a P√¥ si paga il pedaggio. La città vive intorno alla strada. L’influenza del Ghana – la cui frontiera é vicina – non é solo nell’etnia dominante, quella dei Gourounsi, ma anche nel tipo di pane che si vende sui banchetti. In Ghana la colonizzazione inglese ha lasciato l’eredità del pan carré, in Burkina (quella francese) la baguette.
Un cartello indica Tiébélé. Qui comincia lo sterrato che si inoltra tra casupole illuminate da qualche macchie fucsia di buganvillea. In fila, sul ciglio della strada, alcune donne portano sul capo fasci di rami secchi.
Triangoli, rettangoli, cerchi… la stilizzazione geometrica non ha limiti geografici. Figure geometriche anche per le tipologie architettoniche a Tiébélé. Le case sono circolari quando sono abitate da singole persone, rettangolari per le giovani coppie e a forma di otto quando includono la presenza di anziani. La tradizione di dipingere queste abitazioni si perde nella notte nei tempi: da sempre affidata alle donne.


Sono le donne – circa quaranta al giorno d’oggi – che ogni anno (quando la stagione delle piogge si è conclusa), nel mese di marzo, ad interpretare i motivi ornamentali. Con le mani spalmano uno strato di intonaco sui muri esterni di mattoni di argilla, mescolando sterco di mucca pressata insieme alla terra bianca. Un secondo strato – la base – é ottenuta con l’argilla diluita con l’acqua. Su questo fondo rosso si alternano i segni, texture geometriche che invadono le superfici.


La penna di gallina faraona viene intinta nel nero (ottenuto dal basalto) e nel bianco (derivato da una pietra calcarea). Per creare un effetto brillante, alla fine, si passa sui disegni il neré, un prodotto ottenuto dalla carruba. I segni non sono altro che stilizzazioni geometriche di oggetti e rituali del quotidiano. Il triangolo indica il calebasse, recipiente realizzato facendo essiccare il frutto di una cucurbitacea. Il rettangolo è l’abito tradizionale. Il cerchio è la luna piena, fondamentale punto di riferimento per l’illuminazione notturna, visto che nel villaggio non c’è l’elettricità. Il rombo é il macaramì, un otre. I due triangoli con i vertici che si toccano, invece, é il tamburo, strumento musicale basilare in tutto il continente africano. Altri segni si innestano a questi motivi principali, contribuendo a rendere visibile l’appartenenza ad una famiglia, né più ne meno come, altrove in Africa, le scarificazioni sul volto.
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- foto /ph, Manuela De Leonardis


Manuela De Leonardis (Roma 1966), si laurea nel 1991 in Lettere-Storia dell’Arte Moderna. Specializzata in archiviazione fotografica ha collaborato con vari istituti (RAI Educational – progetto IDEA “Museo Nazionale Virtuale Arte Italiana”; National Museum of Ireland/Art and Industrial Division, Dublin; Istituto Centrale del Restauro, Roma). Dal 1997 al 2004 si è occupata della catalogazione e delle ricerche storiche dei fondi fotografici storici Tony André, Caprile e Bertolami della Fototeca Nazionale/ICCD di Roma. Dal 2004 inizia ad occuparsi sistematicamente di arti visive come giornalista freelance, collaborando con Il Manifesto, Alias e le testate Exibart, CultFrame – Arti Visive (fino al 2010) e dal 2009 art a part of cult(ure) e Andy Magazine. Nel 2007 inizia l’attività di curatela con L’Italia rurale degli anni Sessanta: Sardegna, Basilicata, Calabria nelle fotografie di Mario Carbone, in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura di Lille. Tra i vari progetti, ha collaborato con Simona Filippini/Camera 21 alla realizzazione della mostra Di Lei. Donne globali raccontano, raccogliendo le testimonianze di dieci fotografe (catalogo Iacobelli 2009). Ha partecipato alle letture portfolio al SI FEST - Savignano Immagini Festival 2008 e al LDPF - Lucca Digital Photo Fest 2010 (membro della giuria del Premio Del Carlo). Nel 2010 ha fatto parte della giuria internazionale di arti visive del Fine Arts Festival di Muscat (Oman). Nel 2011 ha esposto per la prima volta un suo reportage fotografico con testi e ricette gastronomiche - Ginger House, realizzato nei magazzini dello zenzero di Fort Cochin (Kerala) - alla Libreria Odradek di Roma. Ha pubblicato con Postcart (collana Postwords), A tu per tu con i grandi fotografi - Vol. I (2011).
delicato e importante questo che è quasi un reportage, certamente dal punto di vista fotografico, complimenti!