approfondimenti, arti visive | 23 dicembre 2009 | 827 lettori condividi su: Facebook Twitter

Architetture dipinte a Tiébélé (Burkina Faso) | di Manuela De Leonardis

di Manuela De Leonardis

Tiébélé (Burkina Faso). Léopold ama i Pink Floyd. E’ alla guida della vecchia Mercedes che corre sulla strada asfaltata. Da Ouagadougou sono centotrenta chilometri fino a P√¥; un’altra trentina di strada sterrata fino a Tiébélé. Il villaggio è famoso per le sue case dipinte. Oltre centosessanta chilometri in tutto in cui l’orizzonte è brousse avvolta da colori opachi: il cielo bianco latte e la polvere di terra rossa. Qualche baobab spoglio e altri alberi, tra cui il karité. I fili dell’alta tensione corrono paralleli alla strada. Solo in prossimità dei villaggi spuntano i banchetti dei venditori di frutta e verdura, di pezzi di ricambio. Le biciclette sono in movimento. Le donne – eredi della regina-amazzone Yennega fondatrice, secondo la tradizione, del regno dei Mossi – sono straordinariamente eleganti, soprattutto quando sono alla guida di moto e bici, con le cconciature architettoniche e la borsetta sotto il braccio.

0203

Goodbye goodbye… Goodbye Blue Sky… la musica di The Wall si mischia ai pensieri. Poco prima di entrare a P√¥ si paga il pedaggio. La città vive intorno alla strada. L’influenza del Ghana – la cui frontiera é vicina – non é solo nell’etnia dominante, quella dei Gourounsi, ma anche nel tipo di pane che si vende sui banchetti. In Ghana la colonizzazione inglese ha lasciato l’eredità del pan carré, in Burkina (quella francese) la baguette.

Un cartello indica Tiébélé. Qui comincia lo sterrato che si inoltra tra casupole illuminate da qualche macchie fucsia di buganvillea. In fila, sul ciglio della strada, alcune donne portano sul capo fasci di rami secchi.

Triangoli, rettangoli, cerchi… la stilizzazione geometrica non ha limiti geografici. Figure geometriche anche per le tipologie architettoniche a Tiébélé. Le case sono circolari quando sono abitate da singole persone, rettangolari per le giovani coppie e a forma di otto quando includono la presenza di anziani. La tradizione di dipingere queste abitazioni si perde nella notte nei tempi: da sempre affidata alle donne.

0706

Sono le donne – circa quaranta al giorno d’oggi – che ogni anno (quando la stagione delle piogge si è conclusa), nel mese di marzo, ad interpretare i motivi ornamentali. Con le mani spalmano uno strato di intonaco sui muri esterni di mattoni di argilla, mescolando sterco di mucca pressata insieme alla terra bianca. Un secondo strato – la base – é ottenuta con l’argilla diluita con l’acqua. Su questo fondo rosso si alternano i segni, texture geometriche che invadono le superfici.

0405

La penna di gallina faraona viene intinta nel nero (ottenuto dal basalto) e nel bianco (derivato da una pietra calcarea). Per creare un effetto brillante, alla fine, si passa sui disegni il neré, un prodotto ottenuto dalla carruba. I segni non sono altro che stilizzazioni geometriche di oggetti e rituali del quotidiano. Il triangolo indica il calebasse, recipiente realizzato facendo essiccare il frutto di una cucurbitacea. Il rettangolo è l’abito tradizionale. Il cerchio è la luna piena, fondamentale punto di riferimento per l’illuminazione notturna, visto che nel villaggio non c’è l’elettricità. Il rombo é il macaramì, un otre. I due triangoli con i vertici che si toccano, invece, é il tamburo, strumento musicale basilare in tutto il continente africano. Altri segni si innestano a questi motivi principali, contribuendo a rendere visibile l’appartenenza ad una famiglia, né più ne meno come, altrove in Africa, le scarificazioni sul volto.

immagini:

  • foto /ph, Manuela De Leonardis

 

altri articoli di: Manuela De Leonardis

1 Commento

  • delicato e importante questo che è quasi un reportage, certamente dal punto di vista fotografico, complimenti!

Lascia un commento

— richiesto *

— richiesta *