L’America, mentre le culture estetiche europee alimentano terribili dissapori nella corsa all’egemonia ideologica e culturale, scopre ilgusto di essere al mondo: per mezzo diun’industrializzazione portatrice di benessere – priva delle lacerazioni e degli scontri di un’Europa troppo affollata – che dispone con entusiasmo di fronte alla vita. Negli artisti statunitensi, relativamente poco si sarebbe avvertito della crisi del ’29 e quasi nulla degli orrori del nazifascismo o della guerra. Una leggerezza salvifica e sottile, una grazia ora accessibile a tutti che è evidente anche nell’antologica che il Palazzo delle Esposizioni di Roma dedica ad Alexander Calder (in corso fino al 14 febbraio 2010), artista statunitense (Philadelphia, 1898 – New York, 1976) che ha attraversato la cultura europea, portandovi la libertà originaria della sua terra.
Le avanguardie europee si accaniscono da anni nella ricerca di una rappresentazione geometrica del mondo, adeguata alla nuova società industriale? Basta piegare un filo di ferro ed ecco la realtà riprodotta secondo il principio razionale della linea. I primi passi della psicanalisi ci svelano come l’esperienza e la conoscenza interagiscano con i simbolismi della psiche? Basta lasciare solidi attaccati a un filo, subire le variazioni aleatorie degli elementi restituendoci, nelle ombre che proiettano al muro, suggestioni sempre diverse. Il progredire delle scienze cognitive svela le leggi della percezione e il loro impatto sul nostro modo di essere al mondo? Le sculture in movimento di Calder diventano gioco che riassume in sé i meccanismi che presiedono alla costituzione del sapere. Un camaleonte dell’arte, allora? Nient’affatto. Un percorso che, attraversando la cultura europea, porta a maturazione i principi della cultura estetica statunitense.
L’idea che l’opera non debba essere un oggetto, il supporto retorico di significati estetici codificati, ma una realtà che riesce a esistere di per se stessa. Una concezione che verrà portata ai suoi risultati più alti da un altro movimento, il minimalismo, dove una società industriale contenta di sé, farà dell’arte uno strumento razionale che, sempre senza retorica, ambisce a migliorare la vita, svelando a partire da sé le forze che abitano il mondo. Come scrisse Jean-Paul Sartre: “Calder non suggerisce nulla, cattura movimenti reali, vivi, e li plasma. I suoi mobiles non rimandano a nulla, esistono e basta” e per questo sono assoluti.
Calder, Palazzo delle Esposizioni, Roma, sino al 14 febbraio 2010
ed anche: Alexander Calder, Monumental Sculpture, Gagosian gallery, Roma, sino al 30 gennaio 2010


Laureato in Filosofia teoretica a Roma e in Storia dell’Arte all’École du Louvre di Parigi. E’ editor e traduttore professionista, corrispondente a Roma per la trasmissione Effet papillon della francese Canal plus e per il programma La Fabrique de l’Histoire dell’emittente radio France Culture. Ha curato il volume L’oca al Passo di Antonio Tabucchi. Altro su: http://simoneverde.blogspot.com/