approfondimenti, libri letteratura e poesia | 31 gennaio 2010 | 1.777 lettori condividi su: Facebook Twitter

DIETRO LE QUINTE DELLA RICERCA DEL TEMPO PERDUTO | Una rivisitazione dell’opera di Marcel Proust attraverso gli arredi della casa di Illiers-Combray | di Sergio Falcone

di Sergio Falcone

Le case vivono e muoiono, come esseri umani. Non riesco, infatti, a separare questi muri, queste tegole, queste inferriate in ferro battuto dal personaggio illustre che ha abitato la casa di Illiers-Combray, nell’Ile de France, a pochi chilometri da Chartres.

Presso le edizioni Christian Pirot, diversi anni or sono, è uscito in Francia un album illustrato sulla casa di campagna di Marcel Proust a Illiers.
Il titolo è Marcel Proust; la collana, Case di scrittori; l’autrice dei testi, Diane de Margerie.
La collana ha già pubblicato lavori sulle case di Alain-Fournier, di Balzac a Passy, di George Sand, di Rabelais.

Si può ricostruire, attraverso le foto, quello che Proust vedeva da adolescente: il giardino coi viali, la terrazza, il belvedere, l’orizzonte piatto privo di colline, le strade addormentate sulle quali, durante le sere, ha vegliato la luna. Proust ha amato la natura fino all’allucinazione, fino a farne la “rivale di Dio”. Le ortensie, sulla gradinata esterna, ci sono ancora e così la vecchia vite, nel giardino interno della casa.

I nuovi proprietari hanno trasformato casa Proust in un museo, aperto ai visitatori e Illiers è diventata Illiers-Combray, in omaggio all’operadi Proust. Questa casa, questo vecchio cortile, questo vialetto di carpini vanno visti quali sono oggi. Bisogna separarli da quello scenario dacommedia, attraverso cui Marcel Proust li aveva visti nella sua Recherche. Gli occhi del romanziere, chiuso per interi giorni nella casa di Parigi, cercavano nella memoria, al di là delle quinte di palcoscenico costruite per il romanzo, gli odori forti e penetranti dei fiori in disfacimento durante l’estate e ricostruivano, attraverso la luce delle lampade a gas, i visi truccati delle donne che frequentavano la casa di Illiers.

Esaminando ora le foto pubblicate nel volume della de Margerie, viene alla mente un passaggio dello stesso Proust sulla fotografia, da A’ l’ombre des jeunes filles en fleurs: “Accade dei piaceri come delle fotografie: quello che si prova vicino all’essere amato non è che una lastra negativa, che si sviluppa più tardi, ritornati a casa, quando si è ritrovata a propria disposizione quella camera oscura interiore il cui ingresso è vietato finché c’è gente“.

La casa di Illiers-Combray apparteneva ad Elisabeth Amiot, sorella del padre di Marcel e moglie di Jules Amiot, che per molti anni era vissuto in Algeria e che possedeva un negozio ad Illiers. La zia Elisabeth, nell’opera di Proust, diviene “tante” Léonie. La donna morì quando Marcel aveva quattordici anni.
Attorno a Proust, questo mondo familiare si perpetuava attraverso le immagini di coloro che, nelle pagine del romanzo, continuavano a vivere. Della zia Léonie, Proust ricorderà sempre i gesti, le parole, il viso tenero o triste. Il grande romanziere degli anni successivi aveva lasciato nella casa della zia Léonie il suo cuore, le passioni, la sofferenza e isogni della sua giovinezza. In una di queste stanze, al piano superioredell’edificio, Marcel bambino attendeva il bacio della madre, prima di prendere sonno. In questi ambienti, in questo giardino, nascevano i primi litigi e le prime gelosie nei confronti del fratello minore Robert.

Dov’è il giardino di Swann? Nel corso della sua ovattata adolescenza, Marcel avrà pure udito qui la voce un po’ bassa di una fanciulla rivolgergli parole quasi di tenerezza. Quante volte il romanziere dovrà camminare a tentoni nelle tenebre della sua infanzia per evocare “le fanciulle in fiore”. Tutto è ancora vivo, presente, a Combray; alberi confusi sullo sfondo del cielo, case illuminate da una sola lampada che, per lo spazio d’un secondo, rivela ai viandanti la loro vita nascosta. Il rumore delle automobili ha sostituito il rotolio dei carri e, ancora, latrati, colpi di martello sull’incudine, gli stridori della segheria, alcune persiane sbattono, odore di erba bagnata o tagliata di fresco nei giardini privati. Tutto ciò che Marcel aveva udito tutti i giorni, nella sua vita di adolescente.

Dono del romanziere non era, forse, questo amore, questo disperato rievocare il barlume di sole che, nel tempo dell’infanzia, balenava sul pavimento della sua camera? La luce particolare di ogni stanza, nella casa di Combray, alla tal ora del giorno o di una stagione. E su questi giochi di luce, che diventavano una folla di ricordi nella memoria di Marcel, insiste Diane de Margerie, nella sua descrizione di casa Proust a Illiers-Combray. “Casa misteriosa d’Illiers“, scrive l’autrice, “quella delle veglie, delle prime empietà, delle lacrime voluttuose, dell’infanzia prigioniera‚Ķ Casa trasformata in crogiolo della creazione, attraverso la legge della perdita – casa di Léonie divenuta per sempre dominio di Marcel“.

Nel soggiorno, si conserva ancora la poltrona della zia Elisabeth-Léonie: nel punto in cui la donna appoggiava i gomiti, la stoffa è rimasta lisa. C’è ancora, appeso alla parete, verso la finestra, lo specchio tondo con la cornice di noce attraverso cui la zia osservava, non vista, i passanti nella strada. Il fascino della casa-museo è dovuto anche al sapore, spesso aneddotico, di certi documenti che gli conferiscono la caratteristica di “cabinet d’amateur”. Al piano terreno, i soggiorni e lo studio del signor Amiot sono ricoperti da un vecchio parquet a listoni di legno scricchiolante. Una scalinata di marmo si apre nel vestibolo: le ringhiere e il corrimano sono in ferro battuto ‚Äò800. Al piano superiore, nella camera da letto che doveva essere di Marcel, un braccio di legno reggeun tendaggio di calicot bianco, che scende ad avvolgere il letto di mogano metà ‚Äò800: le lenzuola sono di lino merlettato ai bordi. Un comodino circolare col ripiano di marmo bianco è sistemato accanto al letto: sopra, un lume da notte di porcellana bianca filettato d’oro.

Nella camera da letto della zia Léonie, la lampada sullo scrittoio illumina un libro di conti aperto, una vaschetta portapenne d’argento, un pezzetto di ceralacca annerita, un fermacarte d’argento con le iniziali. Quasi tutte le camere sono provviste di caminetti con la cornice di marmoe il parafuoco, per proteggersi dai rigori dei lunghi inverni.
Al piano terreno, accanto alla cucina, la vetrata della veranda offuscal’azzurro del cielo; s’intravvede la ghiaia e il verde del giardino.

A Parigi, negli ultimi anni, Marcel Proust aveva abitato nell’appartamento di rue Hamelin, dove era morto il 16 novembre 1922. I mobili erano stati lasciati in eredità dallo scrittore alla governante Céleste Albaret, la cui figlia li ha poi ceduti al Museo della Storia di Parigi, le cui collezioni e reperti sono sistemati nell’Hotel Carnavalet, che è unito, mediante un edificio meno importante, all’Hotel Le Peletier, nel quartiere del Marais.

La camera di Marcel Proust, ricostruita fedelmente nel museo, è foderata di sughero alle pareti e ricoperta da uno spesso parquet, su cui sono s tesi diversi tappeti. Le finestre hanno una protezione doppia, in vetro e legno. Troneggia il grande letto con la testata di ottone, su cui Marcel, sostenuto dai molti cuscini, scriveva le pagine de A’ la recherche, nelle ore notturne. Accanto al letto, un comodino di mogano scuro a cassettini, su cui lo scrittore poggiava i fogli manoscritti durante la stesura e, un po’ in ombra, un tavolino con tutti gli apparecchi per le inalazioni, per le ricorrenti crisi d’asma (beccucci di vetro, ampolle, fiale, tubicini vari, mascherina etc.).
La camera originaria di Proust doveva essere molto vasta (40 metri quadri circa), poiché nello stesso ambiente hanno trovato posto tutti gli arredi originari della stanza da letto di Proust, ossia due grandi poltrone gemelle, un lungo divano Récamier, uno scrittoio in mogano di metà ‚Äò800, una libreria bassa di mogano con le tendine di seta applicate agli sportelli, un paravento cinese che originariamente doveva nascondere il settore guardaroba. In questo cosmo alquanto ristretto, Proust si era chiuso volontariamente per vivere e scrivere negli ultimi anni. Nel destino dello scrittore giocava, infine, questa legge del silenzio. Del resto, l’analisi interna della sua opera ci rivela angoscia, qualche volta disperazione.

Egli, malato inguaribile, non avrebbe più sopportato di vivere, se avesse dovuto rinunciare a ritrovare il Tempo perduto. Proust ha scritto di suo pugno la parola “fine”, nell’ultima pagina del Temps retrouvé e poi è morto. Annotava Fran√ßois Mauriac, nelle sue Mémoires intérieurs che, se il creatore ha nel suo spirito – come Proust l’aveva – un monumento letterario completo, per quanto vasto sia, con le sue proporzioni, il suo equilibrio, la sua armonia, finita l’opera, non gli resta altro che tacere per sempre. Molte le opere di Marcel Proust, e su Proust, pubblicate negli anni passati dall’editoria francese ed italiana. Di Proust – se ben ricordo – uscì la Correspondance avec Daniel Halévy (éd. de Fallois, a cura di Anne Borrel e di Jean-Pierre Halévy) ed un volume della Correspondance (éd. Plon, a cura di Philip Kolb, lettere del 1921). Georges Painter ha pubblicato un’edizione riveduta e accresciuta della vita di Proust (Mercure de France). Mentre, nell’editoria italiana, sono usciti, sempre di Proust, gli Scritti giovanili (Mondadori, a cura del francesista Alberto Beretta Anguissola) e di Antoine Compagnon, Proust tra due secoli. Miti e cliché del decadentismo della Recherche (Einaudi, trad. di Francesca Malvani). Infine, nei Meridiani di Mondadori erano in preparazione due tomi della Corrispondenza di Marcel Proust, a cura dello stesso Kolb, curatore dei volumi di lettere nell’edizione francese.

Da una lettera di Marcel Proust a Daniel Halévy, datata autunno 1888: “Trovo che l’impudicizia è una cosa orribile. Mi sembra perfino peggiore della dissolutezza. Le mie opinioni morali mi consentono di credere che i piaceri dei sensi sono un’ottima cosa. Esse mi raccomandano anche di rispettare certi sentimenti, certe delicatezze dell’amicizia, e in particolare la lingua francese, signora amabile ed infinitamente graziosa, la tristezza e la voluttà della quale sono egualmente squisite, ma a cui nonbisogna mai imporre delle pose indecenti. Sarebbe disonorare la sua bellezza. (‚Ķ) Non trattarmi da pederasta, mi fa dispiacere. Io cerco di restare puro moralmente, anche solo per eleganza. Puoi chiedere al signor Straus quale influenza io abbia avuto su Jacques. E la moralità di una persona la si deduce dalla sua influenza sul suo prossimo. Io‚Ķ ti abbraccio, se mi consenti questa casta dichiarazione. Marcel“.

la foto della camera di Tante Lèonie è di Gabriella Alù

 

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