Abbiamo chiesto ad alcune amiche di Claudia Gian Ferrari, Giulia Mozzoni Crespi ( presidentessa del FAI- Fondo Ambiente Italiano) e Gabriella Belli (Direttrice del Mart di Rovereto) di parlarci di lei: si tratta di due personalità note per le loro importanti realizzazioni e per il loro forte carattere. Proprio come Claudia. Le loro testimonianze riflettono, come in un viaggio a ritroso nel tempo, le sue aree di azione più significative e l’eredità che ha lasciato, dalle importanti donazioni degli ultimi anni (al FAI e al MAXXI) all’esteso lavoro di ricerca, storica, su molti artisti del Novecento italiano, fino alla vita di gallerista e collezionista e alla giovinezza.
Restituite anche dall’affettuoso ricordo di compagni di strada come Massimo Minini, e dei tanti che pensano a lei con allegro calore e rispetto. Alle loro parole affidiamo il ricordo di una personalità che mancherà anche a noi, che l’avevamo appena conosciuta.
Giulia Mozzoni Crespi : Ho incontrato Claudia per la prima volta 4 o 5 anni fa, quando pensò di dare in comodato al FAI, lasciandole poi per sempre, le sue amate opere d’arte. Non la conoscevo per niente, ma successe così: era come se l’avessi sempre conosciuta ed ebbi, da subito, un legame fortissimo con lei, senza che riuscissi nemmeno a capire perché. Fu subitaneo, per cui questa sua morte mi ha veramente colpito e fatto male, profondamente. E poi mi dispiace anche per la figura stessa che è sparita, per la città di Milano, per la gente. Rappresentava la passione per il nuovo e devo dire che, in questa sua ricerca, io sovente non concordavo. Ma c’era sempre questa spinta in lei, con questo grande desiderio di preservare quello che era bello, valido, quello che aveva senso, quello che aveva un sapore. Queste due cose, in lei, la ricerca del nuovo e del senso, mi avevano sempre attirato.
L.T.: Si, lei aveva una personalità molto costruttiva e selezionava sempre opere di una qualità straordinaria. Entrare nella sua galleria era come entrare in un piccolo e accogliente Museo.
G.M.C.: C’era sempre questa attenzione alla qualità. Ma al di fuori di quello, o dentro quello forse, c’era secondo me, nel suo inconscio, una grande aspirazione verso la spiritualità. Solo che non la manifestava, perché secondo me neanche lei lo sapeva. Quando parlavamo, soprattutto negli ultimi tempi, e conoscevo la gravità della sua malattia, lei, in un certo senso, rifiutava quel discorso. Continuava ad essere abbarbicata a fatti terreni, ma nei suoi gusti, nelle sue scelte, c’era invece questa sua inconscia tensione-intenzione verso il mondo spirituale. E questa era una delle ragioni per cui io tanto l’amavo. Forse lei stessa non se ne rendeva conto. Il suo spasmodico amore per la statua dell’ Amante morta [N.d.R.: di Arturo Martini], questo suo pianto ogni volta, quasi, che l’ avvicinava…l’ Amante morta è una figura che tende verso il cielo. Il fatto stesso di chiedere di dormire nella casa Necchi Campiglio, di passeggiare, di guardarsela, che cos’ era se non… una sua non dichiarata tensione per lo spirituale. Era talmente presa dalla vita, dal fare, alla ricerca del bello, del nuovo che forse l’altro … sé… non ha voluto considerarlo, affrontarlo. Anche nella malattia, io ho cercato di portarla verso forme diverse di cura ma, se ci ho provato, lei non ci ha creduto, forse l’ha fatto per amicizia. Io ho avuto il cancro. Se posso esprimere un pensiero molto personale, lei è stata molto tormentata dalle cure. Non credo che le cure l’abbiano aiutata a fare una buona morte. Lei era attaccata alla concretezza, veramente abbarbicata all’esistente. Era molto razionalista, ma si può avere una certa personalità e, in fondo, avere un bisogno nascosto di qualcos’altro. Le ho parlato un giorno e mezzo prima della sua morte e ancora era lì dicendo, con un fil di voce, devo andare…devo fare. Questa sua personalità aveva un altro lato, che a me piaceva tanto: era gioiosa, rideva con tutti quei suoi duecento e più cappellini. Giocava, e questo è un aspetto che, invecchiando, pochi riescono a mantenere. Era lei a spiegarmi il contemporaneo, era molto tesa a capire il presente, ad individuare quello che veniva subito dopo. Ridevamo tanto insieme, aveva tutti quei vestiti, quegli strani gioielli Si vestiva come se facesse un quadro, al di fuori di qualunque moda. Era bello in lei, perché aveva una spiccata personalità.
Amava molto il padre, la famiglia e quel posto, il lago Moro, in Val Camonica, dove si riunivano. Del padre [il gallerista Enzo Gian Ferrari] ho soltanto saputo che era un uomo straordinario, che ha iniziato, mi sembra, dal nulla e che aveva cominciato a raccogliere delle opere bellissime, che sono state all’origine della passione della Claudia collezionista.
A Villa Necchi, lei aveva a disposizione una camera per poter stare, a porte chiuse, con le sue opere. Alla fine ci andò a dormire poche volte, ma questa speciale opportunità le era stata riservata in ragione del suo rapporto con ciò che stava donando al FAI. In effetti ora, quando vado in casa Campiglio, è come se ci ritrovassi lei, resterà sempre presente per noi, là dentro.
L.T.: Claudia Gian Ferrari, una donna simpaticissima, un personaggio di grande spessore, ha fatto un lavoro enorme. Cosa si sente di dirne?
Gabriella Belli: Claudia Gian Ferrari forse fa parte di una generazione un po’ speciale, che ha saputo in qualche modo concentrare tutto attorno alla propria realizzazione professionale, come donna, essere umano, e professionista. Dico questo perché, forse, oggi le nuove generazioni dividono maggiormente il pubblico dal privato. E’ molto difficile, nel ricordare una persona veramente speciale come lei, distinguere la persona umana dalla professionista, perchè ogni cosa che Claudia ha affrontato, nella vita professionale come in quella privata, le ha vissute con la stessa passione, grinta, entusiasmo. La sua professione è stata una professione a tutto tondo, perchè ha avuto la fortuna di interpretare più ruoli: lei nasce storico dell’arte. In realtà viene allevata all’interno della galleria del papà e quindi i primi passi li muove come dealer, come mercante, come gallerista. Poi, in qualche modo, torna a fare la professione di storico dell’arte, perché, a partire da una certa data, comincia a scrivere molto e ad impegnarsi sempre più profondamente negli aspetti della ricerca e dello studio. E’ una personalità che ha avuto molti ruoli ed è stata anche collezionista, prima di storico e di moderno, poi di contemporaneo. Quindi è stata davvero speciale, diciamolo, perché la vita le ha riservato anche delle tragedie, perchè lasciarci così giovane… [N.d.R.:a 64 anni] anche se lei ha combattuto sino alla fine con grande coraggio, è stata un esempio per tutti noi. Vedendola non si sarebbe mai detto: ha affrontato a viso aperto tutte le sue problematiche, non si è mai nascosta. Ha sempre condiviso con gli altri, senza nessun tipo di paura, anche momenti ed aspetti difficili per qualsiasi essere umano e per le donne, in particolare, come quando aveva perso i capelli per la chemioterapia, durante la prima fase della sua malattia. Era sempre con noi, non ha mai avuto arretramenti. Guardava il suo nemico in faccia e questo era pazzesco…noi sappiamo, come donne, quanto possa essere difficile vivere quest’esperienza, che colpisce profondamente nel fisico. Ha sempre guardato il suo nemico in faccia, anche nella professione. Era una donna che non aveva misteri, quello che doveva dire lo diceva, i giudizi che doveva dare li dava, e poi, nell’ambito della storia dell’arte, ricoprendo questi tre ruoli di collezionista, dealer e storico dell’arte ha potuto muovere davvero delle cose. Bisogna dire che per il Novecento italiano, il recupero di certi autori si deve a tanti grandi storici dell’arte, ma anche a personaggi come lei. Che, attraverso il suo ruolo di storico dell’arte, ha sicuramente riattivato la riflessione, soprattutto negli anni ’80, e ricominciato a riconquistare, per la platea nazionale, tanti personaggi. Da Funi ad Oppi, non parliamo poi di Sironi che è stato il suo interesse principale. Ma ci sono anche altri, minori, come Cagnaccio di San Pietro, che sono tornati alla ribalta grazie al suo lavoro. .Io l’ho conosciuta 25 anni fa, forse anche 30. Il Museo non ha mai lavorato direttamente con lei ma indirettamente tante volte: l’aiutavamo, collaboravamo, lei prestava, le prestavamo sempre opere per le sue mostre Avevamo una grande stima reciproca. Era una persona che “quadrava a 360a “, e questo non è facile: sempre signora, sempre gentile, io non ricordo mai una sua “incazzatura”. Forse i suoi collaboratori potrebbero avere ricordi diversi, ma ha sempre affrontato tutto col sorriso, sempre avanti, ottimista. Veramente una persona speciale. Non si nascondeva mai anche nel difendere le proprie posizioni culturali, nell’affrontare, diciamolo pure, artisti che erano stati tralasciati nella memoria storica generale. Lavorare su Sironi, negli anni in cui ha cominciato a lavorarci lei, non era facilissimo. Ha dato un grande contributo: ripeto, lei non si nascondeva mai, né nella vita né nella professione. Quindi aveva dei nemici non personali, ma “professionali”, ed erano dichiarati. Non aveva sotterfugi. Nel lavorare su Sironi e su De Pisis ebbe certamente contro dei punti di vista divergenti dai suoi. Non possiamo pensare di essere sempre tutti d’accordo. L’arte è una scelta precisa. Lei era molto brava nell’affrontare il nemico, che non condivide il tuo operato, soprattutto quando ci si cimenta sui cataloghi importanti, sulle attività di valutazione degli artisti. Anche in questo è sempre stata una donna molto ferma, solida e speciale.
L.T.: Anche questo esercitare un triplice ruolo, per tanto tempo, non sarà sempre stato facile.
G.B.: Forse…quando lei ha iniziato, da mercante anche a diventare uno storico dell’arte, ed era molto più giovane. Ma poi l’identità e il lavoro di storico dell’arte hanno prevalso su tutto il resto.
La donazione che ha fatto delle sue opere completa il suo ruolo di collezionista, di una persona veramente speciale cui riserviamo un affetto particolare.
Massimo Minini (gallerista, Brescia): Siamo nati tutti e due in Val Camonica, con una piccola forzatura. Mamma e nonno erano di Darfo-Boario Terme, per intenderci, e non lontano c’è il lago Moro dove Claudia ha ancora la casa. Il nonno di Claudia, il papà della mamma, era Tino Bortolotti, uno scultore interessante.. Io sono di Pisogne (lago d’Iseo) e non molto tempo fa lei ed io abbiamo organizzato una mostra d’arte contemporanea a Lovere, all’ Accademia Tadini. Per fare qualcosa per la nostra terra di origine. Claudia era talmente “pubblica” che era come giocare a briscola a carte scoperte. Però ognuno di noi ha qualche lato segreto. Quindi l’orco Gian Ferrari era anche un essere umano che era, allo stesso tempo, tremenda con gli avversari e carina con gli amici. Lei si è dedicata allo studio e alla scrittura, alla storia dell’arte e ai libri, alle mostre. Ha fatto un lavoro enorme. Non avendo famiglia, né nipoti…non so cosa è successo quando stava per cascarci…[nel matrimonio]. Il mestiere di gallerista è totalizzante anche per gli uomini, si lavora 24 ore al giorno per 365 giorni l’anno.
L.T.: Ricordi qualcosa del padre?
M.M.: Il rapporto con lui è stato conflittuale per un bel po’. Non pensava di fare la gallerista da grande. La conoscevo dai tempi dell’ università. Lei diceva anche da prima…non ricordo bene, però sono certo che l’ho scoperta già al 1a anno di Statale, a Milano. Era molto visibile, già allora: arrivò con un cappello enorme. Un tratto evidente della sua personalità: non praticava l’anti-estetico. Non diceva “modestia a parte”. Ma non era teatrale, esibizionista. “Era” così. Era un’affermazione della sua persona, non una rappresentazione. Il vestito era il suo arredo urbano. Si divertiva, anche quando sapeva che …un certo modo di vestire poteva essere “ridicolo” pour épater les bourgeois. Fa forse parte dell’insondabile femminile. E lei lo faceva spesso e volentieri.
L.T.: Raccontami com’era nel lavoro, alcuni mi hanno detto “era una sciabola”. Se voleva una cosa, come un dipinto, non si fermava di fronte a nulla, ma sapeva anche accettare invece quando non la spuntava lei. Cioè se “perdeva” qualcosa che avrebbe voluto acquisire.
M.M.: E’ chiaro che lei era una combattente, per cui se voleva un quadro cercava di ottenerlo con tutti i mezzi. In un’asta era un avversario temibile. Rialzava finché l’opera non era sua. Metteva a dura prova l’avversario.
L.T.: Andava sempre in sala personalmente?
M.M.: Per i big magari era al telefono, ma spesso ci andava. Poi a volte vai per te, a volte per un cliente. Ma Claudia aveva sviluppato soprattutto una vera passione per lo studio.
L.T. E’ impressionante vedere cosa ha fatto negli ultimi 15-20 anni.
M.M.: Si, aveva una biblioteca sul Novecento sterminata, tant’è vero che ogni tanto le trovavo qualcosa sulle bancarelle. Lei si sorprendeva: “Ma dove l’hai trovato?” Altre volte ce l’aveva.
L.T.: Questo suo rapporto coll’ Amante morta?
M.M.: Non me ne ha mai parlato. La scultura era lì, dietro la sua bara, guardava le stelle. Lei, è noto, ha molto amato Arturo Martini e quello è un suo capolavoro. Non mi sorprende.


Laura Traversi, laureata e specializzata in storia dell’arte all’ Università “La Sapienza” di Roma, ha svolto, tra 1989 e 2003, attività di studio, ricerca e didattica universitaria, come borsista, ricercatore e docente con il sostegno o presso i seguenti istituti, enti di ricerca e università: Accademia di San Luca, Comunità Francese del Belgio, CNR, ENEA, E.U-Unione Europea, Università Libera di Bruxelles, Università di Napoli-S.O Benincasa. Dal 2004 è docente di Storia del collezionismo presso l’Università degli Studi di Chieti-Università Telematica Leonardo da Vinci.
Ha pubblicato saggi ed articoli in riviste specialistiche italiane e straniere, atti di convegni in Italia e all’estero, opere enciclopediche, volumi collettivi, sui seguenti argomenti: ritrattistica e storia del collezionismo, pittura leonardesca, ebanisteria, medaglistica e scultura, materiali e tecniche artistiche, tecnologie scientifiche applicate allo studio delle opere d’arte.
Chi era questa signora lo abbiamo scoperto qui. Ammettiamo la mancanza di alcuni tasselli culturali che stiamo colmando grazie anche a queste letture. Bellissimo ricordo, grazie mille!
la gran signora ha infine donato quelle 58 opere che erano state prima solo affidate in comodato alla Fondazione Maxxi presieduta da Pio Baldi. Un gesto di meravigliosa generosità e amore per Roma, che di contemporaneo ha un gran bisogno.
La Claudia Gianferrari è stata un grande personaggio che con luci e ombre nel e del Sistema ha flirtato ma sempre un passo sopra molti, e con dedizione e passione che la inevitabile, necessaria relazione con il mercato non ha fiaccato troppo, per fortuna (anche di Roma, che ne ha giovato!). Grazie delle belle interviste.