Nell’intenzione di indagare e conoscere la situazione dell’emerging art in Italia, ho voluto rivolgere alcune domande ad Alia Scalvini arrivata terza al Premio Terna 02 nella sezione Gigawatt. Del resto, la giovane arte italiana si affaccia nella realtà culturale e artistica di un paese che ancora fatica a comprendere la grande importanza della libera circolazione di idee e di opere dell’intelletto e della creatività sul proprio territorio: da una parte l’inevitabile invasività della politica che si pone, a volte come unica fonte di mezzi per la realizzazione di progetti e dall’altra la scena privata che mantiene ovviamente regole e pratiche poco sindacabili e spesso indirizzate al riempimento delle lacune pubbliche. Nel frattempo nuove generazioni avanzano con passione e serietà ritrovandosi a doversi districare in un sistema ad entrata limitata e soltanto in sporadici casi alla presenza di meriti reali. L’ intervista delinea la corposità del pensiero di una giovane artista che in qualche modo rappresenta l’animosità e la preparazione intellettuale di un gruppo nutrito di giovani emergenti che rigenera la geografia di un’Italia sempre più in ritardo nel supportare i talenti con il rischio di darli in pasto al sistema del solito nulla.
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f.l. Vorrei sapere come ti sei sentita all’indomani del Premio Terna?
Bene, questa esperienza mi ha dato una bella carica, ho una gran voglia di lavorare.
L’organizzazione impeccabile e le bellissime sedi della mostra del Premio Terna mi hanno dato la possibilità di confrontarmi a livelli alti. Confrontarsi con il proprio lavoro è sempre impegnativo e proficuo, in un’occasione come questa lo è stato ancora di più.
Ho avuto la possibilità di riflettere parecchio sull’importanza di concepire l’opera come un sistema vivo, aperto, che può esser modificato, destrutturato, arricchito seguendo il dna che fonda l’opera stessa, evoluzione naturale di un progetto che trae dal movimento e dalla trasformazione la sua forza.
Ho elaborato una “spoglia d’opera”: un lavoro nuovo, che nasce dalla decostruzione del precedente, che si pone come evoluzione del precedente.
La spoglia è un eco dell’opera primigenia e rimanda al processo dinamico da cui essa nasce; sfugge da una circoscrizione definitiva, è una struttura instabile in attesa di divenire altro, è opera che acconsente solo in parte alla fissità formale sottointesa dalla sua “museificazione”.
Ho avuto la possibilità di esporre l’opera in un ambito soggetto a critica e mi sono resa conto che il valore della mia scelta è stato compreso, questa è stata la vera soddisfazione, ho incontrato nei curatori persone aperte al dialogo, ho vissuto una bella esperienza che mi ha dato una notevole visibilità.
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f.l. Mi piacerebbe sapere quali pensieri attraversano la mente di una giovane artista che si misura con il mondo dell’arte ed anche con il mondo dei premi per l’arte
I premi d’arte sono utili, sono una realtà concreta. In questi ultimi anni ho partecipato a diverse selezioni. A motivarmi è la convinzione che il lavoro, se è valido e vive di una sua forza, se è fondato su una ricerca cui dedichi tutti i tuoi sforzi ed è nutrito dal confronto, prima o poi viene notato e preso in giusta considerazione.
I riconoscimenti a quanto pare arrivano.
L’esito della selezione al Terna è stata un’iniezione di fiducia nel mio lavoro.
Altra realtà interessante sono le residenze per artisti in Italia e all’estero, così come i workshop condotti con serietà da professionisti, tutti luoghi di crescita e confronto che apprezzo molto.
Non affronto il mondo dell’arte in un’ottica antagonista, lo intendo come un terreno di crescita, tento di comprenderne le dinamiche, ci sto arrivando per gradi ben cosciente di dover imparare molto.
Credo si debba saper attendere il momento in cui ciò che tu fai può essere apprezzato per quel che è, senza forzature. Ho un atteggiamento aperto al dialogo e credo che le osservazioni di chi lavora nel settore siano molto utili perché nascono dall’esperienza sul campo e dallo studio; penso che il dialogo sia importante per entrambe le parti, credo in una crescita e in un rispetto condivisi, non sopporto di vedere un lavoro “pilotato”, si riconosce subito, assomiglia troppo a mille altri e spesso è debole.
Importante per me è confrontarmi con gli altri, rispettare il loro lavoro senza perdere mai di vista l’integrità del mio, penso che un lavoro sincero sia più forte e porti una maggior soddisfazione.

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f.l. Nel tuo percorso lo spazio e le geografie interiori hanno un ruolo fondamentale, secondo te con quali differenze è percepito oggi lo spazio rispetto al passato recente?
La cosa interessante è proprio questo genere di domanda, trovare il modo di porla in un senso più vasto possibile. Non credo, facendo arte, di dare delle risposte; credo che la forza di un’opera ben riuscita stia proprio nel saper porre le domande necessarie a una crescita personale e collettiva. L’analisi che suggerisci è interessante, si sta scrivendo molto a riguardo, è un campo d’indagine in atto e penso che questo lavoro ci porterà a risultati interessanti, a una presa di coscienza forte.
Ai miei occhi è possibile una lettura di tutta la storia dell’arte in questa chiave, tutta la storia dell’arte parla di questo a più livelli. La percezione dello spazio è variata continuamente, l’arte e la descrizione cosmogonica ne sono degli specchi fedeli, non è una novità degli ultimi decenni, sono sicura che qualcosa dentro di noi sia cambiato anche quando si è alzato il primo aereo o si è messo il primo piede sulla luna.
Allo stesso modo qualcosa si sposta dentro di noi quando viaggiamo fuori dal nostro ambiente quotidiano perché siamo più attenti e recettivi o più semplicemente quando osserviamo con lucidità eventi semplicissimi della nostra quotidianità, anche solo l’ombra di un albero che si proietta sul muro della nostra stanza attraverso una finestra, o la rottura di un piatto sul pavimento; piccoli o grandi confini che vacillano. Le piccole o grandi variazioni della geografia interiore, come io la intendo, nascono da un livello alto di attenzione e di visione interiorizzata del reale, non sono sempre legate alla grandiosità degli eventi, avvengono a partire dal macrocosmo come dal microcosmo.
Però generalizzando mi pare che si possa avvertire un particolare momento di crisi nella percezione e rappresentazione dello spazio globale, come se fossimo giunti a una soglia, come se fossimo nel bel mezzo di un cambiamento, c’è un’oscillazione forte in atto.
La possibilità di percepire più luoghi contemporaneamente tramite i mezzi di comunicazioni e la rete ha portato ad una simultaneità dei vissuti; l’uso di massa dei mezzi di trasposto veloci ha alterato le distanze e i tempi, la costruzione di un’interfaccia geografico interattivo ha destrutturato la lettura della superficie terreste e scardinato la stabilità della mappa; il cambiamento climatico e i cataclismi ci ricordano che ogni sistema dipende da tutti gli altri e non è autonomo e chiuso e noi ne facciamo parte, … tutto questo credo sia ad un punto di fusione, un punto critico.
Io percepisco questa oscillazione in maniera costruttiva, attiva. La trovo molto interessante e penso che si manifesti nei momenti di crisi, momenti che ci spingono a osservare più attentamente la realtà; è in quei momenti che ci sentiamo liberi di reinterpretarla, reinventarla, agirla, reabitarla.
Tutto ciò che è costruito per misurare e regolare uno schema, un’immagine delle relazioni tra i vari elementi che compongono la nostra relazione con la realtà si riflette all’interno di noi e del nostro modo di vedere, pensare, sentire, questo schema è duttile e l’odierno ordine trova nel suo punto critico la massima possibilità di sviluppo verso un sistema sempre più aperto.
L’organizzazione economica del nostro spazio-tempo è un sistema regolato da unità di misura ideali e utili: questi modelli sono vissuti quotidianamente come sistemi chiusi, 24 ore un giorno, 1000 metri un chilometro. Sono stabili, mentre il continuo scambio di energie e materie che esiste tra sistemi complessi, la mobilità e instabilità del reale fisico percepito e della nostra spazio-temporalità interiore viaggia spesso in modo difforme, interagendo con una realtà aperta e mutevole. Credo che, in merito a questo, la nostra coscienza stia cambiando e che i modelli ideali in uso non rispondano alle nostre necessità profonde.
Mi interessano le logiche e le crepe di questo sistema, quando la conoscenza incontra l’ignoto provo un moto di felicità irrefrenabile.
Ad esempio di recente ho letto una notizia che riguarda l’astrofisica, se ho ben inteso (mi scuso per l’uso forse impreciso dei termini scientifici) fino a non molto tempo fa credevamo di conoscere gran parte della materia che occupa lo spazio esterno e che lo spazio fosse per la maggior parte “vuoto”. Siamo cresciuti con questa idea, ricordo che a scuola da bambina la cosa faceva viaggiare parecchio la mia fantasia provocata dall’idea di vivere su un pianeta sospeso nel “vuoto”. Ora scopriamo che una grossa percentuale è occupata da una materia detta “oscura” e da un’energia detta “oscura”, che dovrebbe in qualche modo aiutare l’espansione dell’universo, ma è materia ed energia di cui non sappiamo quasi nulla, è già tanto che siamo riusciti a percepirla. Ok, non ho studiato astrofisica e posso solo intuire i sottintesi di questa notizia, ma la cosa importante per me è sapere che ci sono molte cose che non sappiamo, che non esiste una “verità ultima”, che tutto è relativo e in continua evoluzione, lo schema si può sfondare in più direzioni, la descrizione vacilla: questo mi restituisce la libertà di divenire, di percepire uno “spazio altro”.
Tutto ciò che non conosciamo ci restituisce lo spazio necessario alla sopravvivenza interiore, alla variazione della geografia interiore, è un margine d’azione mentale importante, l’ignoto come differenza delle differenze è una ricchezza, un valore.
Cosa importante per il mio lavoro è l’esistenza di un materiale sconfinato su cui lavorare per fornire una molteplicità di visioni fertili a riguardo.
Tramite connessioni, dislocazioni e associazioni è possibile configurare strutture estetiche momentanee, visioni indispensabili all’orientamento interiore, sistemi che non affermano una soluzione, una risposta, ma se mai suggeriscono uno sguardo partecipe.
Le variazioni nella percezione dello spazio fisico influiscono sulle nostre sensazioni più profonde, influenzano la nostra geografia interiore e la trasformano. Ciò vale anche per l’immaginario legato a tale spazialità.
Dall’individuo alla collettività, dai singoli moduli abitativi al paesaggio.
Ogni poetica ha il suo motore propulsivo. Nel mio caso tutto parte dalla necessità di indagare tale immaginario, dalla possibilità di un’apertura rispetto al concetto di spazio, di confine, di territorio del sensibile, con la volontà di recuperare una posizione attiva nei confronti del transito interno alla realtà naturale e culturale.
Lavoro talvolta rielaborando materiale d’archivio, ma prevalentemente con materiale registrato sul campo, residui d’esperienza, trama strappata al flusso continuo del vivere. Mi interessa la presa di coscienza dello spazio, in quanto flusso che nasce da connessioni, interferenze, associazioni, dislocazioni e esperienza fisica.
Ricerco la possibilità di creare delle connessioni vitali con il territorio che ci circonda, di suggerire la variabilità dei percorsi, l’instabilità dei confini. Utilizzando il transito come metodo di scrittura, suggerendo la possibilità di un’espansione, la presenza di spazio altro, spazio nomade, che nasce e si evolve basandosi su punti di riferimento plurali.
Penso che la Terra sia un luogo abitato da forze ed elementi instabili e noi vi siamo immersi.
Voglio lavorare sul terreno variabile del non detto, sullo spazio immaginativo aperto da una situazione ignota, è una condizione molto fertile.

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f.l. “Crossing the Field” è un lavoro molto forte, quali intenzioni avevi con questo progetto e cosa è cambiato dopo la sua uscita?
Sì, Crossing the field è un lavoro che mi ha aiutato molto, ho studiato due anni prima di realizzarlo, ma la ricerca da cui nasce si sviluppa in opere precedenti, è stato un crescendo.
Si univano l’esigenza di rendere percepibile un’intuizione e la vita semi nomade che conducevo, qualcosa che stavo imparando dal mio continuo spostarmi attraversando situazioni, luoghi diversi, spazi determinati o indeterminati; li osservavo, osservavo le mie sensazioni e reazioni.
Siamo abituati a considerare la stabilità come valore positivo, io mi sentivo instabile e precaria in tutti i sensi e ne soffrivo, poi ho iniziato a reagire, ho scoperto delle potenzialità differenti, ho cambiato struttura interiore e ho deciso che l’instabilità andava convertita in un valore, l’ho accettata e finalmente si è aperta la visione.
Quando ho abbandonato la ricerca di una stabilità, di conseguenza ho iniziato a lavorare non solo più con gli spazi chiusi ma anche con quelli aperti, ho iniziato a poter osservare gli elementi e giocare con le connessioni e il lavoro ha iniziato a crescere.
La lettura di diversi testi mi ha aiutato in questo senso e continua ad aiutarmi.
Crossing the field per un verso nasce da questa dinamica.
L’intenzione principale era un invito all’ascolto di forze non immediatamente percepibili ma non per questo meno reali, un suggerire l’esistenza di un’interazione tra le energie e gli elementi, il sottolineare il loro movimento e l’idea che non esistano sistemi chiusi, isolati, ma che qualsiasi sistema abbia delle connessioni profonde e fisiche con tutti gli altri e, non ultimo, che noi ne facciamo parte.
Quindi ho utilizzato il suono di questa pioggia di meteoriti provenienti dal cosmo prodotto mentre attraversano l’atmosfera terrestre, interagendo con il nostro campo magnetico; mi pare un bellissimo esempio di interazione e attraversamento di ciò che è concepito normalmente come un confine chiaro di divisione.
Quindi l’idea del viaggio, della registrazione del video che ho effettuato vagando lungo una linea ferroviaria che congiunge Cagliari a Siliqua; il processo del viaggio accompagnato dalla coscienza di far parte del territorio che mi circondava, influenzata dalla coscienza di sapere che il paesaggio terrestre interagisce con il cosmo “esterno” in qualsiasi momento.
La nostra organizzazione mentale e le nostre percezioni dipendono molto anche dalla conoscenza dell’esistenza dei fenomeni e dalla descrizione a noi disponibile sulla loro struttura e sull’organizzazione: il moto del viaggio ha ancora a che fare con la nostra crescita di uomini.
La migrazione è parte fondamentale della nostra storia, collettiva e personale.
Infine ecco l’idea di proiettare le immagini sulla tenda usata per il viaggio, la sintesi.
Il mio lavoro ha avuto il riconoscimento dal Premio Terna in un momento particolare per la mia ricerca. Qualche mese fa, con la produzione di Crossing the field, tutto il lavoro prodotto negli anni precedenti ha assunto per me un significato più delineato; vi riconosco il mio percorso dalle radici ad oggi e ne vedo i possibili sviluppi in modo più chiaro. Non credo sia stato un caso, le cose maturano insieme, c’è una certa armonia.
Quando guardo un mio lavoro, rivivo il processo da cui è nato, nel quale si sono intessute anche relazioni umane e quindi prima di tutto ho sentito un moto di riconoscenza verso tutte le persone che direttamente o indirettamente avevano collaborato alla riuscita del progetto, in particolar modo verso Silvia Casu ricercatrice dell’osservatorio di Cagliari senza la cui fiducia non avrei mai potuto realizzare l’opera. Non vedo l’astrofisica come mezzo indispensabile alla mia ricerca, ma essa è un livello di riferimento che in una determinata fase è stato davvero molto utile, è stato un’incontro cercato, riuscito e fortunato.
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f.l. Attraversamenti, tragitti, restituzioni del paesaggio, nomadismi, se l’arte agisce su questi item quali sono, per te, gli approdi auspicabili?
Suggerire l’esistenza di uno spazio ulteriore, altro, alto, qui e ora, contemporaneo nel senso di simultaneo. In qualche modo si tratta di ampliare lo spazio d’azione, lo spazio da vivere con la mente e lo spirito. Ho letto che per i popoli antichi “chi non si perde non cresce”, penso sia ora di riabilitare questa filosofia e di appropriarsi della possibilità di disegnare traiettorie non segnate, riconoscere e fuggire alle descrizioni date e far fiorire la molteplicità, l’instabilità, la mobilità, capirne il valore e utilizzarla come una ricchezza, accettare la nostra condizione odierna per osservarne le potenzialità.
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f.l. Cosa ne pensi dello scorrere del tempo dal 2000 in poi, credi sia più veloce? Credi che sia fortemente correlato allo spazio?
No, non credo centri molto il 2000. Credo che la percezione del tempo sia naturalmente relazionata alla percezione dello spazio, è ovvio, ma la retorica legata a certi millenarismi mi infastidisce, mi appare come una trovata pubblicitaria ad effetto. Forse dietro questa sensazione di accelerazione del tempo c’è un po’ l’accelerazione dello sviluppo tecnologico e ancora più profondamente un timore atavico che merita un’attenzione più seria, evitando strumentalizzazioni. Tutto finisce, muore il secolo, ne nasce un altro, è una sorta di passaggio rituale collettivo che ci ricorda la nostra natura mortale e la dinamica naturale del rinnovamento.
Ma come viviamo il tema della morte nella nostra società?
Credo che sia un grande tabù, e che la continua rimozione della presenza fisica della morte dalla vita quotidiana, dell’esperienza del corpo morto in cambio di un’assuefazione quotidiana ad immagini di morte, a corpi morti virtuali, sia una situazione pericolosissima.
Tornando alla tecnologia, mi pare anche troppo scontato dire che la coscienza globale, la possibilità di fruire virtualmente più spazi in contemporanea in qualche modo sia una causa della percezione di una “riduzione dello spazio”, di una contrazione della geografia interiore, e, allo stesso modo, i trasporti veloci come le connessioni telematiche producano a livello sottile una sensazione di “contrazione del tempo”. Più o meno coscientemente, lo sperimentiamo tutti.
Talvolta però si presentano situazioni interessanti, spunti di studio. Ad esempio mi sono accorta che quando sono in aereo, mezzo che uso spesso, mi risulta sempre molto facile pensare alla risoluzione di problemi perché li tratto con maggiore distacco, riesco a vederli “da lontano”, in modo più obbiettivo. Trovo la calma nel mio spazio interiore quando osservo il paesaggio dall’alto, quasi che una maggiore distanza e velocità fisica rallentino il coinvolgimento diretto nel tempo delle cause e degli effetti che hanno accompagnato il crearsi di questi problemi. Vivo un rallentamento del tempo interiore e questo è molto utile, ma quando atterro per un momento provo un’immediata e breve nostalgia per essermi allontanata dal tempo condiviso, dallo spazio condiviso dalla maggior parte degli uomini e, soprattutto, mi accorgo che lo spazio percorso non esiste davvero nella mia esperienza “orizzontale”, mi è stato sottratto. Sono “mancata al tempo condiviso” e questo mi provoca una reazione, come se la contrazione e la dilatazione della mia percezione inconscia dello spazio tempo mi presentassero un piccolo conto da pagare.


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f.l. Se guardi in avanti, quali traiettorie vedi per il tuo lavoro?
Sto progettando di estremizzare il discorso legato alla radioastronomia, non voglio ripetermi, voglio superare il livello rappresentativo di Crossing the Field; il prossimo passo in questa direzione è la presa diretta, è l’intervento live, diretto, secco, rischioso. Quel che ci vuole in questo momento è una radicalizzazione del discorso.
La migrazione e il nomadismo permangono come altro stimolo forte, la lettura lenta e infinita de “I mille piani” di Deleuze come materia di studio da riprendere, alcuni testi di Franco Farinelli indispensabili per approfondire la ricerca. In concreto in queste settimane sto studiando le unità di misura, come nascono, perché e cosa sottintendono, inoltre sono alla ricerca di materiale di studio riguardo a cosa significhi usare sistemi di traduzione in campo artistico. La “traduzione” in tutte le sue sfumature mi interessa molto. A seguire, studio il concetto di entropia e soprattutto di instabilità.
Ho quattro progetti aperti alcuni dei quali a breve termine; è un periodo di raccolta ed espansione, sto raccogliendo stimoli sia dal lavoro passato che dallo studio e i progetti iniziano a delinearsi.


Modica, 1976 | è Laureato in Sociologia con indirizzo Comunicazione e Mass Media con una tesi sperimentale sulla “Storia della videoarte in Italia”. Si è poi formato nei settori della curatela e progettazione culturale attraverso un Master in Curatore Museale e Eventi Arte Contemporanea e Spettacolo allo IED di Roma (2007 – 2008) e un Corso di Alta Formazione in Finanziamenti e Progettazione Culturale all’Istituto Luigi Sturzo, Roma (2008).
Studioso di arte contemporanea e linguaggio audio-video, appassionato e produttore di musica elettronica, fonda a Modica il Laboratorio Autonomo Potenziale, un’Associazione per la diffusione di nuovi linguaggi espressivi, e crea “Kolla”, fanzine di scrittura, suoni e visioni.
Scrive testi critici, idea mostre d’arte ed eventi presso gallerie private e istituzioni pubbliche. E’ copywriter e Pubblicista e scrive per il “Giornale di Sicilia”, per la rivista “Arte & Critica”, per “Konsequenz” (Liguori Editore) e per il web magazine “art a part of cult(ure)”.
ottimo lavoro.
brillanti risposte a domande chiare, dirette e precise.