Dalle scale della nuova sede della The Gallery Apart fa capolino un’aria di Monteverdi del ‘600: accompagnatrice musicale del “Sì dolce è il tormento”, l’aria fa danzare la stop motion di oggetti emozionati che spostano ricordi d’appartenenza. Il video è solamente l’incipit del racconto di un trasloco e Luana Perilli ne è l’intermediaria, osservatrice di una realtà inanimata come quella degli oggetti per cui inventa amori, morti e abbandoni. Mentre la voce per castrato tira la corde di una appassionata lamentela, una stanza si sveste per presentare i propri abitanti: oggetti domestici indaffarati a riordinare il caos dell’umanità. Eppure non c’è traccia di una mano, di un braccio, solo lo sguardo del pubblico ora intento a curiosare i ricordi dei cassetti animati del comò al piano di sopra. Lì una poltrona mozzata sosta, vedova di un’amante, altra metà di uno storico mobile in legno mangiato dai tarli; dietro di lei, sulla parete, collage di immagini antiche raccontano l’unione scultorea di mobili da salotto che si ritrovano in ricordi di amori passati dietro l’intervento artistico di didascalie abrase: poesie in prosa da leggere soltanto. La Perilli ricorda la memoria dei mobili invocando le macchine di Duchamp, mostrando la loro vita consumata, dove il vissuto appare come un’impronta motorizzata che intenerisce. La malinconica dipendenza di un oggetto nella vita di un uomo spesso fa dello stesso un affabile materialista, che abusa della scontata essenza inanime della macchina senza ascoltarne i bisogni emotivi e più intimi. Ma poi una macchina li ha? La Perilli dà vita al “Grande Vetro” con delle sculture mobili o dei “mobili a scultura”, una serie di collage e infine un video delicatissimo in cui il rapporto uomo/oggetto è sentito dal ricordo tattile di quest’ultimo: impronta umana che vive la materia. Ecco che un bambino invisibile indossa gli abiti del fantasma, apre e chiude i cassetti della sua scrivania mentre la “Manutenzione sentimentale della macchina celibe” tutt’intorno scricchiola brusii di evocazioni: il dadaismo duchampiano è il punto di partenza per cui reinterpretare nuovamente l’oggetto e questa volta, accoccolarlo nel lato femminile della Perilli che a quell’oggetto regala un suono: l’aria di Monteverdi torna a far eco dal piano di sotto ed è un “dolce tormento” quello che racconta, la manutenzione sterile degli affetti materiali di un uomo.
- The Gallery Apart
- Via di Monserrato 40
- tel/fax +39.0668809863 | Martedì – Sabato ore 16.00-20.00 e su appuntamento


Flavia Montecchi (Roma, 1985) si è laureata in D.A.M.S. nel maggio del 2008 presso l’Università degli Studi Roma Tre con il percorso “storico-critico”. Ha lavorato per Eva Clausen presso la Galleria Luxardo di fotografia contemporanea e dall’aprile 2009 fino al luglio 2010 è stata assistente di galleria per la Federica Schiavo Gallery di Roma. Ha curato diverse mostre per il Sinergy Art Studio e attualmente collabora con testate e webmagazine d’arte tra cui Exibart, Insideart e in ultimo il mensile di fotografia Fotografare.