approfondimenti | 19 febbraio 2010 | 711 lettori condividi su: Facebook Twitter

Libertà come bene supremo e gli inquieti orizzonti “Contro la purezza” | Intervista ad Isabella Bordoni | di Isabella Moroni

di Isabella Moroni

Lo scorso dicembre presso Corte Coriano Teatro  di Rimini, si sono tenute tre giornate d’osservazione e critica del contemporaneo: “Libertà come bene supremo“,  uno dei più interessanti incontri degli ultimi anno, curato, ideato e diretto dall’artista Isabella Bordoni.

“Libertà come bene supremo” costituisce la parte teorica del progetto “Contro la purezza 2008/2011” che si svolgerà a tappe e per sezioni di lavoro in Italia ed Europa.

Sezioni che metteranno a fuoco formati artistici differenti, dall’installazione all’opera radiofonica, all’evento performativo e di cui gli incontri di Rimini hanno rappresentato l’ossatura e, appunto, la parte teorica. Una parte teorica sovvertitrice e creativa,  pensata come piattaforma formativa e accesso democratico alla conoscenza Eyan Sivan. lectio magistralis.

Proviamo a tirare le conclusioni di questa “tappa” con Isabella Bordoni, ideatrice ed organizzatrice degli incontri.

Libertà come bene supremo è parte di un progetto più ampio, “Contro la purezza”, un titolo che arriva come luce in un mondo in cui tutto deve vestirsi con l’abitino buono per poter essere propagandato.
Puoi raccontarci come nasce quest’idea, chi vi partecipa, quali mete vuole raggiungere e come si sta sviluppando?

Contro la Purezza è già per sé, come titolo, un manifesto e il progetto che nomina contiene il desiderio, insieme alla necessità, di mettere alla prova l’arte con un’indagine intorno alla società civile. Per farlo, l’arte ha bisogno di capire i propri dispositivi dilatandosi verso mobili alleanze del pensiero, che vanno dalla filosofia alla politica alla sociologia, all’antropologia all’architettura alla storia… E naturalmente, in tutto questo, il linguaggio. I codici semantici del fare. Ci sono parole che sono comportamento. Ancora, la poesia.

Lavoro a questo progetto da alcuni anni. Mi muovo su orizzonti inquieti. Si tratta di un lavoro di conoscenza e di scavo. Di acquisizione e di scarto. Mi muovo tra parole come “consenso”, “norma”, “legge”, “totalitarismo”, “libertà”, “memoria”, “dimenticanza” … per capirne le politiche, le geografie, i processi educativi e pedagogici che li hanno generati e ancora li generano.

Ci sono parole che l’arte prova a dire, ma non è facile mettere nella scena il lavoro delle idee. Per questo è stato inevitabile muoversi a tutto tondo, in un sistema autogenerante di interferenze e approfondimenti interdisciplinari. Da diversi anni poi non mi è possibile separare i mondi, perché più vivi più sai che la vita va ascoltata nel suo sistema di risonanze. Si tratta, appunto, di costruire e decostruire archivi e così ho dato corpo a Libertà come bene supremo, le tre giornate di osservazione e critica del contemporaneo, intorno ad alcune parole e autori chiave, capaci di muovere concetti e figure. E’ difficile stabilire l’inizio di questo lungo percorso perché ogni cammino si compone di tappe che solo nel tempo si fanno riconoscibili come appartenenti ad una stessa mappa di concetti e relazioni. Ma anche qui direi che, come spesso accade, qualche cosa è iniziato quando qualcos’altro si è rotto.
Ci sono momenti di frattura grazie ai quali matura la consapevolezza di un passato che – insieme – non è più ed è per sempre. Il Novecento, che in Contro la Purezza è assunto ad emblema del tragico, anche nella mia biografia artistica e quindi umana, ha segnato un’epoca. A partire dal 2000 la mia vicenda umana e il mio segno artistico sono cambiati radicalmente. Questo ha coinciso con l’esperienza del tutto inattesa di frequentare, da quel momento e per alcuni anni, le aule dei tribunali. Quell’esperienza, che oggi infine riconosco come una inusuale “opportunità” di crescita, è stata la strada da percorrere per comprendere i sistemi di auto-rappresentazione della legge e il discorso scenico che essa stabilisce e interpreta.

Non mi sentirei nemmeno di dire che quel sistema giuridico che io ho incontrato sulla mia strada è luogo o mise-en-scene del potere, è piuttosto luogo di alcuni feticci legati al potere come design. Decostruibile peraltro in poche mosse ma quelle mosse non si fanno perché abbatterebbero l’impalcatura che le sostiene. Ebbene, forse veramente l’iter di Libertà come bene supremo è nato lì, nelle aule dei tribunali dove ero chiamata a dare testimonianza.

Mai prima d’allora avevo capito così a fondo le ragioni di una lingua che chiama “atto” sia la scrittura giuridica, sia la scrittura scenica. L’esperienza della legge come mise-en-scene è stata toccante e costruttiva per comprendere che il diritto non è strumento o domanda di giustizia, è invece lo strumento concepito per mantenere la “stabilità”. Citando Fusaro: “Leggi, costituzioni e patti sono gli elementi stabilizzanti degli affari umani, sono uno dei modi specifici in cui il mondo è introdotto nell’esistenza dell’uomo.”
Nel fare esperienza della legge attraverso alcune micro ottusità del sistema burocratico, ho sentito necessario e indispensabile ragionare intorno alle questioni della norma, della legalità e del consenso, così come sulle questioni della cittadinanza e della clandestinità, dellintegrazione e dell’esclusione sociale, praticati in nome della legge. Avevo già a cuore in quegli anni la vicenda intellettuale di Hannah Arendt, ma l’incontro più recente, nel 2007, con il lavoro documentario di Eyal Sivan è stato la messa a fuoco definitiva. Libertà come bene supremo si è quindi articolato nel corso di due anni circa, riflettendo intorno alle dinamiche del consenso, alla figura del burocrate, intorno alla mise en scene del sistema processuale, come luoghi che confinano la coscienza nei sistemi normativi.
Molti sono stati in questi anni gli autori di riferimento, in ambiti che vanno dalla filosofia all’anarchitettura al cinema alla musica alla poesia: Bachmann, Levi, Derrida, Matta-Clark, Nono, Benjamin, Arendt, Zambrano… insieme alle parole che si cercano o che ti vengono a cercare, loro compongono quell’Archivio Sensibile a cui penso da tempo.

Libertà come bene supremo più che una riflessione appare come una dichiarazione di intenti. Ma anche una dichiarazione di lotta. Nel corso delle giornate sono stati affrontati i temi delle differenze e delle divergenze, dei saperi che giovani, di quelli dimenticati e di quelli censurati e quindi delle forme artistiche, del loro presente e del loro futuro. Quali sono le parole chiave di questa lotta?

All’interno di Libertà come bene supremo sono state individuate alcune catene concettuali e intorno a queste si sono articolati i flussi discorsivi, visivi, acustici delle tre giornate. “Elogio della disobbedienza”, “Politiche della memoria”, “Piccole patrie” sono state le tre tracce utili ad aprire i varchi. Nell’interrogarsi intorno alla libertà e nello stabilire un suo valore di bene immateriale, ci si interroga sulla libertà di e da cosa. Inoltre ci si interroga su quel “bene” come valore non negoziabile. Ho già scritto altrove che la libertà che il titolo esprime e rivendica, è quella dell’individuo ad essere persona. Rivendica il diritto dell’individuo alla propria disabilità creaturale, ad una vita degna in quanto unità di persona e in quanto parte sociale; dignità della condizione umana in sé disabile – perché imperfetta e finita – che sa che nella libertà della persona si fonda la società degli individui.
Sento di potere confermare questo punto di vista anche ora che le giornate si sono svolte e che a noi che l’abbiamo testimoniato è rimasto un tesoro da condividere.
Penso all’incontro con Eyal Sivan, alla sua lectio magistralis che ha affrontato alcune grandi catene concettuali e figure antropologiche: libertà e disobbedienza, vittima e carnefice, e che individua nella dicotomia tra vittima e carnefice il momento fondante del filmico, della tradizione cinematografica del Novecento. Riprendendo da una parte le tesi di Hannah Arendt e di Walter Benjamin dall’altra, egli sottolinea che non esiste alcun documento/monumento della storia che non sia al tempo stesso un documento della barbarie e pone in netta relazione la tradizione cinematografica del diciannovesimo secolo con la tradizione occidentale della barbarie. Non lontano, anche se con esperienze diverse il contributo di Marco Aime, che ricorda come i sistemi identitari nazionali ed etnici siamo spesso programmi di occupazione coloniale e vandalismo culturale. Aime ha condotto una riflessione intorno ad alcune delle retoriche comunicative e mediatico/politiche del presente, che attraverso l’utilizzo di parole come cultura, identità, tradizione, costruiscono immaginari affinché essi vengano percepiti come realtà.
Capiamo allora come si fa indispensabile indagare la relazione tra due soggetti critici: il cineasta e lo spettatore – in ambito filmico documentaristico ma potremmo dire in ambito artistico tout court – e tra l’occupante e l’occupato o tra il giudice e l’imputato, tra il cittadino e il clandestino, negli ambiti delle legge, della politica, dei sistemi di governo mondiale e quindi della società.

Affermi che vi siete interrogati sul lascito del Novecento, un secolo crogiuolo nel quale si sono prodotte, fuse, temperate idee, linguaggi, innovazioni. Sembra indubbiamente essere il secolo per eccellenza dove fra conflitti e rinascite tutto è stato possibile.
Qual’è l’insegnamento di questo secolo e cosa ci è dato di mantenere di tutta quella ricchezza?

Il Novecento ci lascia come ricchezza la propria capacità meta-riflessiva. La peculiarità del secolo è la capacità di pensare sé stesso, di dire sé stesso dall’interno del proprio divenire. Questo quanto emerso nella cornice della giornata dedicata a “Politiche della memoria”, con il contributo di Matteo Cavalleri, filosofo morale e storico. Cavalleri ha affrontato proprio questo tema tracciando dei percorsi tra la “pensabilità del secolo” e la “pensabilità dello spazio contemporaneo”. A partire da una serie di domande: quale rapporto sussiste tra la soggettività del tempo e la soggettività dell’individuo che lo vive? Cosa significa essere contemporanei? Cosa significa pensare il proprio tempo? Dove si pensa il proprio tempo? Quale rapporto sussiste tra l’esperienza di uno spazio, di un tempo e le forme della loro stessa rappresentazione? ci ha condotti in un gioco a tre tra arte, memoria e politica, per giungere alle politiche dell’abitare, per indagare la pensabilità stessa di queste questioni, la loro centralità nella delineazione di nuove geografie del contemporaneo.

Sembrano essere tre i punti cardine di questa libertà e non sono più quelli ai quali eravamo abituati: disobbedienza, memoria e parola, quest’ultima meglio se straniera. Cosa ci si può fare con questi concetti?
Si possono insegnare, tramandare, renderli vivi?

In Comprensione e politica, il secondo dei saggi presenti in La disobbedienza civile e altri saggi Hannah Arendt scrive che “La nascita dei singoli uomini, essendo nuovi inizi, riafferma il carattere originale dell’uomo in misura tale che l’origine non può mai diventare una cosa del passato; il fatto stesso della continuità memorabile di questi inizi nella successione delle generazioni garantisce una storia che non può finire perché è la storia di esseri la cui essenza è l’inizio.”

Partirei da qui, da un inizio che si ripresenta all’incontro con la storia. Questo inizio è insieme garanzia e condanna.

Il nostro tempo usa in maniera insistente e spesso ambigua e il termine “memoria”. Eppure la memoria in sé stessa non educa e non migliora. La memoria del genocidio armeno non ha evitato il genocidio degli ebrei e la memoria della persecuzione ebraica non ha evitato le politiche di apartheid verso i Palestinesi. Agire contro i totalitarismi significa comprendere le loro radici e il loro sviluppo, che sono le radici e lo sviluppo della natura e delle relazioni umane.

Quando Hannah Arent indaga le questioni della disobbedienza civile e della libertà, li pensa come “atto” politicamente rilevante. Il passaggio da fare è quello che conduce la disobbedienza civile agita dall’individuo, verso un atto collettivo e quindi della politica. La disobbedienza civile non è quindi il tavolo di un nuovo sistema di interessi, ma un costante esercizio di opinione. In quanto tale, cioè in quanto esercizio di opinione, occorre capire i processi in virtù dei quali diventiamo soggetti, e citando l’intervento di Leghissa alle giornate di Libertà come bene supremo, “quali sono le condizioni e le possibilità del nostro prendere parola, quali sono i contesti istituzionali, narrativi, immaginari e simbolici a seguito dei quali siamo assoggettati a pratiche di potere e di controllo.”
Disobbedienza, memoria, parola sono forse gli elementi e le condizioni capaci di articolare “un’altra narrazione” spendibile nell’arena politica.

 

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