Gaspare Balsamo continua nella sua ricerca.
Questa volta partendo da “Muciara – Non è più un mare per tonni“, spettacolo avvolgente come il mediterraneo e affilato come una frusta, approfondisce la difficile tematica dei migranti.
In “Muciara” fra mattanze antiche, tonni predestinati e odori di eroi e di mare, Balsamo raccontava anche delle nuove mattanze, delle ecatombi degli immigrati, dei clandestini neri e stranieri che s’aggrappano alle reti degli allevamenti sperando che sia l’ultima possibilità per non morire.
Ne abbiamo visti molti fotografati dall’alto, come atolli azzurri chiazzati di scuro, ma non ne abbiamo mai ascoltato nessuno.
Nessuna voce, nessun racconto. Silenzio.
“Tratte …harraga dei mari e dei deserti…”, invece, lascia che da questo corpi fluiscano parole. E lo fa mettendo in scena un sovrapporsi di voci e di ritmi, di toni e di gesti che pure raccontano la stessa storia: in siciliano, morbido come una ninnananna e nel wolof la lingua madre dei griot pacata, sacra e ieratica come un insegnamento divino.
In scena le due culture che si raccontano e si riconoscono, culture di saggezza e di fatica, culture di mancata libertà fisica, ma d’immensa libertà di sogno.
Gaspare Balsamo narra la fuga dei migranti verso la terra di Sicilia, Inshallah.
Mambaye Diop gli fa eco nella sua lingua, ma la meta è sempre la stessa: la terra di Sicilia, Inshallah.
“Tratte -come ci spiega Gaspare Balsamo- si sta sviluppando come un progetto sicuramente ambizioso”
“Mentre lo studio, lo penso e lo scrivo assume sempre più le dimensioni epiche di una epopea, e come un epopea prova ad andare avanti per episodi e passaggi. Un’epopea tanto contemporanea per il suo contenuto del presente, tanto quanto antica per il suo territorio d’appartenenza e di spostamento, un epopea prima di vita statica e che poi si fa anima migrante e nomade per quegli uomini che di Tratte né sono i protagonisti”.


Immerso in un tappeto sonoro dove s’intrecciano kora, oud e chitarra il racconto si fa storia antica, storia della schiavitù: “lavora schiavo! schiavo lavora!” come un ritmo perpetuo queste parole aprono il mondo di un uomo come mille altri:
Un uomo, in una città dell’Africa sub-sahariana, che come suo padre e suo nonno prima di lui è nato schiavo.
Che fin da bambino ha sempre lavorato alle dipendenze del suo padrone tra miseria, malnutrizione, violenza e religione.
E che un giorno decide di fuggire.
Fugge e diventa un ex-schiavo e nomade, come da antica tradizione della sua gente, si sposta tra le terre e le dune e le coste del suo paese continuando a vivere per anni facendo diversi lavori sempre tra miseria e violenza.
La sua libertà di fatto non gli viene mai riconosciuta.
C’è una frase, nel racconto di Mambaye Diop che lascia lo spettatore con il fiato sospeso: “io sono di sabbia”, dice puntando l’indice in alto come a congiungersi con il cielo, perchè la sabbia è sotto la sua pelle, fra i suoi capelli, dentro i suoi polmoni, tanto da fargli sperare -come sabbia- di poter essere trasportato in alto, lontano.
Altrove.
Decide, allora, che vuole essere veramente libero e pensa che l’unico modo possibile per esserlo è migrare e lasciare la propria terra e diventare harraga (migrante) per bruciare le frontiere.
Ma questa è un’altra storia…fine…continua.

“ Tratte -continua Gaspare Balsamo- raccoglie infiniti elementi, sentimenti e fatti dentro una storia appunto nomade. Tratte sono gli schiavi, le sabbie, il treno più lungo del mondo, i pozzi d’acqua, il ferro, la gomma arabica, il mare, le barche, i datteri, le case di fango, le frontiere nell’acqua e sulle dune, i gendarmi, i poliziotti e le marine, i padroni, gli arabi, i neri, i bianchi, il profeta, l’asino e il carretto, il latte dei cammelli, le tende, i pescherecci tecnologizzati, le reti, le navi-fattoria e le navi marina, le coste, il paradiso promesso e quello perduto, la libertà, la morte e la vita”.
A fianco ai due narratori altre voci: quella di Silvia Balossi, l’africana bianca capace di suonare la kora con un sorriso antico ed illuminato ed una voce che sembra aver attraversato le foreste equatoriali (e forse lo ha fatto).
Silvia canta offrendoci vocalità tintinnanti, canta come da sola fosse un coro di donne, canta venendo dal passato.
Canta nonostante ed assieme.
E con lei canta -a tratti- potente e immedesimato Carmelo Cacciola confondendo ancora una volta le terre madri e le terre degli hel hor. Gli uomini liberi.
Inshallah.
le foto sono di Alessandro Faralli


Laureata in lingue e letterature orientali, viaggiatrice e fotoreporter ha vissuto per alcuni anni fra India, Nepal e Sri Lanka per approfondire i suoi studi sull'archeologia e l'arte del subcontinente indiano e come inviata di alcune testate locali. Tornata in Italia comincia a lavorare nell'editoria ma è sempre pronta a riprendere la sua vita nomade e piena di scoperte. Quando non viaggia naviga ininterrotttamente sul web.