Laura Traversi) Chiediamo al Direttore del MACRO, Luca Massimo Barbero, curatore, con Elena Forin, dell’interessante e intensa mostra Urs Lüthi Just Another Story About Leavingdi – in corso sino ai primi di aprile nella sede museale di Via Reggio Emilia a Roma – di darci un suo parere sul lavoro dell’artista e sulla specifica scelta espositiva progettata per il Museo…
Luca Massimo Barbero) Poteva essere ovvio esporre le foto che Urs Lüthi ha fatto qui a Roma grondando così di autoreferenzialità geografica; invece esse compaiono solo in una sezione speciale del libro [N.d.R.: un volume che è in sé una raffinata opera foto-grafica], che l’artista ha scelto di intitolare emblematicamente Just another Sculpture for Roma. Questi scatti sono nati non solo dalla fortissima necessità di Lüthi di confrontarsi in maniera ironica e paradossale con la città e le sue porzioni storiche, ma anche per il ruolo di MACRO in quanto produttore di immagini. Just another Sculpture for Roma diventerà quindi un’esposizione, ma in un altro luogo, che accoglierà l’artista e la città nel suo legame col Museo. Questa mostra per MACRO è quindi sempre la testimonianza di un viaggio, che poi è uno degli elementi della sua poetica. L’altro tema che lo accompagna è quello di sfuggire ad ogni ridondanza pur procedendo sempre a partire da sé, ma trovando ogni volta nuovi percorsi per questa sua straordinaria alterità.
Qualsiasi cosa eccessivamente appealing [N.d.R.: attraente] viene costantemente elusa in nome di una ricerca al di fuori e, al medesimo tempo, attraverso se stesso. Penso al Padiglione Svizzero della Biennale del 2001 e al suo proporsi con una lucidità demenziale che ne ha confermato ulteriormente la straordinarietà. Nelle fotografie delle nature morte sono visibili anche le sue radici, la sua casa, le sue forme, che rendono il Museo un osservatorio sulla sua esperienza e i suoi luoghi. Guardando invece la nuova scultura progettata appositamente per Roma si può comprendere meglio anche quell’opera magmatica in cui dalla materia emergono delle teste (suoi autoritratti anche in questo caso), e il suo comparire – da vecchio – in casa sua e nel suo studio: Lüthi nell’intimità della propria casa si vede col tempo passato. Contemporaneamente, in Italia, ecco la figlia che danza [n.d.r.: in un video, in mostra] lasciando intravedere un’altra matrice, un’altra cultura e, devo dire, una visione del proprio lavoro, della necessità, per se stessi. Degli artisti della Body Art nessuno ha avuto una svolta simile, né Marina Abramovic, né nessun altro. Infatti, sono tutti all’interno della loro… ridondanza. Addirittura ripropongono le loro storicità e da queste creano filoni. Quello di Urs invece è proprio un isolamento: è completamente isolato e completamente raggiungibile da tutti. E’ molto difficile che un artista già così centrale e maturo, come dire, malgrado sé, negli anni ’70 abbia avuto una simile evoluzione. Penso a tutti i maestri di quella generazione: sono arrivati, adesso, ad un monumentalismo spaventoso, mentre questa lucidità è rara. Povertà e transitorietà erano le loro regole negli anni ’70; ora invece sono tutti finiti a fare dei monumenti.
L. T.) Nell’incontro che ho avuto con Lüthi- e che alleghiamo di seguito – mi ha rivelato e più volte confermato una percezione positiva dell’ Italia…
L. M. B.) Urs pensa, lo ha detto anche nel catalogo, che nella critica troppo spesso ci sia un rifiuto per le influenze, per le radici e per la continuità dell’arte contemporanea in nome di una ossessiva ricerca del nuovo, del neo-, di altre avanguardie. Lui dice, invece, che c’è una stratificazione, che ci sono rimandi, e anche “ambiguità dei rimandi”. Penso che per un italiano queste ambiguità entrino in gioco più che per uno svizzero o un tedesco. D’altra parte, potremmo pensare al rispetto dei nordici per il demiurgo dell’arte: non dimentichiamo che il pubblico italiano è drammaticamente smaliziato… Con un termine davvero poco storico-artistico, direi che è smaliziato e, viceversa, può anche aprire delle porte in modo del tutto inaspettato. E’ questo che fa la differenza tra il pubblico in generale e il pubblico abbottonato e ingessato degli addetti ai lavori. Il problema secondo me è un altro, e nasce dall’idea di dover sempre essere tutti dentro la contemporaneità. Come quelle persone che dicono di esser educate e che quindi applicano rigidamente le regole dimostrando di non avere educazione. L’educazione non è rigidità, è sapere come muoversi e poi fare esattamente l’opposto, cosa che poi può essere perdonata… Questo è anche l’atteggiamento nei confronti dell’arte contemporanea. Quindi grande rispetto, ma anche un po’ di libertà, elasticità, fantasia… esattamente quello che è e quello che fa Urs Lüthi.
Proprio l’artista, che non concede mai interviste, ne ha rilasciata una, lunga, informale ma molto puntuale, alla redattrice: con lei parla della mostra al MACRO ma tanto anche di altro… Pubblicata si “art a part of cult(ure)” il 20 dicembre 2009, la riproponiamo di seguito.
Laura Traversi) La situazione italiana rispetto a quella estera. A grandi linee, cosa ti senti di dire?
Urs Lüthi) E’ difficile da dire quando l’arte di cui si parla è quella contemporanea. E’ diventata qualcosa di mondiale, ma in fondo è un mondo piccolo. Come molto della vita di oggi, lo è perchè c’é Internet e questo la fa ancora più piccola.
In Italia c’é forse un aspetto, come si può dire…: l’italiano ama l’arte, ogni persona ha un rispetto per l’arte. Quando sono in Italia, mi dicono sempre: Maestro, come va? Capisci? In Germania si è trattati più come dei ladri [ride], quando si è degli artisti. Il rispetto per l’artista è totalmente diverso in Italia. Forse è una cosa che dipende dalla storia e dalla cultura antica che c’è qui, è un rispetto profondo, profondo… si dice?
L. T.) Sì, profondo, come no..
U. L.) Profondo… ma per quanto riguarda le tendenze, il mercato, si tratta di qualcosa di diverso e globale. E’ successo, è avvenuto. Solo che vedo sempre che gli italiani amano tanto avere la loro arte italiana. E questo mi sembra giusto, anche.
L. T.) Forse però il mercato italiano è anche piccolo e molti artisti giovani hanno difficoltà…
U. L.) Ma ci sono tantissimi collezionisti, in Italia, forse più che in tutti gli altri paesi del mondo, anche più che negli Stati Uniti, cioè sono più concentrati; e anche collezionisti diversi da quelli grossi, dai grandissimi che si conoscono in tutto il mondo. In ogni villaggio c’é un collezionista o due, o tre, e anche una galleria.E’ veramente una cosa che non si trova in altri paesi.
L. T.) E’ confortante perchè la percezione che noi possiamo avere, come italiani, non necessariamente coincide con questa tua… se tu hai un feed-back positivo dall’ Italia, senz’altro realistico, in un certo senso, quello che dici della Germania noi lo sentiamo anche qui, ma in altre forme.
U. L.) Ma meno che in altri paesi. Forse per l’artista giovane in Italia ci sono altri problemi, ma è più facile essere artista qui. Non ci si deve difendere tanto come artista, in Italia.
L. T.) Però’ il giovane artista non ha grandi supporti. Le Accademie sono abbastanza scollegate dalla rete delle Gallerie.
U. L.) Questo sì.
L. T.) La formazione che possono avere, poi, li lascia impreparati…
U. L.) Sì, sì, le Accademie sono povere, penso, emolto stile Accademia del Novecento, troppo classiche. Per esempio, in Germania [Lüthi insegna a Kassel dal 1994] abbiamo un sistema completamente diverso per le Scuole d’arte. Io sono professore da quindici anni e lì non è più una Accademia in senso classico e neanche una scuola: è un laboratorio per l’arte contemporanea. Da noi le metodiche sono diverse, tutto è diverso: Kassel non è più una strutturadove si dipinge, si fanno studi o si copiano gessi… Si fa ricerca sull’arte contemporanea. E’ un’altra cosa. Ma la Germania è l’unico paese in cui succede. Non c’è niente di simile negli altri paesi. Neanche in Inghilterra, Francia…
L. T.) Ci sono molti scambi con l’esterno, con artisti, molti visitig professors?
U. L.) Si, la comunicazione tra le persone è molto importante.
L. T.) Infatti, questo sistema lo si pratica molto anche nelle istituzioni tedesche di Storia dell’arte come la Biblioteca Hertziana di Roma o il Kunsthistorisches di Firenze.
U. L.) Si, è vero, in queste cose i tedeschi sono molto più avanti degli altri. Hanno capito che, nella formazione, ci deve essere apertura, ampiezza di vedute.
Un’altra cosa che mi pare di poter dire è che sembra difficile per gli artisti italiani andare fuori. L’artista italiano non lo fa molto… forse vive bene, troppo bene, nel suo paese? Con la vostra buona cucina, gli spaghetti… [ride]: così diventa facile, tante volte, penso, non riuscire a staccarsi. Viceversa ci sono molti artisti italiani famosi all’estero. Io penso che la vostra arte ha una reputazione grande e forte, nel mondo,anche in Germania. Vale per tanti degli artisti emergenti…
Urs Lüthi Just Another Story About Leaving è in corso sino al 5 aprile 2010.


Laura Traversi, laureata e specializzata in storia dell’arte all’ Università “La Sapienza” di Roma, ha svolto, tra 1989 e 2003, attività di studio, ricerca e didattica universitaria, come borsista, ricercatore e docente con il sostegno o presso i seguenti istituti, enti di ricerca e università: Accademia di San Luca, Comunità Francese del Belgio, CNR, ENEA, E.U-Unione Europea, Università Libera di Bruxelles, Università di Napoli-S.O Benincasa. Dal 2004 è docente di Storia del collezionismo presso l’Università degli Studi di Chieti-Università Telematica Leonardo da Vinci.
Ha pubblicato saggi ed articoli in riviste specialistiche italiane e straniere, atti di convegni in Italia e all’estero, opere enciclopediche, volumi collettivi, sui seguenti argomenti: ritrattistica e storia del collezionismo, pittura leonardesca, ebanisteria, medaglistica e scultura, materiali e tecniche artistiche, tecnologie scientifiche applicate allo studio delle opere d’arte.
meraviglioso artista, Direttore simpatico, alla mano, colto e intelligente, al quale forse manca quel coraggio – e quel danaro? – per operazioni di più importante valorizzazione dell’arte contemporanea anche italiana.
stamattina leggendovi ho pensato: che fine ha fatto la mosra antologica su Dorazio? La faranno prima a Torino, o gli americani? Senza nulla togliere a Urs, intenso, drammatico, onesto artista che l’articolo affronta anche nella sua umanità (e ingenuità, quando parla di italia e italiani!!!!!!!)
Grazie
Notevole, anche l’intervista RARA ad un artista schivo quando si tratta di parlare di se stesso al di fuori dell’opera d’arte… Ottimo lavoro, Traversi!
una bella molstra, un artista intenso e anche nelle sue parole qui se ne capisce la grandezza. Luca max barbero sembra uno a posto, perbene, aperto e disponibile: ce la farà a reggere e a risistemare una Collezione del MACRO sottotono (e sotterranea????)