approfondimenti, focus on | 7 marzo 2010 | 1.678 lettori condividi su: Facebook Twitter

Focus on: Napoli: Intervista a Rosaria Iazzetta | di Maya Pacifico

di Maya Pacifico

Una volta tanto l’arte non si chiude in una ristretta cerchia elitaria ma scende per strada, si fa veicolo di protesta, scuote le coscienze con immagini scioccanti. Rosaria Iazzetta è un’artista che ti sbatte in faccia la verità senza tanti complimenti, con il coraggio di proporsi a contatto diretto con la realtà più scomoda e dura della periferia di Napoli. Ha esposto striscioni da stadio con scritte cubitali che inneggiano a messaggi di speranza e cambiamento sulle famigerate vele di Scampia, quelle che hanno fatto da sfondo al film Gomorra. Perfezionatasi in scultura in ferro alla Tokio National University, ha realizzato una serie di sculture che spesso ha esposto in luoghi pubblici, a diretto contatto con la gente che passava per veicolare meglio il suo messaggio. Un messaggio che vuole colpire proprio il punto debole del complesso rapporto tra arte e potere, proponendo la visione dell’artista come opposta alla propaganda del sistema dei consumi. Ha ideato una campagna pubblicitaria per il comune di Ercolano per sensibilizzare la popolazione rispetto a uno dei problemi più diffusi nel loro ambiente di vita: il progressivo infiltrarsi del sistema camorristico in tutti gli strati sociali. PnP – Progresso, non Pubblicità – titolo del progetto – mostra l’altra faccia della realtà criminale: non ricchezza ma degrado, non potere ma morte, non civiltà ma vuote ambizioni, violenza, schiavitù, dipendenza. Un ragazzo giovane, troppo giovane per morire, giace in una bara piena di oggetti d’oro, oggetti sacri, inconsueto corredo funebre per una morte, inevitabile, come l’avidità che la ha alimentata: Tutto ciò che porterai con te è la tua coscienza recita la frase ai piedi dell’immagine, una riflessione sulla vanità della speranza di poter migliorare le proprie condizioni di vita. Quello che Rosaria Iazzetta vuole ottenere, mettendosi in gioco con tutta se stessa,è raggiungere quella parte della popolazione che non va a vedere le mostre d’arte nei musei e nelle gallerie private perché ha un livello bassissimo di qualità della vita, perché è tagliata fuori dalla cultura e dall’informazione, perché è emarginata nei quartieri ghetto dove la civiltà latita, dove non esiste neanche una controcultura, una presa di coscienza politica o sociale.

Maya Pacifico: Quand’è che hai deciso di affrontare il tema della Camorra in modo così diretto?

Rosaria Iazzetta: Ho vissuto per 5 anni in Giappone dove questa realtà era molto lontana, quando sono tornata mi sono resa conto che non potevo fare finta di niente perché vivevo in un posto dove la vita quotidiana è sottoposta al sopruso camorrista in tutte le sue forme. Non potevo voltare la faccia da un’altra parte e fare finta di non vedere, ho capito che l’arte poteva essere lo strumento per rappresentare questa realtà , che aveva il dovere di farlo.

M. P.: Credi che l’arte abbia la capacità di essere incisiva in questo senso?

R. I.: Sono sicura che l’arte può fare molto da questo punto di vista: L’arte può, anzi deve dare un messaggio di speranza. La gente che vive quotidianamente in una realtà come quella di Scampia non ha niente a cui aggrapparsi, non vive un’esperienza estetica ma solo il degrado, l’impossibilità di immaginare una vita diversa. Molte di queste persone non hanno mai visto il mare, non sono mai uscite dal loro rione. L’arte può essere un modo di tendere loro la mano di far vedere che la bellezza esiste, che anche loro hanno diritto a una vita accettabile. Quando ho realizzato il set fotografico lì nel quartiere delle Vele ho coinvolto il pubblico, ho detto loro che potevano venire a vedere l’esposizione delle foto nel Centro Hurtado, dove ci sarebbe stata l’inaugurazione… ma la gente non voleva, si vergognava,gli abitanti del quartiere non erano abituati a frequentare luoghi di cultura, non credevano di essere all’altezza. E’ stato allora che ho capito che dovevo essere io a portare l’arte da loro.

M. P.: E cosa hai fatto allora?

R. I.:E’ nato il progetto PnP – Progresso non pubblicità – come una serie di immagini capaci di produrre un impatto visivo per opporsi al dilagare della criminalità. Il comune di Ercolano, il cui sindaco è molto sensibile al tema, ha iniziato questa campagna permettendomi di affiggere i miei lavori ingranditi come cartelloni pubblicitari nei punti cruciali della città: abbiamo utilizzato anche la chiesa. Le immagini e i messaggi sono stati concordati con gli abitanti del luogo che sono stati completamente coinvolti nel progetto. Non ho voluto imporre l’intervento estetico come un qualcosa che proveniva da fuori, ma come qualcosa da integrare nell’ambiente in cui vivono gli abitanti, qualcosa che loro hanno sentito come proprio. Alla fine erano contenti, percepivano la bellezza di quelle immagini e l’importanza di avere avuto il coraggio di esporle, ma pensavano anche di non avere il diritto di esprimerlo ad alta voce, per paura che la camorra glielo avrebbe fatto pagare.

M. P.: Tu personalmente sei stata minacciata?

R. I.:Io non ho subito dei soprusi in prima persona, ma trovo sia stupido aspettare di subire una violenza per poi parlarne. Si crede che le persone che devono raccontare la verità debbano essere anche quelle che hanno subito questa cosa sulla propria pelle: non devo aspettare che ammazzino mia madre per poter parlare della camorra. Io non ho subito soprusi ma il mio vicino di casa si, e domani può accadere a un amico o a un parente, questa è la realtà in cui viviamo.

M. P.: Eppure sembra esserci una sorta di indifferenza verso questo tema, soprattutto da parte dell’ambiente della cultura…

R. I.: Ci sono artisti che mi chiedono: ma ti conviene? Non è meglio che ti concentri su altre cose? C’è una assuefazione, una rassegnazione a tutto quello che non va. Ma io che altro potrei fare? Fare finta di niente permette che altra gente venga uccisa… è l’indifferenza che uccide, che alimenta questo sistema. L’arte è il mezzo per raccontare una realtà così difficile e così mistificata, una realtà che possiamo tentare di cambiare solo grazie alla nostra forza individuale. Pensa soltanto a Roberto Saviano, un giornalista che vive sotto la costante minaccia di morte solo perché ha fatto il proprio dovere. Se noi tutti facessimo il nostro dovere… la camorra diverrebbe una minoranza, non avrebbe più potere, sarebbe annientata, ridicolizzata.

M. P.: Adesso a cosa stai lavorando?

R. I.: Sto raccogliendo in un libro tutte le testimonianze di quelli che hanno subito dei soprusi. Molte di queste persone si sono riscattate, ne sono uscite fuori. Uno di loro mi ha raccontato che ha iniziato la sua carriera criminale a 14 anni, perché non poteva fare diversamente; era quella la realtà in cui viveva, sarebbe stato considerato uno stupido se avesse fatto qualcosa di diverso. Poi ha incontrato un prete che gli ha fatto vedere che una vita diversa è possibile, ed è stato fortunato perché è riuscito a crearsi un’altra vita, altri, molti altri sono morti.

M. P.: E’ stato difficile realizzare i progetti in situazioni così difficili?

R. I.: L’idea di affiggere gli striscioni a Scampia è nata dal fatto che lì, in quel quartiere mancava anche la pubblicità: nessuno ha mai pensato di investire un centesimo in quella zona perché non ci sarebbe stato un ritorno economico: Dolce e Gabbana non metterebbero mai un cartellone per pubblicizzare i loro prodotti lì, dove le fabbriche abusive che vendono il loro marchio falsificato sono così diffuse. All’inizio questo progetto fu ostacolato, abbiamo dovuto chiedere decine di permessi e spesso ci sono stati rifiutati. Ora è bello sapere che ci sono e che gli abitanti della zona usano le frasi per indicare questi luoghi anonimi, disumani. Gli innamorati se si devono dare un appuntamento indicano il posto con il titolo della scritta, ad esempio quello su uno degli edifici che dice: “Quando il vento dei soprusi sarà finito le vele saranno spiegate verso la felicità”, oppure : “Quando la felicità non la vedi, cercala dentro”. Sull’ufficio della ASL abbiamo montato quest’altra: Amore Senza Limiti, che è l’acronimo di Azienda Sanitaria Locale e sul Mercato abbiamo messo: “A chi ama è consentito ridere”.

M. P.: Hai incentrato tutto il lavoro su un messaggio d’amore?

R. I.: Questo tema lo avevo già affrontato anni fa in una mia mostra in Giappone intitolata Love Evolution che descriveva come è cambiato l’amore. Lì il problema è diverso: l’amore viene visto come qualcosa di esterno al soggetto, qualcosa che si può acquistare. Culturalmente i giapponesi non sono motivati a guardarsi dentro, sono rivolti verso l’esterno altrimenti il sistema non reggerebbe, devono alimentare una catena dei consumi nella quale anche l’amore è un prodotto come un altro. Mi ricordo che mi chiedevano la ricetta per la felicità, credevano che io potessi spiegare loro come essere felici, ma l’amore non è qualcosa di esterno al nostro essere individui, è qualcosa che va cercato dentro noi stessi.

In questa situazione dove non si riconosce più il bene dal male, la legalità dall’illegalità l’arte deve essere un veicolo per portare alla ribalta questo messaggio. Tendere una mano può aiutare chi è ancora sano, può salvare chi ha preso una strada sbagliata .

M. P.: Qual è il tuo prossimo progetto ?

R. I.: Sto raccogliendo una serie di scatti fotografici che testimoniano un altro tipo di soprusi, quelli autorizzati dallo stato . Nessuno può protestare contro queste ingiustizie perché vengono commesse dai tutori della legge , da quelli che dovrebbero fare il loro lavoro e invece non lo fanno perché sono collusi. Qui in Campania la nostra vita è manovrata in tutti i modi: dai medici che riservano i posti in ospedale agli affiliati della camorra ai carabinieri che incamerano la merce sequestrata, ai finanzieri che taglieggiano i commercianti.. è un sistema nel sistema e lo stato non interviene, così spesso la gente preferisce avere a che fare con i camorristi perché i tutori della legge sono peggio di loro.

M. P.: Ma come farai a mostrare queste cose? Puoi denunciarli così?

R. I.: Naturalmente i soggetti degli scatti non saranno riconoscibili, i volti non si vedranno… deve essere tutto emblematico, rappresentare questa sopraffazione quotidiana e dimostrare quanto il confine tra legalità e illegalità è diventato labile. In uno di questi scatti vediamo solo il il torso e le gambe di questi uomini… riconosciamo che sono carabinieri solo da alcuni particolari, dalla riga sul pantalone della divisa alla paletta. Mi sembra un giusto argomento di discussione che ci permette di andare oltre ciò che diamo per scontato, che , attraverso il mezzo fotografico, può farci comprendere con immediatezza quanto l’ideologia camorrista sia diventata una forma di mentalità.

 

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8 Commenti

  • contributo davvero eccezionale come il progetto che testimonia. un modo davvero diverso di armare / amare l’arte. grazie

  • Vero, un’artista coraggiosae intensa, un’intervista che lo testimonia. Davvero complimenti per questo vostro importante lavoro, culturale, divulgativo, etico!

  • Quando a Napoli ci si mobilita, anche culturalmente, si riesce a giungere al cuore e all’essenza del problema e delle questoni, in maniera fenomenale!

  • Sì io sono d’accordo co Lucio, Giò &C.!

  • Napoletana io…e negli occhi testimone di tanta speranza…anche e soprattutto “attraverso” l’arte contemporanea.

  • Molto interessante

  • molto interessante e molto da impararare di questo mondo del sud dove viviamo. complimenti maya mamma.

  • non ci poteva essere altra conferma sull’idea che l’arte parla a tutti…e lascia tracce profonde.

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