approfondimenti, arti visive | 9 marzo 2010 | 974 lettori condividi su: Facebook Twitter

Chris Burden, Gagosian Gallery | di Giovanna Sarno

di Giovanna Sarno

Quando commentiamo grandi nomi e grandi gallerie siamo sempre un pò all’empasse; ci si vorrebbe lineari, capaci di scrivere gran complimenti e alambiccarsi per compiacere il senso comune. Qui su “art a part of cult(ure)”  possiamo anche non farlo.

Sabato 13 febbraio sera di vernice  a via Crispi, mostra di Chris Burden, come sempre si crea il traffico davanti la galleria e un’allegra festa di paese, che a noi romani piace tanto.  Fin dalla strada l’impatto con la civiltà raffinata e opulenta americana è immediato, la galleria Gagosian incorpora il commercio oligarghico internazionale, insostituibile nell’universo artistico, direi come l’artista che beve o il critico che non si ricorda i nomi…
Se siete fortunati le porte sono già aperte, se no dovreste impegnarvi a spingere un lastrone di cristallo di otto metri quadrati che vi farà perdere in nochalanche. Il bianco minimale vi inghiotte in dimensioni palladiane, poi stipati su per la scala, dove bisognerà salutare almeno 30 persone ed ecco si entra nello splendido spazio ovale, che tra finestroni cielo terra, è un vero tempio dell’arte.

Questa di Chris Burden è un installazioni che lascia perplessi per la sua xenofoia innocente e negata, composta da 3 momenti collegati tra loro.Tre opere : un gazebo, memoria dei giardini indiani, struttura made in china, haimè non molto romantico, una grande tenda da sceicchi, creata da 4 comuni ombrelloni, tutta veli di nylon e tappeti, lumicini e musica turca e un video, che predice l’apocalisse incolpando un tipo specifico di umanità.
Chis Burden è nato in america nel 46, dove vive e lavora, creando installazioni che nascono dal gap delle macro contraddizioni.

La discrepanza tra lo spreco e un’arte che raccoglie e conserva viene  ben rappresentata nella sua installazione permanente di 200 lampionì storici restaurati, Urban Light , 2008, per il  Los Angeles County Museum  ( LACMA). La contraddizione tra i grattacieli, prerogativa di un’America vittoriosa, e una costruzione instabile e inutile: la mega scultura di 20 metri, fatta con pezzi giocattolo, tipo meccano, intitolata What my dad Gave me costruita nel 2009 al centro di New York , al Rockefeller Centre.

Le opere di Burden sono divertenti, grandi, dall’associazione facile anche un pò agghiaccciante. Qui a Roma e nella vetrina di Gagosian ci hanno soddisfatto con Kiefer, Calder e le bellissime vetrate di farfalle di Hirst; ora è il turno di questo monumento dell’arte americana. Ci lascia, però, perplessi il  video in cui Burden è San Giovanni, in un primo piano a filo d’acqua, tipo brodo primordiale, e paventa l’apocalisse: il triangolo perfetto tra cani selvaggi, cani addomesticati e l’uomo sapiens si sta autodistruggendo per via dell’introduzione di uomini selvaggi che si distinguono per le cucine che puzzano e dalle donne laide vere p… (!) Allora, il video sarebbe il fautore di un’interessante teoria astratta, se non fosse preceduto da un chiaro rimando alle popolazioni inslamiche o comunque all’ex secondo mondo. Noi accettiamo tutto basta che sia palese…

Abbiamo interrogato Burden sul legame tra il video xenofobo e le simboliche scenografie scelte per l’installazione ma il nostro docile artista si è soffermato sui particolari tecnici e non sui riferimenti tematici…
Alla domanda se esiste un limite nell’esagerazione in arte, in rifermento alle sue performance estreme – tipo il tiro alla corda tra una gru e 50 fiat500 al  Macro future – l’artista risponde “no, non c’è limite all’espressione artistica” e ha ragione.

Gagosian Gallery
Chris Burden
The heart : Open or Closed
13 Febbraio -27 Marzo 2010

 

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