approfondimenti, arti visive | 12 marzo 2010 | 1.884 lettori condividi su: Facebook Twitter

Samagra: Anna Maria Colucci. L’Arte anni Sessanta e Settanta, la sperimentazione, l’impegno femminista, la pittura Zen | Intervista di Manuela De Leonardis

di Manuela De Leonardis

Roma. Sulla Cassia, un piccolo spazio che profuma di Oriente avvolge lo spirito libero di Samagra (all’anagrafe Anna Maria Colucci, nata a nata Verbania nel 1938). C’è un “Om” – solenne e sacra invocazione, suono dell’universo da cui parte tutta la creazione – fatto di frammenti di specchio su un angolo della parete. Sul tavolino basso è poggiato un libro di Osho e, sul pavimento, un colorato calendario Maya. Da Goa, dove l’artista da tempo vive circa sei mesi l’anno, provengono anche quei raffinati sandali indiani verde pistacchio e l’abito di seta cangiante che più tardi saranno indossati. Se questo romano è un luogo di transito, lo studio vero e proprio è nel centro storico di Sant’Oreste, dove sono conservati alcuni lavori degli anni Sessanta, ricordo degli anni all’Accademia di Belle Arti.

“Lì feci amicizie bellissime e nutrienti: Pino Pascali con cui sono stata fidanzata per alcuni anni, Giulio Turcato Gastone Novelli, Tano Festa, Gianni Kounellis, Sergio Lombardo, Tacchi e Mambor, Anna Paparatti, Carla Accardi, Eliseo Mattiaci, Mario Ceroli, Francesco Ravizza, Gino De Dominicis, Filiberto e Bianca Menna, Plinio De Martiis…”,  racconta l’artista.

“Eravamo veramente un bel gruppo e la sera stavamo tutti da Rosati a Piazza del Popolo, facendo su e giù con La Tartaruga. Andavamo alle varie feste a casa di Cy Twombley, Giorgio Franchetti, Giordano Falzoni con il Gruppo 63… c’erano anche gli artisti di Torino che avevo conosciuto tramite un’amica, la pittrice Franca Chiabra, Aldo Mondino e Pistoletto, Mario e Marisa Merz”.

Ricordi di intense connessioni intellettuali e affinità elettive stroncate, nel ’68, dal tragico incidente in motocicletta di Pascali. Un passaggio traumatico che in lei si manifestò con la ricerca di stabilità: “Volevo una vita normale e una famiglia. In quel periodo facevo la stilista, lanciai una moda di vestiti strappati e ricuciti macchiati e scoloriti. Mi sposai con un giovane artista napoletano scanzonato e ribelle, Sergio Rispoli, eravamo innamorati per cui un figlio ci stava proprio bene. Nel ’71 nacque Gian Paolo. In famiglia dipingevamo tutti sui muri, sui tavoli, sulle sedie…”. Un periodo segnato da fermento intellettuale misto a giocosità.

La villa ai Parioli, dove oggi vive Giorgio Albertazzi, era sempre aperta: “un punto di riferimento per tantissimi amici, da Umberto Eco a Luigi Ontani, Francesco Clemente, Achille Bonito Oliva…”.

Nel 1976 Anna Maria Colucci, insieme ad altre dieci donne – Carla Accardi, Nilde Carabba, Franca Chiabra, Regina Della Noce, Nedda Guidi, Eva Menzio, Teresa Montemaggiori, Stephanie Oursler, Suzanne Santori e Silvia Truppi – danno vita alla Cooperativa di Via Beato Angelico n. 18. La scelta stessa di dedicare la prima mostra ad Artemisia Gentileschi fu il manifesto stesso del gruppo: “un unico quadro, un’artista del passato, un giornale sull’artista fatto solo di citazioni di documenti e testimonianze d’epoca.” – scriveva Elisabetta Rasy il 9 aprile 1976 su “Paese Sera”“Una proposta irregolare per recuperare uno spazio al femminile per le donne che si muovono nell’ambito delle arti figurative.” Nello spazio della Cooperativa si alternano le mostre di ciascuna artista, fino a quando il desiderio di ricerca di un percorso individuale si fa sempre più forte e il gruppo si scioglie.

Dal 1981 Anna Maria è seguace del pensiero di Bhagwan Shree Rajneesh (Osho), è lui che le ha assegnato il nome di Ma Prem Samagra (vuol dire “Integra”). “Tutta la mia sofferenza finì di colpo con la meditazione”. Da anni, senza alcun rimpianto, Samagra si è lasciata alle spalle una carriera che non sentiva appartenerle per dedicarsi ad una forma d’arte carica di spiritualità: la pittura Zen.

In dettaglio, trent’anni fa, nel 1976, nasceva la Cooperativa del Beato Angelico…

“Sì, un’idea di Carla Accardi. La portammo avanti insieme ad altre artiste – eravamo in tutto undici, donne forti, sensibili e intelligenti, una più interessante dell’altra – con cui avevamo fatto autocoscienza per sei anni. Dopo essere andate in profondità per così tanto tempo decidemmo di fare qualcosa di creativo. La Cooperativa aveva sede nello spazio di Via Beato Angelico, un luogo dove ognuna di noi potè organizzare le proprie mostre in maniera autonoma. Dopo qualche anno, però, abbiamo cominciato a manifestare l’esigenza di essere libere nel nostro percorso individuale, di non avere impegni. La Cooperativa era di per sé impegnativa, perché ebbe subito successo ed esigeva un’attenzione continua. Ogni giorno arrivavano pacchi di posta, ci invitavano ora a Palazzo Taverna ora alla Biennale di Venezia… Quando arrivò il telegramma della Biennale di Venezia, nel 1978, fui proprio io che, essendo contraria al sistema corrotto dell’arte, mi opposi alla partecipazione. Per me, piuttosto, l’opera d’arte era il telegramma di rifiuto. Però, forse, le mie altre compagne volevano andarci. Fui la prima a lasciare la Cooperativa, in un clima di pieno rispetto e simpatia verso tutte le altre.

Come inizia il tuo percorso artistico?

“Negli anni Sessanta, quando avevo vent’anni, mi colpiva constatare le contraddizioni del mondo. Non potevo fare altro che stare a guardare, senza potermi identificare con modelli che rimandavano ad un sociale dove ad esempio la donna era donna-oggetto. Ho iniziato il mio percorso artistico senza sapere nulla della Pop Art, incollando sul mio diario fotografie che strappavo dai giornali. Per capire meglio quello che succedeva ingrandivo le immagini. Ricordo che Sergio Lombardo, che avevo conosciuto insieme a Cesare Tacchi e Renato Mambor, mi suggeriva di ingrandirle ancora di più. Sono stati loro i primi a riconoscere il mio talento. Subito dopo, nel 1964, ho conosciuto Pino Pascali che si innamorò prima dei miei lavori e poi di me. Eravamo un grande gruppo di amici uniti dall’euforia, dalla voglia di divertimento, di gioco, di creatività prorompente”.

Raccontaci la tua storia con Pascali…

“Pino era capace di fare veramente di tutto. Siamo stati insieme quattro anni. Mi portava a casa sua, che, in realtà, era un enorme garage a Primavalle e mi faceva continue sorprese. Una volta ero lì, seduta in un angolo e, ad un certo punto, arrivò una pentola che camminava da sola. Pino ci aveva messo dentro un motore che faceva muovere la pentola da sola. Io, invece, avevo inventato un pacchetto di sigarette giganti. Ridevamo, scherzavamo… Era l’epoca dei Beatles. Eravamo ragazzi pieni di vita, di energia. Poi, c’è stata un’ondata di negatività che ha azzerato tutto, intanto con la morte di Pino. Su quella moto ci stava sempre, era un acrobata e correva come un dannato. La sua morte è stato un dolore immenso, per un anno sono rimasta chiusa in casa senza voler vedere nessuno. Qualcosa, poi, era cambiato anche tra gli stessi artisti che prima erano pieni di entusiasmo. Tra di loro nacque una certa competizione, che è finita con il funerale all’arte. E’ stato allora che mi sono assentata. Sono andata a cercare nuovi riferimenti nella spiritualità orientale.

Al Lavatoio Contumaciale, spazio culturale all’avanguardia nella Roma degli anni Settanta, creato da Filiberto e Bianca Menna a Roma, fu famosa la tua performance dei Ching

“Forse fu proprio dopo quella performance che presi la decisione di staccarmi dalla situazione mondana degli artisti di Roma. La performance ebbe molto successo, perché era portavoce di un profondo desiderio di porsi domande esistenziali. Il titolo stesso – Kaos, caso, cosa – è indicativo. L’atmosfera era molto suggestiva, sacrale, con l’erba che bruciava nelle ciotole e lo spazio illuminato da centinaia di candele e, all’esterno, dai lampi di un terribile temporale. Avevo messo una tenda bianca triangolare in una delle sale e me ne stavo seduta dentro, nella posizione del loto, con il volto dipinto di bianco e un solo segno, il trigramma. Indossavo un kimono cinese con un dragone. Con l’inchiostro di china tracciavo esagrammi sulle tavolette bianche, quindi consultavo i Ching e interpretavo l’oracolo. Insomma ero entrata in pieno nel ruolo della sibilla. Per tutta la serata e la nottata non ho fatto che fare l’oracolo a tutte le persone che continuavano ad arrivare al Lavatoio. L’energia era altissima. Ero uscita fuori dal ruolo dell’artista, entrando nel vivo delle cose, per capire quello che succedeva intorno a me”.

Quando è scattato questo interesse per l’India e perché proprio Osho come maestro spirituale?

“Ho sognato sia Osho che il Guru Maharaji, entrambi mi venivano incontro. E’ stato spontaneo per me andare verso Osho. Avevo letto alcuni suoi libri, perciò decisi di andare in India per conoscerlo personalmente. Era il 1981, una volta arrivata a Puna mi dissero che si era trasferito negli Stati Uniti. Lo raggiunsi a Rajneeshpuram, la città che aveva fondato nell’Oregon. Quando l’ho incontrato è successa una trasformazione alchemica. Ho vissuto una sorta di estasi. Il maestro ha risposto a tanti miei interrogativi profondi, eliminando contrasti, conflitti e paure del mio ego”.

Anche la tua pittura è molto cambiata dopo l’incontro con il guru

“Ho imparato ad essere me stessa, a liberarmi da tutti i condizionamenti. Oggi faccio pittura Zen. Le tele me le preparo da me, usando le canape indiane incredibilmente belle e resistenti. Sopra ci passo il bianco e poi dipingo usando tempere e acrilici. Quando sono a Goa dipingo nel giardino della piccola casa, la stessa che prendo in affitto da qualche anno, tra i banani e le buganvillee. Quando sono in Italia, invece, quando Tarshito, un altro artista – amico da vent’anni – che come me viene dall’Ashram di Osho, insegnava all’Accademia di Belle Arti di Roma, ho collaborato con lui organizzando delle sessioni di pittura Zen. Insegno anche nei Centri di Osho, o semplicemente in gruppo di amici, a Roma come a Jaipur o altrove. L’esperienza più bella è con i bambini indiani che mi portano in dono collane di fiori solo perché gli dedico del tempo, facendoli dipingere insieme a me”.

In cosa consiste esattamente la pittura Zen?

“La pittura Zen è una meditazione che risale al XIV secolo. E’ un tirocinio della coscienza per la conoscenza del sé e per la centratura. Nella fase iniziale, in tutto si svolge in tre tempi, si è davanti ad un grande foglio e si fanno degli scarabocchi, sia con la mano sinistra che con la destra. E’ un esercizio che si fa con il sottofondo di musica molto catartica: serve ad armonizzare gli emisferi del cervello. Dura cinque, massimo dieci minuti. La fase successiva prevede l’utilizzo di ventuno foglietti bianchi – numero da sempre considerato di particolare alchimia – con un sottofondo musicale diverso, quello della campanella tibetana. La mano sinistra è sull’ara, si inspira e contemporaneamente si tracciano pochi segni con l’inchiostro di china. I segni rompono l’assoluto, il vuoto, che rappresenta il foglio bianco su cui verrà creato un mondo fenomenico di forme. Questi segni escono fuori spontaneamente e quando, alla fine, tutti i ventuno fogli non saranno più bianchi, saranno altrettanti specchi rivelatori degli atteggiamenti, del carattere, delle tendenze anche profonde di chi li ha dipinti, liberandone la creatività. La terza fase è proprio quella dell’interpretazione di questi segni. La pittura Zen non è che un’arte marziale, perché nel momento in cui si dipinge c’è un allineamento di tutti i propri centri. Esige anche coraggio per affrontare lo spazio vuoto che è morte, ignoto”.

 

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9 Commenti

  • che bel cammino, una fetta gustosa di storia della cultura, al di là della politica (pardon: dell’etica!)
    A.

  • Vero, come avete postato su Fb, che è importante che LE STORIE e la MEMORIA NON SI PERDANO: e NEMMENO LE BATTAGLIE SACROSANTE!

  • Molto bello e appassionante il suo racconto merita attenzione e rispetto una vita creativa e così eticamenteimpegnata, coraggiosa, libera anche di abbracciare la spiritualità in tempi orridi come questi e tanto materialistici. Grazie

  • come non ritornare alla celebrazione fatta alla Tartaruga a Roma, grazie!

  • ciao Samagra!
    che bello questo pezzo su di te. mi fa piacere avere notizie di te! ricordo bene il pezzo di vita che abbiamo fatto insieme. auguri e molti… un grandisssimo abbraccio!
    suzanna

  • ciao Samagra!
    un grandisssimo abbraccio!
    suzanna

  • Grazie per aver raccolto ad arte questo spaccato di vita di mia madre, leggerlo mi ha dato una grande gioia.

  • E’ una bella storia umana e artistica, attraverso la quale è espresso chiaramente il concetto dell’arte come punto di partenza e di arrivo nell’esistenza, che non vuol dire mai fermarsi ma trasformarsi. Nell’arte si può morire e rinascere…

  • Grazie Maestra. Ho letto la tua storia oggi, dopo averti conosciuto di persona, comprendendo adesso ancora meglio le ragioni dell’energia che riesci ad infondere a chi ti sta vicino, magari anche solo per un giorno.

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