Negli ultimi mesi sono molte le occasioni che ci hanno portato a varcare la soglia del MACRO di Roma, richiamati da presentazioni, da eventi e dalle inizitive più varie delle quali questa istituzione si fa promotrice.
Bisogna ammettere che, dopo l’epopea apparentemente infinita che ha coinvolto il destino dell’altro polo romano delle arti contemporanee, il neonato MAXXI -che fra qualche mese finalmente dischiuderà definitivamente i suoi cristallini portoni- si guardava anche al Museo d’Arte Contemporanea, e al suo decennale cantiere, con una certa perplessità e sfiducia. Invece, a partire dai primi mesi invernali, si è sviluppata una febbrile attività, proveniente dall’interno delle mura della sede di via Reggio Emilia, tradotta in una serie di stimolanti proposte e inizitive di alto valore culturale.
Con un fianco ancora immerso in travi e calcinacci, il MACRO ha intensificato il suo programma e iniziato un cammino che mira a risvegliarlo da un torpore troppo a lungo vissuto.
L’ultimo dei successi raggiunti dal giovane e appena sbarcato direttore Luca Massimo Barbero -certo l’artefice pricipale di questa nuova e stimolante condotta- è l’inaugurazione di un’opera permanente firmata da un maestro del contemporaneo come Daniel Buren.
L’artista, durante una visita al museo, raccoglie il sincero desiderio espresso dal direttore di avere una sua opera ad inaugurare questo nuovo capitolo della vita del MACRO e, così, realizza un lavoro che, per la posizione che occupa, le sue forme e i materiali prescelti, riesce a inserirsi perfettamente nelle linee architettoniche preesistenti e, allo stesso tempo, a proiettare nel futuro il luogo che lo accoglie.
Palcoscenico d’azione di questa operazione artistica è la passerella sovrastante l’ingresso principale che, pur non essendo agibile ai visitatori ma funzionale solo come collegamento tra gli uffici, rappresenta il miglior punto d’osservazione sull’intero museo (si rivolge proprio in direzione della futura piazza, nuovo centro nevralgico degli spazi espositivi). Buren, interpretando quale belvedere questo ponte di passaggio, mira a valorizzarne la posizione e ad ampliare la profondità di campo dello sguardo che da lì diparte o si volge. Per far questo, riveste il ballatoio di superfici specchianti e, richiamando le linee e le direzioni architettoniche dell’edificio e dei tetti circostanti, le riveste di forme geometriche composte da ampie strisce bianche, tracce simbolo del suo decennale lavoro.
L’artista stesso legge l’effetto finale come una sorta di “danza tra triangoli e losanghe”, uno squarcio di luce nel quale riflettere le forme di oggi e immaginare quelle che verranno. In questo intervento -che è anche la prima opera permanente dell’artista a Roma- affiora quella “saggezza così nuova e contemporanea” che è propria dell’operato di Daniel Buren e che riflette anche uno dei valori sostenuti da questo luogo d’arte. “Un punto di prospettiva e anche un punto di partenza” dal quale poter orgogliosamente partire.
Questo intervento artistico inaugura anche la nuova collaborazione tra il MACRO e l’Unicredit Group, il quale assume un ruolo di partner del museo –in occasioni di acquisizioni come questa- e stringe anche un accordo per la concessione in commodato di una serie di opere della collezione dell’ente bancario (opere di artisti come Stefano Arienti, Ottonella Mocellin, Nicola Pellegrini, Armin Linke…). L’intensificazione di relazioni e contributi come questi evidenziano una politica museale matura e diffusa sul territorio, in grado di crescere e volta ad entrare più concretamente nei circuiti artistici internazionali.
Immagini:
- Daniel Buren, Danza tra triangoli e losanghe per tre colori, lavoro in situ
Dance between triangles and lozenges for three colors, work in situ, 2010
Foto di / Ph by Matteo Crosera.
Dopo aver conseguito una Laurea in Storia e Conservazione del Patrimonio artistico, completa gli studi con un biennio specialistico in Arte Contemporanea, entrambe in università romane.
Durante gli anni di studio, trascorre un periodo nella Francia del sud per conoscere più da vicino l’ambiente culturale francese e perfezionare la lingua. Nel 2000 segue il corso per Curatori di mostre inaugurato l’anno stesso dall’Associazione Futuro e l’anno seguente svolge un’esperienza di tirocinio presso la galleria Il Ponte Contemporanea di Roma. In seguito, affianca la breve ma intensa attività di un altro spazio espositivo romano (galleria Davar) e collabora ad eventi d’arte (Loop, a cura di Francesco Stocchi e Lorenzo Benedetti) e manifestazioni d’arte contemporanea (TraMonti’005, a cura di Athena Panni, Cecilia Canziani e Adrienne Drake). E’stata assistente di un artista (Giuseppe Pietroniro) e di curatori (Mirta d’Argenzio) e ha collaborato all’edizione di un catalogo d’arte (2006, ed. Skira). Per un anno ha lavorato come assistente curatrice alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino, collaborando all’attività espositiva e organizzativa (2008). Attualmente è interessata a conoscere più da vicino il lavoro di enti e strutture culturali che promuovono un dialogo più ampio e dinamico tra i molteplici linguaggi artistici di diversi paesi.


amo l’artista che conosco anche personalmente ma, mi chiedo: un italiano non c’era per inaugurare? Una spesa per sostenere l’arte italiana non era possibile?
Grazie
siamo a roma, daccordo, ma in ambito internazionale come è l’arte e il suo mondo: che senso ha dire di un artista “italiano”, “straniero”? Di un’arte “nazionale” o “internazionale”? Arte è arte, artista è artista. Punto. Bene ha fatto Barbero, poteva scegliere tra tanti, ha deciso. Indipendentemente che si tratti di un artista “italiano” o meno.