Si è aperta a Roma la seconda personale di Lawrence Ferlinghetti dopo quella a lui dedicata al Palazzo delle Esposizioni di Roma nel 1996. La retrospettiva di dipinti presso il Museo di Roma in Trastevere, Lawrence Ferlinghetti: 60 anni di pittura, in corso sino al al 25 aprile 2010 e curata da Giada Diano, Elettra Carella Pignatelli ed Elisa Polimeni, è frutto della collaborazione tra il Comune di Roma, Assessorato alle Politiche Culturali e della Comunicazione – Sovraintendenza ai Beni Culturali e il Comune di Reggio Calabria dove le opere saranno ospitate dal 5 maggio al 1 luglio 2010 presso il foyer del Teatro Francesco Cilea, con il patrocinio dell’Ambasciata Americana e della Provincia di Roma.
Nata da un’idea dell’Associazione Angoli Corsari di Reggio Calabria, la mostra ripercorre l’attivissima carriera artistica di Lawrence Ferlinghetti, 91 anni a marzo, dai primi lavori francesi di chiara ispirazione surrealista nati quasi per caso nel ‘48 quando a Parigi per un dottorato in letteratura alla Sorbonne iniziò a dipingere con gli strumenti da pittore dimenticati da un ragazzo con cui divideva la stanza, fino alle opere di questo decennio. Questa occasione si trasformò presto in un’ossessione; per i successivi tre anni e mezzo ritrasse dal vivo i modelli e frequentò gli studi aperti all’Académie Julien e all’Académie de la Grande Chaumière. Un percorso creativo che affronta i temi sociali più importanti degli ultimi sessant’anni di storia: dall’emigrazione alla pena di morte, dall’intolleranza all’illusione, tradita, del sogno americano.
Tornato negli Stati Uniti all’inizio degl’anni 50 e scrivendo per la rivista “Art Digest” Ferlinghetti viene così a contatto con i pittori dell’espressionismo astratto che lavoravano in quegl’anni a San Francisco lasciandosi influenzare specialmente dalle pitture in bianco e nero di Franz Kline (si confronti Painting number 2 al MOMA con il dipinto di Ferlinghetti Manhattan transit del ’59 in mostra ) e dalla calligrafia cinese introdotta da Marc Tobey e da Morris Graves. Ed è proprio a San Francisco che per la prima volta la parola e l’immagine s’incontrano: sia le poesie di Lawrence Ferlinghetti che quelle di Allen Ginsberg, capostipite dei poeti della Beat Generation, pubblicate nel ’56 proprio da City Light Books - la casa editrice indipendente aperta da Ferlinghetti stesso nella città americana - non sono più costituite da strofe ma da “gruppi di parole sistemati sulla pagina secondo l’importanza o il significato o l’umore dell’immagine o del concetto espresso”. Si voleva disporre i versi in modo che “il loro aspetto aiutasse ad esprimere il messaggio”, dice il biografo di Ferlinghetti Cherkovski.
Ut pictura poesis, quindi, senza se e senza ma; tra readings (da non perdere il documentario in mostra con le immagini di Ginsberg e Ferlinghetti sulla spiaggia di Castel Porziano nel ’79 per il primo Festival dei poeti ), happenings e azioni, i dipinti di Ferlinghetti sono fortemente reminescenti almeno di due dei tre movimenti che scuotevano l’America tra gli anni 50 e ‘60 : Epressionismo astratto e Pop Art; ma è nella giustapposizione tra la sua scrittura poetica e l’immagine riflessa in pittura che, a mio avviso, vanno inquadrate queste opere: la particolarità di Ferlinghetti è l’aspetto essenzialmente espressivo e anti concettuale che le opere di questi anni posseggono. L’opera appare in quell’azione sinceramente esplosiva e teneramente disarmante poiché priva di filtri “colti”; dove la semantica dell’opera è evidente rinunciando allo scarto tra significato e significante di matrice dadaista riattualizzata a quell’epoca da Fluxus.
Pur passando stilisticamente da evocazioni Naif a similitudini Art Brut la pittura di Ferlinghetti non perde mai di vista quell’etica pacifista e di contestazione degli anni del San Francisco Renaissance dove il poeta o l’artista , ricorda una sua poesia, rischia costantemente: “Constantly risking absurdity and death whenever he performs above the heads of his audience…”. Si ricordi che non siamo ancora nel ’68, ma negli anni 50! Sono quindi opere che non mancano di coerenza, i cui temi trattati sono quelli per i quali il circolo freak veniva sbeffeggiato, osteggiato se non incarcerato. Ferlinghetti fu arrestato nel ’56 a causa della pubblicazione e vendita illegale di Howl, censuratissimo urlo allucinatorio e manifesto beat scritto da Ginsberg, difficile da digerire all’epoca (ma per molti forse anche oggi) e poi nel ’65 per aver protestato contro la guerra in Vietnam. Qualche settimana prima la polizia fece irruzione nella galleria Ferus di Los Angeles contro la mostra di Wallace Berman; cercavano materiale pornografico. Questo era il clima.
L’aspetto popolare e forse anche populista con il quale nella West Coast venivano affrontate certe tematiche: Olocausto , Nagasaki, guerra in Corea , libertà violata ed aggressione del potere mccartista, erano contestazioni che per gli europei apparivano ardite essendo il trauma della seconda guerra mondiale ancora vivo e non metabolizzato. Temi che in Europa appartenevano semmai a nuclei ristretti di intellettuali che litigavano per le capziosità ideologiche tra Sartre e Camus.
Scevre dal minimalismo e dalla poetica affettata dell’indicibile con la quale una buona parte della generazione di artisti del dopoguerra sembrò schermarsi dai danni della storia, lontane dall’intellettualità sottile ma anche ammiccante e piaggionesca di Warhol nonchè distanti dalla rigorosa struttura costruttivista di Rodtschenko alla quale Franz Kline si ispirava, le opere pittoriche di Ferlinghetti trasmettono la capacità di rivendicare una posizione assertiva e univoca, forse anche ingenua ; ed è per questo che non possono essere intese come opere d’avanguardia: in primis perché fanno parte di un percorso corale e popolare,e non salottiero. Fu lui infatti a promuovere nella sua casa editrice le edizioni tascabili ed economiche per la letteratura. Secondo: perché le opere sono immediatamente effetto di cause sociali esterne e solo di rimando all’intimità privata dell’artista. Ovvero proprio quella commistione engagé e romantica tra arte e vita tanto criticata e osteggiata da molta critica impregnata dai dettami della scuola di Francoforte (Adorno, ma anche Greenberg), che aborriva una presa di posizione immediata e schietta temendo lo scadimento dell’opera d’arte d’avanguardia a merce, e paventando il repentino fagocitamento da parte dell’industria culturale.
Nel 1959 Bruce Conner esponeva BAMBINO, figura mutilata su una sedia usata per le pene capitali, basata sual caso di Caryl Chessman, un condannato a morte per molestie sessuali e giustiziato a San Quintino dopo dodici anni di una campagna mediatica rumorosissima per salvarlo. Ed Kienholz nel 1960 ripropone questo caso in The Psycho vendetta case, alludendo anche all’omicidio di Sacco e Vanzetti e puntando il dito contro il fallimento del sistema giudiziario americano. Ferlinghetti in mostra espone This is not a man, tela ispirata da una fotografia trovata in un baule contenente effetti personali di suo fratello, carceriere a Sing-Sing; un uomo è raffigurato sulla sedia elettrica in primo piano, senza scampo. La simbologia con la quale Ferlinghetti opera è quella del sistema americano, coniata dal repertorio del progresso pubblicitario che sfrutta il credo di un sogno che, davanti agl’occhi di molti, è falso e amorale. Molti hanno accarezzato il sistema invece di graffiarlo lucrando da questa facile opposizione, ma Il paradosso e forse la cartina tornasole dell’onestà intellettuale di Ferlinghetti , è che molte di queste opere vengono dallo stesso studio dell’artista e non da prestigiose collezioni museali o holding pubblicitarie. Lawrence Ferlinghetti sarà probabilmente a Roma in aprile per alcuni eventi legati alla sua poesia: un’ottima occasione per chi lo voglia incontrare.
Immagini: Franz Kline, Painting # 2; L. Ferlinghetti, This is not a man
Fabio Pinelli è laureato in semiologia dell’arte contemporanea con una tesi sulla prassi archivistica nella storia dell’arte tedesca da Aby Warburg a Gerhard Richter. Dal 2001 si occupa di visite culturali nei musei e gallerie di Roma nonché della stesura di contributi critici per periodici specializzati e alcune mostre di artisti contemporanei. Tra le più recenti: “Fuoriluogo” appuntamenti fuori dall’(h)-abitato.


Molto semplicemente… Per me questa è una notizia straordinaria.
WOW!!! E vai Fabio, sei un grande!
Partecipate e fate partecipare!
Qualcuno dice che, di tutti i poeti beats, il più grande sia Gregory Corso.
Mi chiedo, infastidito: è lecita stendere una “hit parade” di poeti?
La risposta è tutta in questo link:
http://www.youtube.com/watch?v=Mc3xPql1ag0
sergio falcone
della Setta dei poeti estinti
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bello bello bello quello che leggo, la mostra, l’intervento di un poeta estinto(che mica ci par tanto estinto, qui!) Grandi ragazze di art a part of cultu(ure), evvai professoressa, bravi tutti!!!!!
Sono stata vicino a Ferlinghetti nel 1996, in occasione della sua presenza a Roma per la mostra al Palazzo delle esposizioni di Roma ed è stata una esperienza bellissima!
Eugenia Serafini
Eugenia: Che tipo è? Che personaggio e persona? Raccontaci di più!
Anna Maria,
vedo con molto ritardo la tua richiesta.
Ferlinghetti è STRAORDINARIO.
Ho pubblicato un lungo articolo su di lui nel mio libro “Canti di cantastorie: il mio teatro di Performance”, Roma 2008. Se vuoi approfondire la cosa, ti consiglio di leggerlo. Sul mio sito puoi trovare le librerie in cui è in vendita. Di più non ti dico perché non mi sembra il caso di sfruttare questo luogo per farmi pubblicità.
CIAO!
EUGENIA