approfondimenti, libri letteratura e poesia | 14 aprile 2010 | 1.646 lettori condividi su: Facebook Twitter

Morte di Pasolini. Intervista a Dario Bellezza | di Sergio Falcone

di Sergio Falcone

Forse non avrà mai fine il dibattito sulla morte di Pier Paolo Pasolini.
Ciclicamente il mistero (ma soprattutto quel torbido che, nonostante  il passare dei decenni e delle morali, continua ad incrostare quel delitto) torna a stimolare coscienze e vetrine. Così si ricomincia.

Dario Bellezza, amico e biografo di Pasolini, come ricorda anche Anna Maria Ortese, ha sempre trovato poco praticabile la pista politica dell’omicidio del poeta.

Nei primi anni ’80 ne parla in questa intervista.

Il poeta assassinato era un titolo di Apollinaire, che diviene vicenda ai nostri giorni. Morte di Pasolini di Dario Bellezza, presso Mondadori, non è lamento funebre rituale e neppure sapienza del pianto. Semmai, un libro di memorie, che ristabilisce l’autonomia della poesia e dei gravi pensieri sulla vita e sulla morte, ma anche un libro che toglie molti significati sociali, politici e giuridici dati a quella morte. Un libro, quindi, che è un piangere, a proprio modo, il cieco correre di Pasolini verso la fine, attraverso una indagine, da parte del biografo, sulla tecnica mitico-rituale di Pasolini e sulla libidine della morte. “Non mi piace il rito, il coro, il folklore come lamento funebre antico”, mi dice Bellezza. Una prova difficile voler scrivere della morte violenta del proprio maestro.

Dario Bellezza, 37 anni, poeta e romanziere, premio Viareggio 1976 per la poesia, dagli anni sessanta curava la corrispondenza di Pasolini, il quale era distratto da molte attività: cinema, tv, viaggi, articoli, dibattiti, scrittura in prosa e in versi.

Come hai ricomposto nel tuo libro certe motivazioni intime, soprattutto il microcosmo della tragedia finale?

“Ho letto gli atti del processo ma, soprattutto, ho analizzato i testi di Pasolini il quale, nella poesia, descrive, neppure sotto metafora, i suoi incontri creaturali coi ragazzi. Nel mio libro, spiego come Pasolini racconta il suo erotismo in versi. Per esempio, ha prefigurato esattamente la propria morte in Divina Mimesis, quando descrive la morte dello scrittore sotto i colpi di mazza. In Disperata vitalità, contenuta in Poesia in forma di rosa, parla di morte per schiacciamento del cuore. Varie immagini, sulla prefigurazione della propria morte, ottenuta in forma violenta. Ora, restituire a Pasolini la sua vera morte (secondo il biografo Bellezza, n.d.a.), significa reintegrare con esattezza l’autore nella sua stessa vita e nell’opera. Poiché, attraverso l’opera s’immagina, appunto, il vero destino, quale poi è stato. Con una sorta di masochismo, Pasolini non si è voluto salvaguardare dalla morte. Era stanco di vivere, ecco tutto. Il mio libro è una lettura dell’ultima ora di Pasolini. Ed anche i critici marxisti, Leonetti, Fortini, Scalia, Spinella, Volponi, non hanno mai idealizzato quella morte. Non hanno trasformato, cioè, un delitto a sfondo omosessuale in un delitto politico. La vita di Pasolini è costellata di questi incidenti. Il tentativo di trasformare l’eros in qualcos’altro, a me pare una mistificazione non da poco”.

Chi desidera la morte, in genere, sceglie di morire in modo diverso. Hemingway scelse bene un fucile contro la faccia. Non hai avuto dei sensi di colpa nel rendere ancora più oscura quella morte?

“Secondo me, era soltanto un delitto omosessuale e, in quanto tale, avvolto nell’ambiguità. Del resto, l’ha pure scritto: ‘L’ambiguità muore quando muore l’ambiguo’. Solo che, nel suo caso, l’ambiguità è sopravvissuta. All’interno del delitto omosessuale, resta la possibilità di un delitto ad opera di ignoti. Cioè, il Pelosi in combutta con altri giovinastri”.

Tuttavia, mi pare che sei propenso ad escludere l’ipotesi del delitto politico di gruppo. Per quale motivo?

“Nella macchina sono state trovate tracce di sangue, un plantare, un maglione che non appartenevano né a Pelosi, né a Pasolini. Conoscevo le abitudini di Pasolini: con me, ne parlava apertamente. Posso dare una spiegazione personale dei fatti e, cioè, che Pier Paolo, nel pomeriggio che precedeva la sera del delitto, avesse dato – com’era sua abitudine – un passaggio in auto per l’autostop ad alcuni giovani dell’EUR. Aveva, quindi, avvicinato altri ragazzi. Forse, c’era stata una colluttazione”.

Ma altri erano i complici, chi avrebbe dovuto “coprire” il Pelosi, secondo i pareri espressi durante il processo di primo grado?

“Forse dei marchettari (giovani mercenari, n.d.a.), oppure dei fascisti… Se fosse stato, però, un delitto politico. Ma, conoscendo il terrorismo rosso e nero ai nostri giorni, si può arguire come dei mandanti politicizzati non avrebbero architettato quella messinscena. Era sufficiente sparare un colpo, a un bersaglio abbastanza facile. Avrebbero dovuto, invece, studiare gli orari, appostarsi alla stazione Termini col Pelosi come ‘specchietto per le allodole’ e, dietro al ‘cliente’, arrivare in gruppo. E’ una interpretazione che non sta in piedi, ma sostenuta da alcuni, come alibi ideologico o moralistico”.

Ritorniamo al giovane Pelosi, nascosto tra le nebbie della stazione Termini, mentre attende il suo “cliente”. Possiamo con questo capire anche il linguaggio che l’individuo scrivente userà nel percorso della sua biografia?

“Nella mia storia, ho creduto di ricostruire nei minimi dettagli il rapporto psicologico tra Pasolini e il ragazzo. La macchina giudiziaria non ha indagato bene su questo lato della vicenda. Trascorre un’ora e venti, dalla loro conoscenza occasionale fino alla morte. Vanno al ristorante Il biondo Tevere, fanno insieme il percorso in macchina. Cioè, parlano. A Pasolini, il giovane Pelosi – che aveva fatto judo e karate e che frequentava le palestre – non interessava solo sessualmente. Arrivo a sostenere che Pasolini ‘sapeva’ che era quello il suo assassino. Al punto da sceglierlo consapevolmente come carnefice”.

Come puoi accreditare questo omicidio, con improbabili motivazioni o risvolti da suicidio, a sentire la tua tesi?

“Pasolini era un regista di cinema. Diceva: ‘Prendo gli attori dalla strada, perché devono rappresentare quel che le loro facce esprimono’. Nessun attore, sosteneva, sa fare il ladro come il ladro preso dalla strada. Studiava la loro faccia. Pasolini aveva ‘scelto’ Pelosi, spinto da uno strano meccanismo di ordine psicologico”.

Quale poteva essere, invece, per il ragazzo, uno dei moventi del delitto?

“Era stato un ladro d’auto. Da due mesi era uscito dal carcere correzionale di Casal del Marmo. Ha ucciso, forse, per rubare l’Alfa metallizzata di Pasolini…”.

 

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5 Commenti

  • Studio la poetica di Pier Paolo Pasolini da quando m’imbattei nel suo Empirismo eretico a Parigi, al corso di theorie du cinema, Paris VIII Sorbonne Nouvelle. nel 1993 alla proiezione a Milano della sua filmografia W.Siti mi dona l’estratto dalla Letteratura Italiana sull’espressionismo del cinema di PPP. Dopo lo svisceramento dei rapporti tra PCI e Partigianato durante la Resistenza grazie agli studi e le ricerche di Manlio Calegari, vinco un DEA di antropologia culturale all’Ecole des Etude des Sciences Sociales sul tema Guido Pasolini, fratello e alter ego di Pier Paolo.
    Durante la mia ricerca ho verificato quanto in realtà la morbosità della morte di Pier Paolo e la sua presunta dichiarata agita omosessualità debbano fare notizia e non piuttosto la sua straordinaria poetica. In Francia viene studiato alla stregua di Bazin, Deleuze. In Italia non ho mai trovato un corso di studi sulla sua opera o sul suo cinema.

    Verifico puntualmente la scomodità e l’attualità del suo messaggio. E l’avanguardia della sua poetica.

    Spero di dare alla luce i risultati della mia ricerca che trovano non nella sua omosessualità, ma più profondamente nel suo contesto storico biografico i motivi del dualismo fecondissimo della percezione dell’altro e di sè.

  • Bellissimo commento, che ragazza!!!

  • L’intuito e la fede politica – ebbene sì, al giorno d’oggi, con tutti i se e i ma e i forse, c’è ancora chi vanta una fede politica – e la logica spicciola mi portano a dissentire dagli argomenti di Dario Bellezza. Con tutto il rispetto per il poeta, ché ognuno è libero di sé.
    In Francia, è vero, il pensiero e l’opera di Pier Paolo Pasolini sono oggetto di studi approfonditi. Cosa inimmaginabile qui da noi.
    Con una punta d’ironia, dico che tutto ciò, molto probabilmente, sarà dovuto al fatto che “Nessuno è profeta in patria”, chissà…
    In realtà, il provincialismo domina il nostro paese, se va bene. Se va male, domina l’ignoranza che, come affermava Emma Goldman, è la peggiore delle violenze. Aggiungete il fatto che Pier Paolo era un artista scomodo. Autentico profeta e coraggioso. Dopo il biennio rosso 1968-1969, è in atto un’autentica controrivoluzione, gestita a piccole dosi. Complici le larghe masse (*). E sul vissuto e sull’impegno di alcuni dei protagonisti del rinnovamento sociale, culturale e politico di quegli anni è calato il silenzio. Assordante e sospetto. Ed alquanto fetente.
    Il 14 marzo scorso era l’anniversario della morte, sospetta anch’essa, di Giangiacomo Feltrinelli.
    Non mi risulta che, tranne il sottoscritto sul blog & su Roma Indymedia, qualcuno l’abbia ricordata.
    Oggi la Feltrinelli, librerie e casa editrice, è citata come esempio di conduzione aziendale neoliberista. Tanta, troppa acqua è passata sotto i ponti, ahimé!

    (*) – Proprio stasera, l’amarezza mi ha portato a scrivere: “Con l’umanità che abbiamo sotto gli occhi, qualsiasi spinta ideale diventa carta straccia. La rivoluzione la fa chi ci crede e chi non ha nulla da perdere. E fallisce. Inghiottita dalla maggioranza”.

  • Posso supporre, ma la verità quella vera, dio solo la sa.
    La verità sulla morte di Pasolini, forse, non la conosceremo mai. Siamo troppo abituati a quello che abitualmente succede nei luoghi deputati alla politica. E nelle aule di tribunale, quando si affrontano tematiche politiche.
    Conosciamo verità di comodo. A tonnellate. Le verità di comodo nascono nella mente di abili manipolatori di coscienze.
    Chi manipola la verità sulla morte di Pasolini?
    Difficile per me rispondere.
    Posso supporre, ma io, quella sera, io non c’ero.

    http://www.youtube.com/watch?v=Op9-D3kdBiw&feature=related

    John Lennon, Gimme some truth

    I’m sick and tired of hearing things
    From uptight, short-sighted, narrow-minded hypocritics
    All I want is the truth
    Just gimme some truth

    I’ve had enough of reading things
    By neurotic, psychotic, pig-headed politicians
    All I want is the truth
    Just gimme some truth

    No short-haired, yellow-bellied, son of tricky dicky
    Is gonna mother hubbard soft soap me
    With just a pocketful of hope
    Money for dope
    Money for rope

    No short-haired, yellow-bellied, son of tricky dicky
    Is gonna mother hubbard soft soap me
    With just a pocketful of soap
    Money for dope
    Money for rope

    I’m sick to death of seeing things
    From tight-lipped, condescending, mama’s little chauvinists
    All I want is the truth
    Just gimme some truth now

    I’ve had enough of watching scenes
    Of schizophrenic, ego-centric, paranoiac, prima-donnas
    All I want is the truth now
    Just gimme some truth

    No short-haired, yellow-bellied, son of tricky dicky
    Is gonna mother hubbard soft soap me
    With just a pocketful of soap
    It’s money for dope
    Money for rope

    Ah, I’m sick and tired of hearing things
    from uptight, short-sighted, narrow-minded hypocrites
    All I want is the truth now
    Just gimme some truth now

    I’ve had enough of reading things
    by neurotic, psychotic, pig-headed politicians
    All I want is the truth now
    Just gimme some truth now

    All I want is the truth now
    Just gimme some truth now
    All I want is the truth
    Just gimme some truth
    All I want is the truth
    Just gimme some truth

  • Salve scusate ma quest’intervista a quando risale?
    Dov’è che è stata pubblicata

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