approfondimenti | 20 aprile 2010 | 634 lettori condividi su: Facebook Twitter

Cultura dove sei, cosa sei | di Simone Verde

di Simone Verde

Cultura. Il termine ha etimologia latina e quindi, una lunga storia. Colere, in agricoltura coltivare, ma anche onorare, omaggiare una divinità. Il primo a intuire l’uso che ne avrebbe fatto la modernità fu Cicerone: “Un campo può essere fertile quanto si voglia – scrive nelle Tuscolane II, 13 – ma se non è coltivato non dà frutti: e lo stesso l’anima, se non a si educa”. Un’idea quasi religiosa della cura intellettuale di sé, che avrebbe penetrato a tal punto l’immaginario e il linguaggio dell’Occidente da indicare di tutto e non voler dire più niente. Dall’antropologia culturale, alla sociologia della cultura, ai più recenti cultural studies, fino all’uso generico del termine valso a definire qualsiasi attività ritenuta edificante.
Malgrado l’origine antica, in realtà, il primo a parlare di cultura in senso moderno fu il poeta Mattew Arnold all’inizio dell’Ottocento, e il primo a codificarne il senso critico fu, nel 1870 l’antropologo britannico Edward Taylor.

A cosa si deve, allora, una fortuna così repentina e recente?

Per chi volesse approfondire, il tema è negli ultimi tempi al centro di una vera e propria avventura editoriale che ha avuto il suo apice divulgativo nel 2006 con la pubblicazione di un piccolo quanto utilissimo manualetto del celebre Peter Burke: La storia culturale (Mulino). Avventura proseguita per tutto il 2009 e tutt’ora in atto con l’apparizione di una raffica di volumi sull’argomento: La seduzione della cultura tedesca di Wolf Lepenies (2009), Organizzare la cultura di Paul DiMaggio (2009), Studiare la cultura, antologia, a cura di Marco Santoro e Roberta Sassatelli (2009), La cultura come capitale, sempre a cura di Marco Santoro (2010) e L’invenzione dell’arte, una storia culturale di Larry Shiner (Einaudi 2010), solo per citarne qualcuno. Un piccolo scaffale di un’immensa biblioteca, sufficiente a rivelare alcune essenziali verità. Prima fra tutte, che quello di cultura è un concetto borghese nato per sostituire il sacro e il religioso con l’arrivo della secolarizzazione. Ce lo spiega con esemplare chiarezza Shiner nel suo saggio, ricostruendo il momento in cui la cultura, studiata qui nelle sue manifestazioni estetiche, diventò la religione laica dei moderni. Gioco trascendentale delle nostre facoltà, quindi rivelazione della libertà razionale dell’uomo, per l’illuminismo kantiano; determinazione dell’universale nel particolare, ovvero apofania del divino, secondo l’universo romantico.

A celebrare la religione laica dei nuovi dominatori, ci avrebbero pensato nuove istituzioni, accademie, auditorium e musei. Obiettivo: appropriarsi dei massimi capolavori del passato, sradicarli dai loro contesti con il pretesto di liberarli dall’uso strumentale dei vecchi poteri, monarchia e chiesa. Andò a finire, così, che qualsiasi forma di sapere, qualsiasi visione del mondo – che si trattasse di credenze popolari o della verità rivelata di Dio – venissero piegate alla nuova verità borghese e descritte come forme incompiute di cultura. Raramente, operazione ideologica sarebbe stata più efficace. A conferma, il radicamento delle nuove istituzioni culturali, oggetto dei pellegrinaggi laici del turismo di massa attratto dalla promessa di un orizzonte dai valori compiuti e perfetti.

Proprio sull’efficacia di formule come queste, capaci di interpretare bisogni ed esigenze insopprimibili degli esseri umani, si sarebbe esercitata presto la nascente antropologia culturale, rinnovata, poi, dai cosiddetti cultural studies che, sotto lo stimolo della critica marxista, avrebbero svelato l’origine borghese del concetto e investito gli ambiti meno istituzionalizzati della cosiddetta cultura di massa. La scoperta dell’antropologia culturale, in particolare del filone definito strutturalista-funzionalista è semplice quanto imprescindibile: l’efficacia di una condivisa visione del mondo – che sia religiosa, filosofica o, come nel caso dell’Occidente moderno, culturale – sta in soluzioni, giustificazioni, principi aggreganti utili ad affrontare i problemi del presente. Sta, essenzialmente, nella capacità di spingere gli esseri umani a vincere la paura che nutrono gli uni verso gli altri per unirsi contro le insidie della natura, della malattia e della morte. Sfide che la cultura borghese ha saputo fin qui cogliere e risolvere appieno, con il progetto razionale e collettivo dell’industria. E per il futuro?

A giudicare dai tagli praticati un po’ ovunque, dal ritorno di spiritualità marginalizzate dalla secolarizzazione, dal dilagare di visioni del mondo basate sui nuovi linguaggi delle immagini, dal declino di istituzioni trasformate in uffici-eventi, la categoria di cultura – intesa in tutta la sua pregnanza e utilità storiche – si porterebbe proprio male. Male, quanto il progetto, la promessa collettiva che le ha dato credibilità, oggi insidiata dalla crisi ecologica, dai ricorrenti dissesti economici e da una globalizzazione impazzita che nessuno sembra riuscire a controllare. La cultura, perciò, categoria probabilmente desueta in un mondo dove l’operosa borghesia industriale è stata sostituita dai campioni della finanza, è ancora all’altezza di servire il futuro?

Immagini:

  • Alfredo Jaar, Questions Questions 2008

 

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14 Commenti

  • Grandissimo pezzo di cultura, come si deve, bravissimo!

  • Esempio di ricercatezza linguistica, senso critico e generosità comunicativa, capace di coinvolgere e di dare impulsi per un sano confronto…

  • Questi approfondimenti sono sicuramente utili alla società nel suo insieme per il suo richiamo culturale vero che spesso si perde negativamente nella banalità dei “botti di fine anno”, delle “notti bianche”, delle “sagre dello spiedino”, ecc. (per fare qualche esempio) al solo scopo di mangiare, senza la necessità di quel cibo e bere fino a notte fonda.
    Sicuramente anche per questo c’è l’allarmante dato statistico fornito dal linguista Tullio De Mauro che “solo il 15,9% degli italiani, oggi, sanno districarsi nella società moderna”.
    Ritorna alla memoria un saggio politico cinese che diceva: “Un uomo senza cultura è come un sacco vuoto, non si regge in piedi”. Ma i “sacchi vuoti” oggi devono essere conservati, così come sono perché servono alla gran parte della politica, asservita all’altrui profitto.

  • Ciao, ci viene in mente quanto fatto e detto dal grande artista-pensatore Alfred Jaar proprio sull’argomento, quando si è reso conto, dati alla mano, della mancanza culturale delle persone specie giovani anche sulla storia del nostro Paese oltre che sulla Letteratura, sull’Arte ecc. Non è sempre e solo colpa di noi giovani, però, se queste carenze sono così abbissali: la Scuola, per esempio, e non da oggi, non ci dà quanto dovrebbe e ci servirebbe per competere nella Società contemporanea e le Istituzioni e la Politica sembra che godano a negarci tale possibilità forse credendo che così avrà un popolo-bue asservito allo stra-Potere dei Grandi. Come ne usciamo se pur studiado da soli, cercando di elevarci, la Società non ci riconosce sforzi e qualità e manda avanti solo raccomandati e interni allo stra-Potere, quasi sempre gente senza competenza e scrupoli? A che serve, pertanto, e davvero, concretamente, la Cultura?!
    Intanto studiamo, andiamo negli studi a fare pratica, affianchiamo come stagisti ecc. i professionisti o chi ne sa più di noi che, però, fatica tanto quanto… e intanto i nostri prof. insistono che è importante per noi la Cultura, per essere migliori e affrontare la vita ed anche per tenere testa all’ignoranza, alla violenza e volgarità imperantie per avere una possibilità in più qualora arrivino le occasioni giuste al momento giusto: ma noi ci domandiamo chi la riconosce, oggi, questa preparazione e cultura, come un merito e un valore?!
    Grazie

  • Grande, davvero grande. Co di vi do!

  • Che raro es. di intelligente appofondimento, grazie. Ci ragiono su e magari ne riparliamo per dare un parere e aprire un confronto?!

  • La cultura in quanto risultato di un’espressione vivente, si vive. Oggi vive in Italia? Hai presente i campi di concentramento o di sterminio? Vogliamo parlare degli artisti? Ma non quelli autorizzati e incocainati dal Sistema dell’arte. Quelli che per poter liberamente esprimere la libertà fuggono confinati perchè non sostenuti ma neppure compresi. Oppure vogliamo parlare da chi ab_usa del termine per rastrellare denari. O chi potente può ma non capisce. Oppure…Io alzo le mani. Sparate pure. I nati morti sono eterni. Come la cultura?

  • salve art a prat of culture, sempre puntuali e bravissi. salve simone verde, altrettanto dico a lei, che seguo con interesse.
    riflettevo qui e altrove, su quando la situazione era feconda per l’italia e il paese aveva unpeso peso, ancora, nel sistema culturale e dell’arte. ma dopo la famosa biennale dello “sbarco ameriicano” nulla è stato più lo stesso, e certamente ci abbiamo messo del nostro (disinteresse, ignoranza, istituzioni assenti, galleristi squattrinati, artisti non sempre all’altezza, media dormienti e nessuna consapevolezza reale dell’importanza del made in italy e delle possibilità economiche e politiche dietro che si potevano concretizzare)… siamo arrivati a non contare più nulla a livello mondiale.
    “cultura dove sei?”, si chideva qualcuno, in molto, oggi, da jaar ma da tanti altri sino a voi, e lo ribadite qui in questo webmag bellissimo, e io aggiungo “arte dove sei?” e lo chiederei agli artisti alle gallerie, anche a queste di cui parlate o che accogliete in homepag.
    sarei curioso. da collezionista (fuggiro, ritiratosi in “campagna”)
    grazie

  • Mi sembra che il tuo interessante articolo, Simone, muova da un concetto che implica la responsabilità dell’individuo: cultura da colere, coltivare l’intelligenza, anche dedicandole tempo, impegno, e – concetto passato di moda – fatica. Questo è il punto essenziale.
    Da sempre poi amore per l’arte ha anche un coté presuntuoso: io l’arte la capisco e me la merito. Così si sono portate via le opere a chi, a torto o a ragione, si supponeva non fosse in grado di apprezzarle o proteggerle. Questo è avvenuto in grande stile nel sette-ottocento, ma continua, certamente continua. Molti musei sono nati così. Amore per le cose belle, senso di superiorità e disprezzo per la loro collocazione storico-geografica, disprezzo per gli uomini. Qui non c’entra la borghesia, il razionalismo, mi pare.
    Lo spirito borghese ha piuttosto a che vedere con la responsabilità sociale, la necessità, il bisogno di diffondere la cultura e infine renderla accessibile alle masse, attraverso l’industria culturale. Ma se il rituale collettivo non presuppone quella prima responsabilità individuale, allora pochi individui si troveranno a dirigere le scelte e persino le soddisfazioni culturali ed estetiche dei molti. Questo è il nodo, oggi? Mostre temporanee e reclamizzate affollatissime, mentre musei e gallerie molto ricchi e interessanti, fuori del richiamo dell’attualità, sono quasi deserti?
    Su questo, Simone, invitavi a riflettere?

  • Ottimo. Spero faccia riflettere.

  • cara Piera, quello di individuo non è forse un concetto borghese? Scomparsa la borghesia, che essa ci piaccia o meno, scompare anche l’individuo e l’idea di una sua cura. “Cultura”… I concetti stessi di arte e di museo sono concetti borghesi. Non che prima non esistessero collezioni e cose belle, ma le si chiamava e li si concepiva in altro modo. La domanda, allora, è questa: la scomparsa della “cultura”, il declino dei musei – a profitto di «cose belle» e di collezioni di altra natura – non significa forse la fine di un’epoca? Il declino della borghesia?

  • però attenzione, la scomparsa della classe borghese non significa che siano scomparse le classi, (altrimenti sarebbe scomparso il capitalismo) piuttosto mi sembra che oggi assistiamo a una divaricazione tre realtà e nessi interpretativi della realtà per i quali si continua a impostare la didattica e l’offerta culturale sulla base di stereotipi consumati e inesistenti che per questa ragione non arrivano a compimento o arrivano in forma massificata e distorta. però con questo non mi sembra che l’individuo, se pure diventato oggetto in questo riassestamento delle classi, abbia completamente perso i suoi caratteri soggettivi. altrimenti non si spiegherebbe la straordinaria partecipazione e creatività di tante soggettività che pure esistono o resistono. la questione è come modificare la relazione culturale (comunemente intesa) a partire da una rilettura totale delle classi e dei rapporti di forza…forse. comunque grazie

  • Brava Clarissa!

  • Bell’ articolo, dovete farlo leggere al ministro Bondi, il poeta di regime: se davvero vuol fare tagli alla cultura, allora lui sarebbe il primo a essere trasferito a Filicudi.

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