Roma 1 aprile 2010. A Palazzo delle Esposizioni, in occasione della mostra antologica curata da Ida Giannelli, il volto di Mimmo Jodice (è nato a Napoli, dove vive, nel 1934) si inserisce tra quelli antichi di Anamnesi (1990). Nel suo ritratto, gli occhi chiari – il verde del maglione che indossa – si traducono in un passaggio di grigi, compresi tra il bianco e il nero. Una rapida incursione in quella zona mentale che è la fotografia in bianco e nero, aperta alle libere associazioni. Jodice stesso, del resto, non fotografa a colori per via di quella necessità di mettere in moto l’immaginazione. In quasi cinquant’anni di attività – le prime foto sono del ’62 – l’artista non ha mai abbandonato la fotografia analogica. “Il mio lavoro inizia in anni molto particolari: la contestazione, la creatività che si stravolgeva.” – spiega – “Con gli anni ’60 comincia la pop art, cambia la musica, il cinema, la poesia, il teatro… Mi trovavo in quella dimensione con l’ingranditore per stampare le foto, neanche con la macchia fotografica. Cominciai a sperimentare. Non facevo fotografie di tipo professionale, fotogiornalismo o altro, ma ricercavo le possibilità della fotografia. Una ricerca che era tecnica e linguistica”. Immagini come Paesaggio interrotto (1970) – una sorta di collage di frammenti fotografici ballerini, strappati e ricollocati – Reflex (1965), Studio per un nudo (1967), e più tardi Taglio e Vera fotografia – entrambi del 1978 – segnano momenti fondamentali del suo percorso. Cercando sul vocabolario italiano la voce “fotografia”, Jodice aveva trovato: “fotografia = sistema ottico, chimico, ecc. per riprodurre fedelmente la realtà. Così decisi di fotografare la mano a grandezza naturale, completando il lavoro con il taglio della superficie, oppure scrivendo con l’inchiostro blu vera fotografia’”. Opere in cui c’è una forte componente concettuale, insieme alla consapevolezza delle potenzialità del mezzo. Passeggiando insieme tra le fotografie, che emergono dalle pareti grigio perla del contenitore museale (pubblicate nel catalogo 24 ORE Cultura – Gruppo 24 Ore) ripercorriamo le fasi: La stagione sperimentale (dal 1965 al 1970), Gli anni dell’impegno sociale (dal 1970 al 1980), Il Mediterraneo e la riflessione sui luoghi (dal 1980), Eden e la riflessione sulle cose (dal 1990 ad oggi). “Prendi poche parole che sintetizzano un pensiero,” – si raccomanda Mimmo Jodice – “che descrivano, non trascrivano”.


Manuela De Leonardis) Alla fine degli anni ’50 frequentavi la Galleria il Centro di Napoli e gli artisti dell’Accademia di Belle Arti. Il tuo stesso percorso artistico è iniziato con la pittura e la scultura, orientandosi verso la fotografia per caso, con una vecchia macchina fotografia ricevuta in dono. C’è stato un fattore illuminante che ti ha fatto privilegiare questo mezzo?
Mimmo Jodice) Avendo iniziato a stampare, mi rendevo conto che c’erano delle potenzialità in atto. Non riuscivo ad accettare il pregiudizio sulla fotografia, intesa solo come mezzo per fare certe cose.
M. D. L.) La sperimentazione, quindi, ha segnato fin dall’inizio il tuo linguaggio. In che modo gli spettacoli d’avanguardia, soprattutto il Living Theatre, sono stati determinanti?
M. J.) Non c’è un modo specifico. Personalmente, ho lavorato molto con il teatro d’avanguardia. A Napoli ci sono stati grandi fermenti. Nella stessa area, ad esempio, a pochi metri di distanza c’erano il Teatro Instabile e altri due o tre teatri d’avanguardia. Vivevo il teatro dall’interno, collaborando nella realizzazione delle scenografie, che erano proiezioni, e anche recitando come comparsa. C’era un clima di grande partecipazione.
M. D. L.) C’è una fotografia a cui ti senti particolarmente legato?
M. J.) Vado a periodi. Le fotografie sono come i figli. A seconda del momento ne va difesa una, piuttosto che un’altra. Se potessi, comunque, rifarei tutto daccapo. Anche se ognuna di queste fotografie ha un senso. Ad esempio le foto della serie Frammenti con figura (1968), sono state esposte in occasione della mostra sui nudi, Dentro cartelle ermetiche, curata da Cesare Zavattini alla Galleria il Diaframma di Milano nel 1970. Già allora il nudo – parliamo della fine degli anni ’60! – era pur sempre il nudo. Trattandosi, poi, di nudo maschile era letteralmente scioccante. C’era, naturalmente, l’idea della trasgressione. Per quanto riguarda la tecnica, invece, mi rifacevo al cubismo. I miei riferimenti, infatti, non sono stati tanto la fotografia, quanto l’arte: il surrealismo, la metafisica… In questo caso, come dicevo, il cubismo. Incollai frammenti di specchio, gli uni sugli altri, su un pannello bianco di formica, fotografai il soggetto, che era accanto a me, guardando l’immagine riflessa nello specchio, spezzettata.
M. D. L.) Non c’è casualità, quindi, nel tuo lavoro, ma una consapevole costruzione che parte dalla riflessione. Qual è esattamente la metodologia?
M. J.) Cambia di volta in volta. C’è sempre una riflessione sul mezzo, sull’importanza della scelta di un soggetto, sulle deformazioni prospettiche. C’è, quindi, una concettualità, come ad esempio in alcuni lavori sulla realtà e rappresentazione della realtà. Lavori che, purtroppo, non ho più, perché negli anni ’60 e ’70 la fotografia non aveva valore, soprattutto in Italia. Perciò mi capitava di spedire gli originali alle riviste che, anche se non li pubblicavano, non li restituivano. Né, del resto, io stesso mi preoccupavo di richiederli. Una volta fotografai un pezzo di strada con i sampietrini, studiando sempre il formato in considerazione del rapporto 1:1. Ricordo che a terra c’era il tappo di una bottiglia di Chinotto Neri. Dopo aver stampato la foto, con l’immagine del tappo riprodotta, ci misi un tappo vero. Oppure, un’altra volta, fotografai il parabrezza di un’Ape su cui era incollato l’adesivo del Sacro Volto e feci un’operazione analoga, attaccando l’adesivo originale sulla fotografia.
M. D. L.) Consideri la fotografia un impegno morale e civile. Da un certo tipo di fotografia antropologico-sociale – lontana, però, dal reportage fotogiornalistico – hai lasciato emergere, sempre di più, la componente simbolica, con un certo lirismo sempre accompagnato da ambiguità ed ironia.
M. J.) Forse la parola ironia non mi sta troppo bene, almeno in relazione a Gli anni dell’impegno sociale. C’è sicuramente una maniera per bypassare la realtà con una visione che non cade nei luoghi comuni. Quello della fotografia sociale, in particolare, è stato un capitolo limitato agli anni 1970-1975. Nell’anno accademico ’69-’70, infatti, il direttore dell’Accademia di Belle Arti di Napoli, Franco Mancini – scenografo molto sensibile – mi nominò docente di fotografia, una materia d’insegnamento che prima di allora non esisteva. Eravamo in piena contestazione, con il voto di gruppo, ecc. ed i ragazzi erano impegnati sul fronte delle lotte sociali. La contestazione significava prendere una posizione precisa. In un contesto del genere non potevo continuare a fare le mie sperimentazioni, ma nello stesso tempo sentivo di non poter fare cronaca. Immagini come quelle della serie Ercolano (1972), oppure Napoli. Ospedale psichiatrico (1977) e Napoli. Felice Anno (1974), sono schedature del malessere, della sofferenza, facce di denuncia. Tutta questa storia era legata alla speranza che qualcosa sarebbe successo. Effettivamente qualcosa si fece: la legge sul divorzio, l’aborto, la chiusura dei manicomi con la legge Basaglia. Ma, alla fine, tutto rientrò in una sorta di riflusso, e per me cominciò una grande amarezza. Per qualche anno non fotografai, poi decisi di rimuovere l’uomo dal centro del mio interesse, lasciando il vuoto, la sofferenza, il dolore in una dimensione surreale. Così sono nate immagini come Vedute di Napoli n. 29. Egiziaca a Pizzofalcone (1980), in cui un’automobile che sembra un fantasma è in un vicolo in cui non c’è niente, oppure il balcone che si sgretola in Largo Banchi Nuovi, la finestra finta di San Martino… Tutte cose vere, in cui mi sono imbattuto casualmente. Ho scattato migliaia di foto, di cui ne scelsi settanta che sono state pubblicate nel libro Vedute di Napoli. Da questo momento in poi nel mio lavoro non c’è più riferimento alla quotidianità. Ogni mia fotografia potrebbe esser stata fatta cento anni fa, oppure tra cento anni. C’è il silenzio.
M. D. L.) Napoli: passato, presente, futuro. Questa città complessa e contraddittoria è sempre stata al centro del tuo lavoro. Continua ancora ad emozionarti, a suscitare in te meraviglia e curiosità?
M. J.) La mia risposta c’entra in parte. Sono napoletano di nascita e per scelta. Non sono andato via, anche se il prezzo che ancora sto pagando è alto. Nel senso che Napoli non è New York, Parigi o Londra, e per lavoro faccio continuamente il pendolare. Ma la città mi ha ripagato, perché abitare qui mi ha stimolato creativamente. Mi ha dato temi che, altrimenti, non avrei mai potuto trovare. L’antico, ad esempio, essendo nato nel centro storico della città, dove ci sono i ruderi, le pietre romane, oppure il mare. La città è una fonte continua di ispirazione. Certamente mi sono scansato tutte quelle situazioni deleterie che fanno parte di un certo teatro, di luoghi comuni, di quella dimensione popolare che non mi riguarda. L’ispirazione è stata anche indiretta, come in Eden (1995), nata da una mia rilettura della natura morta. A Capodimonte, dove ho lavorato anche per documentare fotograficamente le opere, si stava organizzando una mostra sulla natura morta. Guardando i quadri antichi, mi chiedevo come mai quel genere fosse finito. Certo, quelle rappresentazioni erano molto piacevoli e rassicuranti, belle tele di frutta e fiori con coppe ed altri oggetti, da collocare nel salotto o nella sala da pranzo. Decisi, così, di recuperare il genere, però lo ribaltai, facendolo diventare la metafora della violenza, dell’aggressività.


M. D. L.) Anche il mare, dicevi, nasce dal tuo essere napoletano. Cosa vuol dire per te fotografare il mare?
M. J.) Il mare è sempre in una dimensione sospesa. E’ un mare primitivo e, anche quando c’è un oggetto, è estraniante e surreale. Anche in questo caso non prendo la macchina fotografica e scatto, l’immagine è sempre frutto di una ricerca, di una riflessione. Sapessi quanti chilometri di spiaggia ho fatto, senza scattare nemmeno una fotografia, oppure per scattarla quando finalmente ho trovato quello che cercavo, magari all’alba! E’ una riflessione sull’infinito, come spazio e tempo. Questo mare che scopre lo scoglio e lo ricopre, anche ora mentre stiamo parlando, continua la sua azione. I miei sono pensieri costruiti. La dimensione di attesa.
M. D. L.) Napoli, il Mediterraneo (il volume è stato pubblicato da Aperture nel 1995), il mare, il mito, l’antico… sono tra i temi che hai esplorato nel corso del tempo. Ci sono altri argomenti, invece, con cui ti piacerebbe interagire o che, per un qualche motivo, non sei riuscito ad affrontare?
M. J.) No. Tutti i temi che hanno fatto parte della mia storia, del mio lavoro, li ho potuti affrontare, perché sono state riflessioni che ho fatto al livello personale, poi sono diventati progetti di lavoro ed, infine, le immagini che sono andato a ricercare. Evidentemente non ho mai avuto la bizzarria di andare a fotografare la luna, perché lì non ci potevo andare. Mi sono ritagliato percorsi praticabili, non mi sono avventurato nelle spericolatezza. Piuttosto, è stato difficile girare per trovare le immagini che coincidessero con il progetto. Ad esempio Mediterraneo parte da una riflessione che feci mentre mi trovavo a Pompei, vedendo i solchi delle ruote dei carri lasciate sulle pietre della strada, come pure l’usura sulle fontane pubbliche, là dove si erano poggiate le mani. Osservando questi segni di una realtà, di una vita, provai ad immaginare come si vestiva la gente allora, quali erano gli odori, le parole… Un po’ alla volta iniziai un viaggio nel tempo, da Nimes a Pergamo, Petra, Agrigento, Cuma… immaginando di vivere io stesso nel passato. Nasce, così, l’idea di incontrare le persone in questa dimensione di sogno. Si tratta di immagini in azione, più che di reperti. Finché in Anamnesi (1990), racconto gli stessi sentimenti di oggi: lo spavento, la felicità.
M. D. L.) Il passato, in qualche modo, serve per interpretare il presente?
M. J.) Certamente. Niente è cambiato da duemila anni ad oggi, e niente cambierà all’interno di noi stessi.
M. D. L.) Fino a qualche anno fa affermavi di essere legato alle tecniche tradizionali della fotografia. In particolare, in qualità di fotografo e master printer, come vedi il futuro della stampa nell’era digitale?
M. J.) E’ una conquista. Sicuramente le potenzialità creative sono aumentate, ma con un rischio immenso, se chi opera non ha un grande rigore e autocritica, una progettualità di lavoro e la capacità di sapersi sempre emozionare.
M. D. L.) Anche tuo figlio, Francesco, è fotografo. Che tipo di scambi ci sono tra voi?
M. J.) Più che di scambi, ogni tanto ci sono delle riflessioni che facciamo in comune. Lui, come me, ha un bisogno espressivo e una sua cultura che sono diversi dai miei, intanto perché si è formato in architettura, strutturandosi per riflettere diversamente. Io sono più legato alla memoria delle cose, agli spazi che lasciano navigare la mia fantasia; Francesco, invece, vuole i numeri, le condizioni sociali, è una diversa realtà. Però, sento che il suo lavoro mi appartiene, perché c’è un certo rigore. Nessuno dei due va in giro per cercare di trovare delle belle occasioni da fotografare. C’è una progettualità diversa, ma rigorosissima, che ci accomuna.
M. D. L.) Continui a fotografare in analogica?
M. J.) Ho 76 anni e per cominciare a lavorare con il digitale, senza stravolgere la mia identità, dovrei impossessarmi di questa tecnica, lavorandoci a lungo, senza allontanarmi dalla mia visione.
Info mostra:
- Mimmo Jodice
- a cura di Ida Gianelli
- Palazzo delle Esposizioni, Roma
- dal 9 aprile all’11 luglio 2010
- Catalogo pubblicato da 24 ORE Cultura – Gruppo 24 Ore
Immagini:
- Mimmo Jodice a Palazzo delle Esposizioni
foto di Manuela De Leonardis - Mimmo Jodice, Amazzone da Ercolano, 2007
Stampa al bromuro d’argento, 2007
Courtesy l’Artista/ Palazzo delle Esposizioni - Mimmo Jodice, Ercolano n. 2, 1972
Stampa al bromuro d’argento, vintage
Courtesy l’Artista/ Palazzo delle Esposizioni - Mimmo Jodice, Strombolicchio, 1999
Stampa al carbone su carta carbone, 2009
Courtesy l’Artista/ Palazzo delle Esposizioni - Mimmo Jodice, Napoli, 1986
Stampa al carbone su carta carbone, 2009
Courtesy l’Artista/ Palazzo delle Esposizioni
Manuela De Leonardis (Roma 1966), si laurea nel 1991 in Lettere-Storia dell’Arte Moderna. Specializzata in archiviazione fotografica ha collaborato con vari istituti (RAI Educational – progetto IDEA “Museo Nazionale Virtuale Arte Italiana”; National Museum of Ireland/Art and Industrial Division, Dublin; Istituto Centrale del Restauro, Roma). Dal 1997 al 2004 si è occupata della catalogazione e delle ricerche storiche dei fondi fotografici storici Tony André, Caprile e Bertolami della Fototeca Nazionale/ICCD di Roma. Dal 2004 inizia ad occuparsi sistematicamente di arti visive come giornalista freelance, collaborando con Il Manifesto, Alias e le testate Exibart, CultFrame – Arti Visive (fino al 2010) e dal 2009 art a part of cult(ure) e Andy Magazine. Nel 2007 inizia l’attività di curatela con L’Italia rurale degli anni Sessanta: Sardegna, Basilicata, Calabria nelle fotografie di Mario Carbone, in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura di Lille. Tra i vari progetti, ha collaborato con Simona Filippini/Camera 21 alla realizzazione della mostra Di Lei. Donne globali raccontano, raccogliendo le testimonianze di dieci fotografe (catalogo Iacobelli 2009). Ha partecipato alle letture portfolio al SI FEST - Savignano Immagini Festival 2008 e al LDPF - Lucca Digital Photo Fest 2010 (membro della giuria del Premio Del Carlo). Nel 2010 ha fatto parte della giuria internazionale di arti visive del Fine Arts Festival di Muscat (Oman). Nel 2011 ha esposto per la prima volta un suo reportage fotografico con testi e ricette gastronomiche - Ginger House, realizzato nei magazzini dello zenzero di Fort Cochin (Kerala) - alla Libreria Odradek di Roma. Ha pubblicato con Postcart (collana Postwords), A tu per tu con i grandi fotografi - Vol. I (2011).


Ottima l’intervista, ma non ho ancora visto la mostra. Conosco il lavoro di Mimmo Jodice, solo in parte, e lo stimo molto come persona, oltre che come fotografo, in quanto diversi anni fa ho avuto occasione di lavorare con lui per la mostra di Canova a Roma, curata da Giuliano Briganti, al quale ho suggerito Mimmo Jodice per le fotografie del catalogo: Giuliano Briganti, che ancora non lo conosceva, ne rimase molto colpito e lo considerò il più straordinario fotografo della scultura.
bellissimo articolo, un grandissimo fotografo – solo fotografo?! – che ha dato una sua svolta all’arte fotografica restituendoci non immagini ma mondi, non opere ma concetti.
grazie sign. ra Claudia, che ha ricordato Giuliano Brioganti, un professore e storico straordinario, che qui meriterebbe uno dei vostri precisi, bellissimi approfondimenti. Briganti, Canova, grandi nomi, Iodice vi sia ffianca con qualità eccezionale. Grazie
una fotografia a tutto tondo quella di Mimmo Jodice, in cui lascia sempre scorgere le tracce dell’uomo, anche quando ci si trova davanti allo sclerotizzato inurbamento delle grandi città. Mostra stupenda!
interessante il Commento di Claudia Terenzi, grande donna della cultura e rilevante persona d’arte, che ci dà info su alcuni dettagli a me sconosciuti. Grazie 1000!
bellissimo articolo