Tira aria di dispotismo. Aria che spira soprattutto da Oriente, patria d’elezione della teocrazia e dell’assolutismo. Così sembra, almeno, a giudicare dalle più importanti mostre in programma, dai gusti di musei e curatori nei due paesi europei Italia e Francia. D’altronde i centri di potere, i contratti più importanti, le soluzioni più efficienti all’assenza di una governance internazionale, non vengono forse dal decisionismo della Russia di Putin e dal denaro sonante della Cina del nuovo capitalismo? Dal culto fine a se stesso del potere? Ecco così due mostre colossali segnare a Parigi il nuovo barometro politico e culturale.
La prima, un’imponente rassegna di arte russa fino al 24 maggio al Louvre, dal titolo più che evocativo: La Santa Russia, inaugurata dai due presidenti, Sakozy e Medvedev nel contesto di contratti milionari (tra gli sponsor c’è Gazprom). Oltre quattrocento opere, provenienti dalle collezioni di Mosca, San Pietroburgo e Novgorod traslate in Francia con l’intento di spazzare via dall’immaginario collettivo mezzo secolo di estetica sovietica. Una rassegna costruita per impressionare, anche se tenuta con difficoltà da un troppo tenue approccio storico-critico. Che le complesse relazioni tra Oriente e Occidente nella problematica identità russa emergano confusamente, però, non importa. Quello che importa è che lo sfavillare degli ori e delle pietre preziose chiariscano una cosa: la Russia moderna è la meta d’elezione delle nuove classi dirigenti. La sua devozione storica per il potere è la risposta al declino delle democrazie in Occidente.
Ai comuni mortali, a quelli che con il dispotismo hanno tutto da perdere, sembra destinato il secondo appuntamento. A qualche passo dal Louvre, nel fluido misticismo de La Via del Tao, fino al 5 luglio al Grand Palais. Duecentocinquanta opere, tutte incentrate sulla ricerca della “via interiore”, su quell’equilibrio tra sé e natura, tra volontà e legge divina che nel disimpegno, nel rispetto assoluto del Principio superiore, promette il raggiungimento di felicità e vita eterna. A incoraggiare la fuga dal mondo, la raffinata metafora di una cosmologia tutta funzionale alla società gerarchica della Cina feudale. Sta alla curatrice Catherine Delacour, poi, rinnovare la promessa, farne un possibile viatico di fronte al declino della cittadinanza nel mondo contemporaneo. Sta a lei ricordare che l’iniziativa ha una dimensione certo culturale, ma può assumere anche attualità esistenziale: “Il Taoismo è un pensiero che esalta la vita e scommette sulla felicità degli esseri su terra e nell’aldilà. Si illustra con l’immagine della gioia raggiante accessibile a tutti senza eccezione”.
Dalla Francia all’Italia, la musica non è molto diversa. A Venezia, è sbarcata il 25 aprile la mostra Russie! Memoria, mistificazione, immaginario (a Ca’ Foscari, fino al 25 luglio). Un’imponente retrospettiva che propone di indagare ancora una volta i legami tra estetica e potere in “una cultura visiva che fu un formidabile strumento di propaganda”. Nel quadro di scambi bilaterali, poi, è in programma a Palazzo Reale di Milano la mostra Roma e Cina, due imperi a confronto. In un lontano passato, a prefigurare l’ardita operazione furono i favoleggiamenti dello storico britannico Arnold Toynbee e delle sue Civiltà a confronto. Da qui l’escamotage dei curatori, Stefano De Caro e Xu Pingfang che hanno costruito il difficile paragone in oltre 450 pezzi che illustrano le capacità tecnicopolitiche dei due imperi, assunti a essenza stessa delle civiltà d’Oriente e d’Occidente. A tal punto che Pingfang può scrivere: “I due Imperi ci stimola a sviluppare lo scambio e il dialogo tra le culture, a imparare l’uno dall’esperienza dell’altro”. La Cina comunista, cioè, ha tutto da imparare dall’Occidente dispotico di Roma. E dall’antropocentrismo greco? E dalla democrazia?
La risposta sta in una splendida mostra fino al 5 settembre ai musei Capitolini: Roma l’età della conquista. Ovvero, l’assimilazione della lezione greca, soprattutto nella versione ellenistica, all’interno dell’estetica repubblicana e imperiale. Occasione per vedere a Roma pezzi come l’altare di Domitius Ahenobarbus o il ritratto dello Pseudo-Albino entrambi al Louvre e fra i documenti più significativi dell’arte romana. Al centro della mostra, ovviamente, non c’è l’universalità dell’antropocentrismo ellenico, quanto le capacità infinite di successo di una società fondata sul culto del potere. Al declino dell’immaginario democratico e alla progressiva scomparsa dei suoi protagonisti non rispondeva neanche La forza del bello, mostra curata quest’inverno da Salvatore Settis e Maria Luisa Catoni a Palazzo Te di Mantova. Rassegna raffinatissima, dove della cultura ellenica non si sottolineava l’antropocentrismo policromo e in carne e ossa della stagione democratica, ma la sua versione rarefatta, neoclassica, animata da un’idea del tutto intellettualistica di bellezza universale che avrebbe conosciuto i momenti più alti con Augusto e con il Rinascimento. Non il ruolo pubblico dell’arte nella polis, ma la sua irresistibile fortuna presso le aristocrazie antiche e nell’Europa medievale e moderna. Quella dei signori, dei sovrani assoluti e delle corti.
Laureato in Filosofia teoretica a Roma e in Storia dell’Arte all’École du Louvre di Parigi. E’ editor e traduttore professionista, corrispondente a Roma per la trasmissione Effet papillon della francese Canal plus e per il programma La Fabrique de l’Histoire dell’emittente radio France Culture. Ha curato il volume L’oca al Passo di Antonio Tabucchi. Altro su: http://simoneverde.blogspot.com/


forse sì, forse no…
Non credo si tratti di visione culturale reazionaria ma di scelta politica reazionaria, che torna indietro nel tempo…