Art Basel è indubbiamente la reginetta delle Fiere d’Arte contemporanea. Anche quest’anno, 2010, alla sua 41ma edizione, ha confermato la sua posizione, con numeri sempre altissimi: oltre trecento gallerie da tutto il mondo e più di duemilacinquecento artisti, con arricchimento curatoriale e culturale attraverso l’interessante Art Statements, con i suoi ventisei talenti emergenti proposti da altrettante giovani gallerie, e con il padiglione espositivo Art Unlimited e i suoi cinquantasei progetti senza limiti (di monumentalità e coinvolgimento) di altrettanti artisti; si elenca, inoltre, Art Feature, un programma di 20 mostre allestite fra gli spazi galleristici. Altri numeri: quattordici, come i lavori della sezione Art Public – all’esterno della Fiera: italiani? Alberto Tadiello – e un pubblico dell’arte e di semplici curiosi che conta di media annua 60mila visitatori e che quest’anno sembrano in crescita; desiderosi un po’ meno, però, almeno è sembrato, di seguire con il maltempo l’Art Parcours, tra installazioni e performance (Angela Bulloch alla Munster Cathedral, Daniel Buren alla vecchia Università etc.), forse più orientati a riparare in climatizzati e confortevoli Musei dove c’è da scegliere tra Jean-Michel Basquiat, Matthew Barney, Félix González-Torres, Rodney Graham, Gabriel Orozco…
Inaugurata il 16, con preview e preview della preview il 15, e in corso sino al 20 giugno, ha dimostrato una buona tenuta nonostante la crisi che ha pesato in ogni area, compresa quella connessa al collezionismo del contemporaneo. Questo, però, in fatto di grandi artisti e soprattutto di opere importanti, giuste, ha dato prova di savoir faire dovuto, evidentemente, oltre che al danaro in banca – che in Svizzera è ben protetto e secretato, ancora – anche a consiglieri fidati: leggi gallerie autorevoli, dealer davvero credibili, critici competenti e manager dell’arte vari; a ciò si aggiunga un pizzico di coraggio e la realtà-reale di un settore che comunque ha retto, soprattutto in circuitazioni di investimento alto e altissimo. Che qui a Basilea sono la maggioranza.
Da una Fiera nata – nel 1970 – per iniziativa di collezionisti e galleristi non ci si poteva e non ci si può aspettare un flop né una caduta in disgrazia, cosa che non è contemplata in questa macchina complessa e ben rodata nel tempo: nonostante il tempo, ma quello climatico, che è stato piuttosto brutto, piovigginoso, con temperature autunnali…
Dentro, nell’ampia e ariosa struttura della manifestazione, invece, si sono indossati abiti leggeri e si è vista molta passerella degna di mondanità international-style, senza l’esibizionismo sfrenato che contraddistingue alcune italiche kermesse. Nota di colore: una modella con vestitino molto carino, fatto di riciclaggio di bustine di tè, e che ha fatto una passeggiata estemporanea fuori dall’Art Basel; all’interno, anche qualche bizzarro personaggio un po’ artistoide ed eccentrico: una Lady Mucca o Pig un po’ sciupata dall’età, con pupazzo di maialino rosa in braccio e look bamboleggiante, e un uomo-casco tecnologico per riprese everywhere, più moderno e fascinoso di un nostrano, ma più vero e tenero, pseudo-cyborg dell’area abruzzese (un bizzaro prof. di Lanciano) che si vede a molte inaugurazioni…
La frequentazione è stata enorme e variegata: tanto mondo della finanza, protagonisti della cultura di calibro, nessun politico esibito come tale; veline e tronisti out ma qualche star vera: leggi Brad Pitt, abituale fruitore in questa Art Basel e qui incontrato. Eccolo fotografato, con tanto di scoppola, catenina, anellone e orologio d’oro, completo bianco spiegazzato, e a suo agio tra le opere esposte. Se abbia acquistato e cosa non ci è stato confermato: si dice affascinato da un Jean-Michel Basquiat, all’Art Fair abbastanza dominante, anche data la mostra in corso alla Fondation Beyler.
Tanto per gradire, come ogni fiera che si rispetti, non è mancata qualche bella festa, tra cui quella di Vitra per la presentazione, durante Art Basel, dello showroom dei soliti archistar Herzog e De Meuron: qui, invece, tanto glamour, meno sostanza. L’arte è altrove, alla Fiera vera e propria.
Le gallerie? Tante, con qualche mancanza italiana. Sulla diatriba in merito all’inevitabile “chi decide chi sì e chi no”, cioè sul criterio della selezione per essere a questa manifestazione, c’è da discutere ma è difficile dare un parere definito quando le gallerie escluse negano ogni anno di aver chiesto di partecipare e di essere, invece, state rifiutate… Non si sottrae all’ammissione, con molta trasparenza della quale siamo grati, Giampaolo Abbondio che con la sua milanese Pack mirava ad approdare a Basilea e ha pertanto ripiegato su Scope (tra le sue proposte lì: un Alberto Di Fabio, raro in minimale mosaico, e foto riuscitissime di Marina Paris), perché “comunque sia, Basilea durante Art Basel è una piazza importante”.
Dunque la Art Basel 41 ha rivelato una massiccia presenza di installazione e scultura; video non tanto; molta la pittura. In generale, grandi dimensioni delle opere (e quindi anche grandi prezzi).
Nelle fiere italiane, in questi ultimi anni, i lavori nei padiglioni sono stati più contenuti, soprattutto a Roma, dove abbiamo rilevato una più forte presenza della fotografia. Con la crisi, infatti, le opere si fanno più piccole e nel mercato dell’Arte aumenta la presenza della bidimensionalità, del quadro e della pittura, segno di un ricorso a una vendibilità più agile, a prezzi abbordabili: nella speranza della formichina, dopo anni di cicale, e spesso con uso improprio dell’Arte, sovrastimata… In controtendenza con una strana formula – non so se leggenda metropolitana o meno – da tempo rivoluzionata, ovvero quella che vuole le gonne delle donne accorciarsi e i telefonini e i suv aumentare con la recessione e viceversa, ebbene: nell’Arte, in Italia, avviene il contrario. A Basilea, invece, “no problem”, almeno giudicare dal via vai di opere sotto il braccio e nelle casse di collezionisti specialmente americani, seguiti da russi e magnati dell’est, indiani e giapponesi (non necessariamente in quest’ordine).
Grande energia, insomma, come peraltro aveva più volte detto durante la presentazione della mattina il co-direttore (con Annette Schönholzer), Marc Spiegler. Il brillante franco-americano – ma vive rigorosamente in Svizzera, a Zurigo – l’auspicava ma dandola da subito per ovvia, dato quello che si palesava immediatamente alla vista: box molto grandi e ben allestiti, nonostante la struttura ospitante – funzionale ma alquanto spartana –, pubblico numerosissimo, opere davvero notevoli, anche in gallerie non famosissime.
Valutazioni a caldo? Una prima riguarda la pittura, che non è mai venuta meno, qui; a parte moltissimi artisti storicizzati, quello che l’ha contraddistinta è un’essenzializzazione e una forte concettualità, una bellezza non prorompente ma necessaria, significativa, e quindi una lontananza da quella decorazione o buona maniera epigona sempre di qualcun altro e priva di senso e consapevolezza: tipica di molta produzione in Italia, specie in anni di revisionismi e ritorno alla mera apparenza.
Già, l’Italia: “ma qui è un altro mondo”, ha chiosato Ludovico Pratesi accompagnatore di un gruppo di collezionisti e appassionati della Guggenheim (di Venezia?), dopo una breve chiacchierata in cui ha espresso plauso per “una Fiera sempre all’altezza, con collegamenti ad alto livello che qui non mancano mai”.
La crisi? Confermano anche altri che qui non si nota: “Non pesa troppo. Questa è una fiera seria e importante” ci dice Mauro Nicoletti che con la sua Magazzino ha un grande allestimento con, tra gli altri, un Senza titolo (2008) di Alberto Garutti: una madonna in ceramica, di quelle tipiche devozionali, e “electrical heating device” (un po’ stucchevole, peccato) e simile, nella scelta, a quella gialla rifatta (ma successivamente) in poliestere dalla tedesca Katharina Fritsch. La scelta della galleria romana è comunque peculiare, orientata verso tipologie espressive che la contraddistinguono da anni –Domenico Mangano, Daniele Puppi, Luca Vitone, Massimo Bartolini, Betta Benassi, Sislej Xhafa, da poco Alessandro Piangiamore – e che qui si fanno ancor più radicali. Rischiose? “Ma no…”
Un parallelismo con le Fiere italiane è impossibile, prosegue Nicoletti: “L’Art Fair di Roma? Quella Fiera ha visto premiati molti sforzi, e l’attrattiva dell’apertura di MACRO e MAXXI è stata trainante, andrà ripetuta questa connessione. The Road sarà difficile portarla avanti ma io ci spero”; certo i collezionisti che si sono visti a Basilea, da noi: “ è difficilissimo farli arrivare”, ed è ovvio, dato l’altissimo profilo di gallerie internazionali e di opere che in simili kermesse italiote “non vedi”…
E’ più cauto Umberto Raucci che con il suo socio Carlo è la napoletana Raucci Santamaria: registra una “crisi innegabile, ma nulla di fermo, qui, solo un po’ più di rallenty”.
Il segreto per resistere a buriane e sfaldamenti? “Oh, certamente lavorare, lavorare, e seriamente” afferma Massimo Minini, che sottolinea “l’importanza della qualità sempre, in ogni capo”, congedandosi dall’intervista presto perché assediato – letteralmente – da richieste di prezzi (non solo da fruitori italiani).
Cosa si è imposto, in questa Art Basel che più che una Fiera è sembrata un Museo con una importante e poliedrica collezione di eccellenza? A parte quanto sin qui analizzato, non troppe novità e una buona presenza italiana, ma sicura, sempre quella, come era prevedibile; ecco, pertanto, un deciso protagonismo dell’Arte Povera, con Zorio, Kounellis, Pistoletto, Anselmo e Boetti, e che ha visto primeggiare Penone: meraviglioso ovunque, tanto primario, poetico, etico (“ecologico!” ha esclamato in tedesco una ricca signora nel box dell’americana Marian Goodman, estasiata pure di fronte a Gabriel Orozco); anche Mario Merz ha campeggiato, dalla Fisher di Dusseldorf come dall’italiana Stein (pure con Zorio) e anche in altre, come diremo…
Andiamo avanti, tra gli stand e le opere esposte, proseguendo in ordine alfabetico, partendo dalla A. L’Amman di Zurigo non rischia e si concentra essenzialmente su Andy Warhol di grandi dimensioni ed effetto.
Il napoletano Alfonso Artiaco, ha confermato “fatica e serietà nel lavorare per superare la crisi” alla quale infatti risponde, tra l’altro, con un’installazione poderosa ma un po’ forzata di Kounellis, molto più adatta a una sala di Macro o Maxxi che a un salotto, per quanto forse in un open-space privato a Hollywood potrebbe tranquillamente entrare. Quotazione? “Oltre mezzo milione di euro”.
Nella casella B inseriamo volentieri la Buchmann che, con le due sedi di Lugano e Berlino, in Fiera opta, oltre che per Laib, Buren, Bettina Pousttchi – in Arte Public, è quella della foto serigrafata a grandezza naturale dell’orologio di Basel di cui ha editato una tiratura limitata e da… parete – Fiona Rae etc., per grandi sculture di Tony Cragg classiche, accanto a opere bidimensionali e a parete, quelle di frammenti di plastica composti in fattezze umane…
La Continua, da San Gimignano, piena di pubblico e di opere, ha allestito un vero bazar con la presenza di Pistoletto del quale hanno prodotto e proposto, ad Art Unlimited, un dedalo di cartone che racchiude al centro uno specchio-pozzo. Tra le opere in Fiera, di questa galleria considerata di punta, una scultura sovradimensionata che ha destato non poca curiosità: un Bin Laden, formato simil-umano e titolato Am Are, datata 2008, di Sun Yan & Peng Yu. Spettacolare, non c’è che dire, ma concettualisticamente déjà vu.
Saltando alcune lettere e gallerie, alla G troviamo, da Chicago, una Richard Gray con nomi ormai da arte moderna: Giacometti, Alberts, Bacon, Baselitz, Ed Ruscha, tutti da museo e con quotazioni vertiginose: una Testa di donna, il Picasso del 1947, è data a 3 milioni e 800 mila dollari, la Composizione del 1953 di Miró a 20 milioni di dollari; di un Basquiat non possono parlare: pare fosse già acquistato.
Alla Galerie Gmurzynska tanta folla per celebrare una mostra in corso nella sede della stessa, a Zurigo, con Suprematismo vs Zaha Hadid (http://www.artapartofculture.net/2010/06/20/zaha-haid-e-il-…), o viceversa…
Da Green di Londra, tra tante firme – Bridget Riley, Lucian Freud, Gerhard Richter – anche un dolente Frank Auerbach che pur se di piccole dimensioni graffia come un monumento.
Alla Gladstone si rivede Alighiero Boetti poetico ed essenziale come sempre, ma in versione meno abituale, in vetro: Niente da vedere, niente da nascondere (che fu presenta anche da Sperone); la data dell’opera, 1969, è la stessa della partecipazione di Boetti alla mitica When Attitude Become Form proposta proprio in Svizzera, ma a Berna, alla Kunsthalle. Un procuratore di un misterioso collezionista ha cercato di trattare sui 2 milioni di euro di partenza: chissà se l’ha poi spuntata…; certo è che quel lavoro è un invito alla contemplazione: molto costoso, seppure assolutamente ripagato…
Da Marianne Goodman di New York, tra le opere si fa notare un mini-simil- Cattelan: è un pupazzo di Pierre Huyghe datato 2004-2009: se ne stava in un angolo, afflosciato, con i fili da burattino a penzoloni: This Is Not A TomeFor Dreaming. Bellissima, nella sua purezza essenziale, la grande carta di Giovanni Anselmo: L’Altrove, mentre la Mano lo indica, 1980.
Alla H si impone per ricchezza espositiva, la Hauser & Wirth di Zurigo con sculture in silicone nero – i nanetti qui resi giganti della fiaba di Walt Disney – di Paul McCarthy. L’artista – con la mostra in corso all’italiana Fondazione Trussardi – è stato presente anche in una delle Conversazioni – tenuta da Massimiliano Gioni – organizzate negli eventi paralleli alla kermesse fieristica.
Decisamente più rigorosa, la Houk di New York, ha allestito un’ottima selezione di fotografie: dagli storici Man Ray, Wetson, Bressai, Kertész, alle magnifiche signore dello scatto Dorothea Lange e Annie Leibovitz.
A questa segnalazione, sempre in ambito Fotografia – con la maiuscola – e saltando alla lettera K, va menzionata l’ottima Hans P. Kraus. Da New York, una mini-antologica assai colta sulla storia della fotografia, essenzialmente dal pionierismo: da Fox Talbot a Evans, Le Gray, Adrien Tournachon (il fratello di Nadar!) a una più rara Anna Atkins; dai morbidi scatti della Cameron e di Edward Steichen e non tralasciando il mito-Stieglitz allo scombussolante Lewis Carroll (lui, il britannico poliedrico, Charles Lutwidge Dodgson, chiacchierato creatore di Alice nel Paese delle Meraviglie, e autore di quelle foto su bambine e ragazzine di cui cercava, diceva, l’innata innocenza e divinità…).
Invernizzi, da Milano, ha proposto Aricò, Dadamaino, Nigro, Umberg e Gianni Colombo del quale si ricordava, proprio in quel box, la magnifica retrospettiva torinese del Castello di Rivoli.
L’Annely Juda di Londra accanto a Mooly-Magy, Naum Gabo, Antony Caro o Christo, dispiega due David Hockney raggelanti e perfetti, meravigliosi.
Alla K di Kewenig, Colonia, un magnifico allestimento con Kimsooja, Fabro, Calzolari, un bellissimo Merz un perturbante Boltanski.
Come già rilevato, tutto qui è molto museale, in teoria vendibile, budget permettendo, con qualche apertura verso più giovani autori; alla L, per esempio, si distingue la poetica del periferico e del minimo spostamento di senso di Lily van der Stokker, un’artista dei Paesi Bassi rappresentata dalla milanese Francesca Kaufmann all’interno del settore Art Feature.
Alla Luhring Augustine di New York, tra Morimura, Janine Antoni, Pistoletto, Larry Clark, e una Pipilotti Rist con un’estetizzante, facile-facile – insomma banale – piccola videoinstallazione (All or Nothing, 2010, edizione 1 di 5), ha fatto capolino anche Luisa Lambri, per anni invasiva ovunque, da tempo ritiratasi a più contenute presenze.
Alla M celebriamo la Marlborough, galleria con sedi sparse un po’ ovunque (ne ebbe una, storica, anche a Roma): in Fiera ha portato, tra l’altro, le sculturone di Will Ryman, uno splendido capolavoro di Bacon e una parete con eccezionali Ad Reinhardt, da retrospettiva, con tanto di guardia giurata assoldata ad hoc.
Va citata anche la romana Monitor, una lumachina in accelerazione, che arriva sempre dove deve e non sbaglia un colpo nel sistema, guidata da alte ambizioni; a Basilea, coinvolta nel settore Arts Statements, ha presentato la personale dell’inarrestabile Francesco Arena.
Nagy da Londra, tra i tanti quadri da manuale – Bacon, Beckmann, Dix, Ensor, Kubin etc. – ha proposto una piccola e davvero emozionante carta di Egon Schiele.
Alla Carolina Nitsch di New York si sono dispiegate le opere di Louise, la grande Bourgeois, da poco scomparsa ( http://www.artapartofculture.net/2010/06/01/louise-bourgeois-…) che è presente con piccole opere a parete e sculture: potenti zampate di una signora dell’arte che ha detto di sé: “Per me la scultura è il corpo. Il mio corpo è la mia scultura”.
Alla P richiamiamo la Galerie Pauli di Losanna, con uno dei citati lavori di Penone, e una serie di pezzi semoventi, poetici e insieme aggressivi, come suo solito, di Rebecca Horn, affiancati da suoi disegni.
Ecco un altro balzo, a ritroso nel percorso ma non nell’alfabeto: tra le prime gallerie entrando in Fiera, al primo piano, ci ha accolto la storica Galleria Tony Shafrazi di New York, con l’uno e qui trino Basquiat e con, anche, Haring, David Salle, Warhol: insomma, il gotha di una certa avventura made-in-USA sempre attualissima.
A seguire, inseriamo la Galleria Skarstedt New York dove, tra Marlene Dumas, Fischil & Weiss, Barbara Kruger, Cindy Sherman, l’immancabile Warhol e Rosemarie Trockel, domina dall’alto anche l’ineludibile ranocchio crocifisso Martin Kippenberger.
Studio La Città di Verona ha proposto un coloratissimo allestimento sartrorial-baroccheggiante con le opere della conterranea Anna Galtarossa, le contaminazioni dell’afroamericano e poliedrico Nick Cave, i lavori dell’eticamente critica indiana Hema Upadhyay, quelli dell’americano orientaleggiante Jacob Hashimoto e di un raffinato, rigoroso Pier Paolo Calzolari.
Alla T, ecco Tucci Russo, per la prima volta ad Art Basel, che si dimostra molto soddisfatto di questo grande show; conferma, inoltre che la crisi “non ha spaventato troppo i grandi collezionisti” – molti americani – perché “l’Arte ha tenuto, ha confermato il suo essere anche bene rifugio”, pertanto sia lui che in generale in Fiera testimoniano “ottimismo” perché lo sboom, sia “qui che in grandi situazioni”, e nelle performance importanti “si avverte decisamente meno”.
Vicino alla galleria di Torre Pellice è situato il box della svizzera Tschudi, con sede Glaus, che propone Minimalismo e Land Art chiudendo il percorso in gran bellezza con un mastodontico Mario Merz: un grande igloo, cupola laica per riparare e al contempo glorificare la persona, inno originario alla quotidianità ed epica della vita umana.
Orientandoci tra stand, folla, pochi ma ottimamente collocati punti per sedersi, un bel risto-bar al primo piano molto ben progettato, e passando di opera in opera, ascoltando tantissime richieste di quotazioni e registrando molti incontri interessanti, terminiamo alla lettera Z con la Galleria David Zwirner di New York: ci accoglie Yves Klein, storico – 1960: Antropometrie – e la cattiva pittura, meravigliosamente intensa di quella Marlene Dumas che disse: “Se dipingere è femminile e la follia è una malattia femminile, allora tutte le pittrici sono pazze e tutti i pittori sono donne”.
Con tutto il rispetto: ma dove si vede questa ricchezza, tutta insieme, alle Fiere italiane? Il tour de forse tra le Fiere non si è attestato solo in quella ufficiale, perché a Basilea trovano posto anche alcune kermesse come la trendy Design Miami/Basel, la vitale Liste nata nel 1996, alla sua 15ma edizione, e Volta, con le sua ottantuno gallerie (ma circa 350 quelle propostesi), attenta all’arte emergente e più sperimentale: le italiane? Furini Arte Contemporanea e V.M.21 da Roma, Magrorocca da Milano, Umberto Di Marino da Napoli e Perugi da Padova.
Va detto, anche, che non sempre ogni ciambella viene con il buco, all’estero. Per esempio c’è l’indigesta (quest’anno) Scope, decisamente inutile dal punto di vista qualitativo, eccezion fatta per tre o quattro gallerie di dignitosa o buona proposta.
Poi, c’è la terrificante Hot Art, sottobosco travestito da Fiera alternativa, con un’attenzione particolare all’America Latina e a Città del Messico: un progetto underground solo perché allocato in un parcheggio sotterraneo (vi ricorsa qualcosa?!).
In attesa della consueta edizione invernale, l’Art Basel Miami Beach, che si svolge ogni anno a dicembre a Miami Beach dal 2002, abbiamo ancora da monitorare una quantità industriale di Fiere sino a chiudere con Artissima a novembre, con Scope pure a Miami, e con le quasi concomitanti Nada Art Fair e Verge… Tante, forse troppe, come lo sono gallerie, artisti, curatori, per un Mondo – non esclusivamente dell’Arte – esploso ma che finge di non curarsene e che sembra non aver capito quanto la quantità non sia sinonimo né di pluralità, né di libertà e democrazia, tantomeno di qualità, e per un Sistema generalmente da riformulare. Pena: un solito doping che prima o poi sarà scoperto – mentre tutti sapevano facendo finta di no – trascinando con sé investitori e un grande circo pronto, a quanto pare, a risorgere ogni volta dalle proprie ceneri.
Immagini: (tutte le foto/ph copy Paolo Di Pasquale)
- Galleria Tschudi, igloo Mario Merz, particolare
- Basel, ingresso Fiera Art Basel
- Galleria Skarstedt , Martin Kippenberger
- Galleria Tyler Nahem, allestimento con opere di Frank Stella e Twombly
- Galleria Tucci Russo, panoramica allestimento box
- Fiera Art Basel: Brad Pitt (phone mobile)
- Galleria Tony Amman, panoramica allestimento e opera di Warhol
- Galleria Gagosian, allestimento e Pepi Marchetti
- Galleria Juda, due quadri di David Hockney
- Lady moka/Pig
- Galleria Pauli, Rebecca Horne, Vol de papillon, 2008, particolare
- modella con vestito di materiale di riciclo, passerella estemporanea Art Basel
- Galleria Kewenig, allestimento con scorcio opera di Mario Merz, di Kimsooja e Boltanski
- Galleria Kraus, allestimento pionieri della fotografia
- Galleria Studio la Città, allestimento con opere di Nick Cave, Anna Galtarossa, Hashimoto, Calzolari
- Galleria Luhring Augustine, videoinstallazione di Pipilotti Rist1
- Galleria Marlborough, parete Ad Reinhardt e guardia
- Galleria Massimo Minini, panoramica allestimento
- Galleria Tony Shafrazi, panoramica allestimento
- Galleria Alfonso Artiaco: Artiaco intervistato da Barbara Martusciello: alle spalle installazione Kounellis e opera di G&G
- Galleria Raucci Santamaria: intervistato da Barbara Martusciello
- Galleria Continua, il Bin Laden di Sun Yan & Peng Yu
- Galleria Massimo de Carlo, Milano
- Mauro Nicoletti di Magazzino intervistato da Barbara Martusciello
…
























Barbara Martusciello è Storico e Critico d’arte, Curatore di mostre, organizzatrice di eventi culturali, saggista e docente. E’ particolarmente attenta alla produzione delle giovani generazioni di artisti e a quella underground, all’area dei nuovi linguaggi fra intercodice e tecnologia, alla sperimentazione italiana degli anni Sessanta e Settanta, alla fotografia, al crossover e alle contaminazioni linguistiche. Divulgatrice della cultura contemporanea e dell’arte, le promuove attraverso articoli, convegni, workshop, corsi e lezioni. Ha insegnato in prestigiose istituzioni, gestito e diretto riviste e webmagazine, collaborato a format televisivi e via Internet, scritto per i quotidiani "Paese Sera" e "Liberazione", per l'allegato culturale "Liberazione della Domenica", nonché per una quindicina di riviste di settore e per magazine tra i quali "Time Out". Ha diretto Gallerie d’arte contemporanee, ha gestito Associazioni culturali e organizzato più di 300 mostre in spazi pubblici e privati curando edizioni e cataloghi di artisti. Oltre al libro Arte&Successo (Maretti & Wilde Publisher edit., Cesena, 2002), ha scritto saggi sulle cyberinterazioni, sull'arte digitale, sulla fotografia, sul writing (Playground ediz., Roma), sul rapporto arte/grafica e comunicazione cinematografica (Mascherino edit., Roma), sull'arte e la politica anni Sessanta/Settanta (Liberazione, Roma), su Arte e Impresa; ha redatto due edizioni di Sottoterra, libelli sulle tendenze underground e le relazioni con artisti sperimentali degli anni Sessanta (Mario Schifano; Mimmo Rotella); un saggio in I Love Music sul rapporto Arte/Fotografia/Musica (2011); ha scritto monografie su artisti storici italiani degli anni Sessanta e Settanta, testi e libri su giovani emergenti. Ha anche pubblicato Osservatorio sul Sistema dell'Arte in Italia e situazione a Roma per art a part of cult(ure) edit., Roma, 2009. Ha insegnato in diverse strutture sia pubbliche che private, in Corsi di Formazione-Comunità Europea, ha avuto più cattedre in Storia dell'Arte e in Storia della Fotografia all'Università Popolare Europea, all'Istituto Superiore di Fotografia e Comunicazione Integrata, alla Scuola Romana di Fotografia, entrambe a Roma, e ha collaborato con lo IED; ha, inoltre preso parte come relatrice docente a Racconti di Storia dell'Arte al Museo della Centrale Montemartini Roma per Zetema Progetto Cultura con Roma Capitale (2011) e a Visti da Vicino alla Gnam_ Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma per il FAI (2012) Dal 2009 è titolare di due cattedre all'Istituto Quasar - Design University Roma. Cura iniziative culturali, Seminari e la divulgazione per l'Associazione art a part of culture ed è co-fondatrice del webmagazine www.artapartofculture.net, del quale è anche editor in chief. Ha da poco ricevuto la nomina come membro della Commissione DIVAG, Divulgazione e Valorizzazione Arte Giovane per conto della Soprintendenza Speciale PSAE e Polo Museale Romano.


Barbara, davvero impagabile: praticamente come se ci fossimo andati!!!
Complimenti,gran bel servizio
che invidia: per il viaggio, per Basilea, l’Art Basel, per Brad e pure per il …fotografo!!!
GRANDE!!!! la prossima volta vengo con te!kk
complimenti per l’ottimo articolo, con critica sagace quando serve e una perfetta sintesi di quello che valeva la pena di essere raccontato.
Io aggiungo due righe sulla Tega, galleria milanese, con un quadro di Paul Klee bello davvero, che sembrava in trattativa semi-conclusa…
Ernesto
Niente di nuovo sul fronte occidentale, cose e artisti visti e rivisti:Poche novità,tanto show per pochi ricchi in via di estinzione, era meglio stare a casa.
Non sto a questionare sul fatto che certe fiere non siano nemmeno state visitate, alla fine è ArtBasel che conta, quindi sorvoliamo.
Ma chi ci crede alla foto di Brad Pitt col telefonino?!?!?!?
Si vede palesemente che si tratta di un ritaglio di giornale, ma non lo sapete che basta un po’ di photoshop e passa tutto…imparate dalla Reuters!
Tanto più che con lo stesso look era stato ripreso nel 2009 tra gli stand di ArtBasel, ma ti pare che uno come Brad si ripresenta dopo un anno vestito uguale? Naaaaaaaa!
Le altre Fiere le abbiamo visitate eccome, qui, lì, altrove. Seguici e abbi fiducia. Io, però, non sono uno e trino… tu sì?!
Il bell’attore era lì, davanti a me, fotografato da un professionista che abbiamo “imitato” procedendo anche noi a scattare, ma con telefonino per rubare una memoria senza troppa importanza: un peccato veniale. Quello che individui, una similitudine al 2009, a me non risulta. Sia come sia, Brad è stata una nota di colore, nulla di più, in una Fiera che credo di aver puntualmente e meticolosamente restituita. Se volete far le pulci ad ogni costo, almeno non confondetele con le… farfalle!
Buon viaggio, alla prossima.
Ah, altra riflessione, sempre opinabile: non è mai meglio stare a casa ma nel bel mezzo di quel che accade soprattutto se si porta avanti un webmagazine, se si analizza la ricerca contemporanea, o si fa arte, ti / vi pare?
reportage impeccabile: elegante e fresco. ci voleva!
che bella che sei! professional! come questo articolone, denso denso, che ci è piaciuto tanto. ma marconi c’era??
Gent.ma Barbara Martuscello
con il mio commento non intendevo mettere in discussione la validità del suo servizio. Lungi da me!
Ho apprezzato il suo resoconto. Volevo solo farle notare un elemento che avrebbe potuto pregiudicare la sostanza dell’articolo. Io purtroppo non ho la possibilità di viaggiare, così spesso leggo e guardo i video su internet delle mostre/fiere che mi interessano. L’anno scorso sono capitata su un sito che si chiama ArsLife, non so quanto sia attendibile ma le lascio il link per vedere il fotogramma in cui si vedeva Brad Pitt, esattamente come lo ha fotografato lei:
http://www.arslife.com/det.aglio.art-40-basel.htm
poi c’è il filmato su youtube, minuto 0.40 passa Brad:
http://www.youtube.com/watch
v=Yjh5j2YnwdQ&feature=channel_page
Non volevo metterla in difficoltà mi pareva strano che una star del calibro di Pitt non si possa permettere un abbigliamento diverso dalla stagione estate 2009.
Cordiali Saluti
Cesara Marchetti
questa crisi passerà: ne abbiamo già vissute altre vedi fine anni ’80… solo che il problema è più grave perchè è uno sboom diffuso e mondiale. La crisi entra in ogni meccanismo che inceppa ed è quindi più pericolosa anche per il sistema dell’arte. Mi piace molto come è concluso questo articolo e approvo: alla fine, il sistema (dell’arte e basta?) riesce a “risorge sempre dalle sue ceneri”…
Bene, Cesara, ma il “mio” Brad era tutto di bianco vestito, quello che indichi tu, l’anno precedente, indossava i jeans… Alè.
A presto, se vuoi.
ben scritto, percorso critico comprensibile e meticoloso, ci apre ad una realta’ che non sara’ ardita e di ricerca ma di grande qualita’ si’, a riprova che la crisi grava meno su eccellenza,rigore, storicizzazione. Come in tutte le discipline. Mi chedo solo dove e quando si guardera’ alla ricerca e all’innovazione di arte e cultura e quando queste riprenderanno vita in Italia e nel resto del mondo
Ciao Prof, fantastico questo che è un viaggio con lei anche se non ci siamo mossi da qui. Istruttivo e anche bello da leggere!!!!
apperò che articolone! Grazie: utilissimo!!