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Steve McCurry e la mostra Sud Est: L’Intervista | di Maria Teresa Capacchione

“Meglio essere conosciuto per una fotografia che per nessuna”. Con l’ironia che deriva dalla sicurezza di aver percorso ormai molta strada da quel famoso scatto che lo ha reso famoso in tutto il mondo, Steve McCurry (Philadelphia, 1950) risponde alla domanda sul rapporto con il ritratto di Sharbat Gula, la ragazza dagli occhi verdi che ha fotografato a Peshawar nel 1984 e diventata ormai il suo marchio identificativo.

Da allora, infatti, McCurry di ritratti, di storie, di bellezza e di tragedie, ne ha raccontate tante che Sharbat è diventata solo l’inizio di un’infinita serie di sguardi penetranti, che tolgono il respiro per la loro intensità, frutto della capacità di McCurry di intuire dagli occhi, dal vestito, dai gesti, la persona che ha una storia particolare da raccontare, a Peshawar come a Parigi, a Bombay come… a Perugia. Ed è proprio in questa città che è possibile visitare ora, dopo il successo di Milano, Sud Est, la più grande mostra antologica su McCurry realizzata fino ad ora che raccoglie più di 240 scatti dall’inizio della sua carriera ad oggi.


Quello che colpisce prima di tutto entrando nell’installazione di Sud-Est – perché stiamo parlando di una vera e propria istallazione, non di una semplice sequenza di fotografie – è che questi sguardi ti osservano da ogni angolo: non sei tu lo spettatore degli scatti di McCurry, sono le immagini che guardano te e ti chiedono di interagire con loro. Non puoi restare osservatore indifferente rispetto a quello che vedi perché l’ambientazione che raccoglie gli scatti del fotografo americano, ti costringe a diventare parte del racconto, a viverlo in prima persona a sentirti sollecitato, quasi incalzato dallo sguardo o dalla storia che ti osserva alle spalle, di lato, sopra la testa: un bombardamento di immagini – dai colori così forti e saturi da restituire quasi l’odore di quello che immortalano- che coinvolge anche per la loro collocazione – a varie altezze tanto che a volte incombono su di te – e per la forza delle storie  -drammatiche in alcuni casi, dolci e poetiche in altri – che ognuna di loro racconta.

Oltre ai ritratti, che costituscono una parte fondamentale del lavoro di McCurry e che sono racchiusi per lo più nelle sezioni Bellezza e Infanzia della mostra, c’è il soggetto della Guerra che il fotografo di Philadelphia ha documentato in varie parti del mondo, con una sensibilità, con un taglio che lo differenzia dagli altri fotografi di guerra. Nelle immagini di McCurry, infatti, i conflitti non vengono mai raccontati attraverso la violenza delle armi, del sangue, dei soldati che combattono. “La guerra è sempre una tragedia. Personalmente cerco di andare a trovare il lato umano della guerra: quel cadavere carbonizzato fino a qualche momento fa aveva una vita, una famiglia, una quotidianità. Ora è tutto finito”.

Come sostiene Biba Giacchetti – che da anni rappresenta Steve in Italia attraverso la sua agenzia Sudest57 – la guerra McCurry la racconta attraverso lo straniamento: persone, oggetti, animali spaesati dalla distruzione di ciò che fino a qualche minuto prima era tutta la loro vita. Ecco allora l’immagine di una mucca smunta che nel deserto, sotto un cielo annerito dal fumo dei pozzi di petrolio in fiamme, fissa il relitto di una carro armato abbandonato. Oppure una mano carbonizzata che si staglia nel cielo nero e sembra invocare perdono per lo scempio di quella guerra.

Passando da una sezione all’altra della mostra un fil rouge unisce tutti gli scatti: tanto le immagini di guerra, quanto i ritratti, i paesaggi o le scene di quotidianità, tutte sono costruite con una tale perfezione delle inquadrature che viene da chiedersi come vengano costruite. “Cerco di lavorare con il cuore piuttosto che con la razionalità. Non cerco di costruire l’immagine, ma di sentirla con il cuore” così come non gioco con il colore, ma cerco di avere a che fare con il colore, che è diverso. L’elemento del colore è molto importante per me, ma il mio primo interesse è per la persona, per la storia. Lavorare con il colore è più difficile. Ho usato anche il bianco e nero, ma prediligo il colore: questo però non deve interferire con la storia che sto raccontando”. Del resto, dice McCurry, ci sono luoghi in cui è oggettivamente impossibile costruire una fotografia o anche solo avvicinarsi ad un soggetto, come ad esempio le donne in Afganistan. E’ l’unico caso in cui il fotografo americano è costretto ad usare il teleobiettivo invece del 50 mm con cui preferisce lavorare, perché in quel caso al soggetto non può avvicinarsi come ama fare normalmente, standogli vicino, tanto vicino da sentirne il respiro.

In realtà McCurry il trucco per costruire l’immagine, seppure con il cuore, ce l’ha ed è la pazienza di aspettare il momento giusto per fermare quella immagine, magari tornando più volte nei luoghi in cui ha colto qualcosa di interessante da raccontare. Ad Angkor Wat (Cambogia), per esempio, era andato con l’intenzione di stare due settimane, ma “sono rimasto talmente affascinato dal quel luogo che mi ha trasportato in un altro tempo, ho continuato a fotografare e non sono riuscito ad andare via prima di tre mesi!”.

E proprio di fronte alle fotografie di Angkor Wat, come a quelle del Taj Mahal (India), viene da chiedersi come sia possibile avere ancora la capacità, oggi, di trovare una chiave di lettura unica per fotografare luoghi, monumenti, soggetti che sono stati immortalati dall’obbiettivo di centinaia, migliaia di fotografi di tutto il mondo. Non c’è il timore di cadere nella banalità? Ancora una volta la risposta viene dalla sicurezza in se stessi… Risponde McCurry:No, non provo mai alcun timore anche di fronte al soggetto più scontato perché so che quella è la mia esperienza di fronte a quel soggetto. E’ la mia attitudine a sentire e vedere cose in modo diverso da chiunque altro. E questo vale per ognuno di noi”.

Perché questa fatale attrazione per l’est del mondo? Cosa lo attrae così tanto dell’India, ad esempio, Paese nel quale tutto è cominciato tanti anni fa… la ricchezza, la varietà di culture e religioni di questo paese è straordinaria. Nonostante i cambiamenti e la modernizzazione, l’India è la terra dei contrasti, è talmente vasta e la sua cultura talmente profonda che anche gli elementi della modernità vengono inglobati nella tradizione. E’ una realtà che ritrovo anche in altri paesi come lo Yemen, dove la cultura non è omologata, è ancora unica e tutto, dai vestiti alle case, parla una lingua autentica”. Ecco perché, sebbene McCurry vanti nel suo portfolio reportage realizzati in tutto il mondo – a Los Angeles come a Parigi – questa sua mostra ha voluto dedicarla, appunto, al Sud-Est.

L’autore ha attraversato la storia del fotogiornalismo e lo ha fatto anche dal punto di vista tecnologico, passando dall’analogico al digitale con entusiasmo e senza la paura di ammettere l’importanza della postproduzione nel suo. In realtà, egli afferma, sin dall’inizio della fotografia il 50% del lavoro del fotografo è stato rappresentato dal processo di stampa che veniva seguito con la stessa maniacale attenzione con cui oggi si segue la postproduzione attraverso Photoshop o qualsiasi altro strumento simile. “L’importante è usarle questo mezzi con l’etica del fotogiornalista”, sottolinea, “senza mai alterare la realtà”.

La nuova sfida che attende Steve McCurry nelle prossime settimane è quella di scattare 36 fotografie con una delle ultime pellicole Kodachrome disponibili sul mercato, la stessa con cui fotografò Sharbat Gula e che ora la Kodak ha ritirato dal mercato. Probabilmente si tratterà di ritratti che il fotografo americano immortalerà tra l’India e New York.

La mostra è in corso alla Galleria Nazionale dell’Umbria di Perugia
sino al 5 settembre 2010 (www.stevemccurryperugia.it)

L’Autore

Maria Teresa Capacchione, una Laurea in Lingue e Letterature Straniere e il Master per "Responsabile di progetti culturali" della Fondazione Fitzcarraldo di Torino, è stata direttore artistico (2005-2008) di San Lo’ Arte (Roma). Giornalista, scrive per testate di settore ed è curatrice indipendente specializzata in arte contemporanea indiana. www.tecacontemporary.com

Commenti (1)

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  1. Raimondo Santucci scrive:

    Prosa snella e ficcante. Raramente penne così giovani uniscono la competenza della scrittura con la lievità della fantasia compositiva.
    Probabilmente si tratta di un talento che si esprimerà sempre meglio nel corso del tempo.

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