Non senza sorpresa, qualche giorno fa, il 31 maggio, Fabio Fornasari ha annunciato su “Virtual Worlds Magazine” il ritiro dall’attività artistica del proprio avatar, Asian Lednev, con il quale ha firmato una quantità considerevole di lavori. Fornasari, tramite Lednev, è passato da interventi a scala paesaggistica, comprendenti addirittura intere isole, sino ad arrivare a perfomance o elaborazioni di oggetti dalla natura più concettuale. “In questi ottocento giorni ho sentito che il progetto di Asian aveva compiuto tutte le possibili rotte di SL, rotte che contengono strategie di costruzione di spazi di relazione tra avatar: dal progetto di una semplice forma a quello di conservazione di una land.”. Ottocento giorni, quindi, per girare attorno il mondo virtuale di Second Life, dieci volte tanto l’impegno dell’aristocratico Phileas Fogg per girare attorno il mondo reale. Ottocento giorni che scadono pressapoco il 6 giugno 2009, data in cui Asian Lednev delega a Fornasari la missione di farsi emissario della propria opera. L’occasione è Ars in Ara, quando Fornasari ha l’occasione di presentare il suo progetto Fun to Rez (dallo slang di Second Life, to rez: mettere in mostra): una valigetta nel quale contenere il minimo indispensabile per costruire un mondo virtuale in miniatura. Asian Lednev sembra così suggerire che “tutte le mie opere più importanti possono stare in una piccola valigia, come dichiarò Marcel Duchamp, che nel 1941 realizza la sua serie di 24 Scatole in una valigia.”. Ognuna di esse raccoglie 68 riproduzioni in miniatura delle sue opere più significative degli anni precedenti il 1935. Una Scatola in una valigia che viene realizzata durante la seconda guerra mondiale e che racchiude, oltre agli oggetti che di cui rende possibile il trasporto, anche il senso di un nuovo nomadismo. Un oggetto che è evidentemente allo stesso tempo una necessità dell’emigrante e un museo itinerante che raccoglie l’opera dell’artista. Un nomadismo che si manifesta con ancora più veemenza nella nostra epoca, in cui non si viaggia solo da un continente all’altro, ma anche da un mondo all’altro. La necessità di avere sempre con se i propri confort, creano l’esigenza di trasportare addirittuda delle piccole isole, che così saltano così fuori dalla valigetta e prendono forma su una scrivania o su un altro piano qualsiasi, estemporanea Land su cui modellare ed applicare texture e shape che più ci piacciono.
Dopo un anno di missione dell’emissario Fornasari, e dopo quasi 1200 giorni di attività del suo mandante, Asian Lednev festeggia il proprio ritiro dal mondo dell’architettura virtuale. Come lo stesso Fornasari dice nel suo articolo, È il tempo della storicizzazione di SL, della messa in ordine di quanto è accaduto al suo interno. Un bravo giocatore sa quando è meglio ritirarsi, ed è inutile continuare a giocare se gli stimoli sono ormai esauriti, solo per testimoniare l’esistenza di energie ormai dissipate. Ma rimane ancora il tempo per un’ultima mano, per un ultimo lavoro. Un lavoro necessario al fine di comprendere l’esperienza nella sua interezza, fare tesoro di ciò che si è fatto e di ciò che si è imparato facendo. Decostructing Asian Lednev è un modo per tornare alle origini del rapporto tra un corpo ed il proprio avatar, procedendo tramite una notomia dello stesso. Un’analisi critica e particolareggiata dell’intera attività di un avatar, trasfigurato in una colonna sospesa a mezz’aria, chiusa tra due setti traslucidi che ne amplificano le sfumature cromatiche e lo isolano dal contesto della land in cui è collocato. Di questo ipotetico ordine virtuale, i rocchi cominciano a ruotare, indipendentemente l’uno dall’altro, e l’immagine del suo creatore si frammenta, perde la propria unità, ma al contempo acquista una trasparenza prima insospettabile.
Ogni parte dell’identità dell’avatar diviene così leggibile per ciò che é, nutrendosi addirittura di ulteriori significati aggiunti: ognuno di noi è molto più della somma delle nostre parti, così come esse non sono semplicemente le unità del nostro spirito. Nell’unione di elementi, emozioni e ricordi che rappresentiamo, qualcosa viene sempre perso, così come qualcosa viene sempre aggiunto. Solo decostruendo noi stessi, in maniera simile a come si potrebbe fare con un opera letteraria, possiamo capire quanto è grande lo scarto creato. Dopotutto, ogni persona, avatar o uomo che sia, è un’opera collettiva, nata dall’interazione di migliaia di stimoli filtrati dai nostri sensi ogni istante. Un’opera collettiva che è anche al centro di uno dei lavori maggiormente rappresentativi della poetica di Asian Lednev, la Tore d Asian, romanzo collettivo curato dallo stesso Lednev e da Lorenza Colicigno, alias Azzurra Collas, il cui rez ci riavvicina fortemente a Decostructing Asian Lednev: una torre alta indefinitivamente, sulla cui pelle si depositano i segni dell’esperienza di chi, in una maniera o nell’altra, a voluto dare il proprio contributo all’erigersi della torre.



Nato a Civitavecchia nel 1985, si forma nella Facoltà di Architettura Valle Giulia. Interessato alle contaminazioni tra cybercultura, epistemologia ed estetica, è particolarmente attento alle espressioni architettoniche ed artistiche che raccolgono l'eredità situazionista e la sfida neo-utopista della corrente di pensiero transumanista. Dal 2008 è Art Director della rivista di epistemologia Divenire, rassegna interdisciplinare di studi sulla tecnica ed il postumano, curata da Riccardo Campa, per la quale cura il progetto grafico e scrive diversi saggi. Nello stesso anno, fonda a Ladispoli, assieme ad Emanuele Sbardella, l'associazione culturale Emergenze, con la quale progetta diversi eventi artistici. Dal 2009, collabora con la cattedra di disegno dell’architettura tenuta dal prof. Fabio Quici. http://www.piliaemmanuele.wordpress.com


sempre intriganti i suoi articoli!
Caro Graziano,
grazie mille dell’apprezzamento! Spero di poter continuare/migliorare!