Dopo un breve saggio introduttivo sulla storia del rapporto tra ARTE e IMPRESA abbiamo dato inizio ad un approfondimento organizzato in un nuovo OSSERVATORIO che tratterà, appunto, di ARTE e Aziende, ovvero IMPRESA… Lo facciamo attraverso la voce e le testimonianze di alcuni protagonisti del settore. Dopo l’Azienda Elica e la Fondazione Casoli, è la volta di Hogan Lovells, un prestigiosissimo Studio legale con sede anche in Italia.
Abbiamo interpellato Isabella Fusillo, la responsabile del Business Development e delle Pubbliche Relazioni dello stesso Studio Legale Hogan Lovells in Italia. Laureata in Scienze Politiche alla LUISS di Roma, dopo aver studiato alla London School of Economics e all’Ecole National d’Administration a Parigi, Isabella Fusillo ha lavorato per molti anni presso l’ufficio marketing de “Il Sole 24 Ore”. Da oltre tre anni si occupa degli aspetti di marketing e comunicazione dello studio legale riuscendo a conciliare questi importanti impegni con quelli altrettanto importanti legati alla famiglia: è, infatti, mamma di tre figli.
Barbara Martusciello) Riconosci valido quanto detto da Michelangelo Pistoletto, cioè che l’impresa si rigenera nell’arte?
Isabella Fusillo) Sì. Credo che l’osmosi, come cercherò di spiegare a breve, sia il concetto che meglio può spiegare il connubio fra arte e impresa. La nutrizione in senso materno che all’impresa deriva dall’arte e viceversa.
B. M.) Cosa è Hogan Lovells? Di cosa si occupa? Come opera nel settore peculiare in cui è inserita?
I. F.) Hogan Lovells è uno studio legale internazionale con 2 sedi in Italia, a Roma e Milano, e altre 38 nel mondo, sparse in Europa, Stati Uniti, America Latina, Medio Oriente e Asia. In Italia abbiamo aperto nel 2000: Il nome dello studio era allora Lovells, e inizialmente aveva 10 avvocati fra Roma e Milano. In 10 anni lo studio è cresciuto molto e conta in Italia oltre 110 professionisti e 2.500 nel mondo. Dall’inizio di maggio Lovells si è fuso con uno studio statunitense diventando Hogan Lovells. I professionisti dello studio si occupano di tutti i rami del diritto d’impresa. Sono insomma avvocati d’affari o Business Lawyers, come si usa dire. L’ambiente di lavoro sia in senso fisico che immateriale è molto dinamico ed innovativo. Le sedi sono moderne, luminose, trasmettono un’idea non convenzionale dello studio legale.
B. M.) Quando e perché la vostra struttura ha deciso di investire nell’arte e nella cultura?
I. F.) Nel 2007 ci siamo trasferiti sia a Roma che a Milano in due nuovi uffici. La sede di Roma si trova nel palazzo delle assicurazioni Generali in Piazza Venezia. Una sede importante, di rappresentanza, grande: oltre 2500 mq su un unico piano che si snodano su un quadrilatero con delle ampie vedute, grazie a delle ampie e magnifiche bifore. Un lato del quadrilatero, il più impressionante, secondo me, è dedicato alle sale riunioni. Gli affacci su Palazzo Venezia, sui fori, sul Campidoglio emozionano. La luce taglia lo spazio delle sale riunioni dove gli avvocati si incontrano con colleghi di altri studi, con i clienti, o per riunioni interne. Spesso si tratta di riunioni lunghe, a volte estenuanti e gli ambienti, nuovi, freschi, minimalisti risultavano in tanti momenti freddi, privi di una storia da comunicare. Insomma ci riconoscevamo come studio legale internazionale dinamico e innovativo nello stile dell’arredamento moderno e minimalista, ritrovavamo il nostro essere Italiani in un palazzo storico, in stile veneziano, nel cuore di Roma, con la vista sul Colosseo, sui Fori Imperiali, sul Campidoglio. Ma mancava qualcosa che fosse solo nostro. Una nostra specificità ed unicità. Un giorno, dopo qualche mese nel nuovo studio, diminuita un po’ l’euforia di avere tanto spazio, ho provato un senso di inadeguatezza. Inadeguatezza verso quei luoghi, in cui passavo e passo tuttora tante ore insieme ai miei colleghi. Inadeguatezza… come se non stessi facendo abbastanza per loro. Mi sono guardata intorno, percorrendo un lungo corridoio e mi sono detta: è uno studio legale, ma ha spazi e storia. Non è solo un ufficio. Non ci sono solo computer e libri e fascicoli. Vi lavorano delle persone. Non è solo uno studio legale, è uno spazio che appartiene alla storia di questa città e del nostro paese e alla fin fine appartiene al mondo. Perché non aprirlo ad altro? Ha finestre che si affacciano sulla storia dell’arte, perché non fare entrare materialmente l’arte affinché le persone ne godano, alzando gli occhi da un contratto, da una pratica, o in una riunione faticosa e tesa? Ho sempre avuto una passione per l’arte e per le materie umanistiche, ma anche la scienza ha sempre esercitato il suo fascino. Ho pensato all’osmosi. Se avevamo, come studio legale, conquistato quello spazio fisico, a cui corrispondeva anche un posizionamento sul mercato, un valore, una specificità dovevamo anche, per osmosi, nutrire il mondo, con i nostri mezzi, e da esso dedurre linfa.
B. M.) E’ statisticamente provato che un’azienda impegnata nell’arte contemporanea comunichi all’esterno, quindi ai possibili fruitori, stabilità, affidabilità, dinamismo e modernità… Vi riconoscete in queste caratteristiche?
I. F.) Certamente. Ma bisogna prestare attenzione. Credo anche che un’azienda, un’impresa, un’associazione di professionisti non possa improvvisarsi e comunicare tout court. Come in tutte le scelte che le competono e che la rappresentano, è necessario scegliere come e cosa comunicare. Pianificare le risorse e le modalità, gli strumenti e i mezzi. Esporre, in questi due anni le opere di artisti (iniziativa che continuerà e che riscuote sempre maggiore successo) ha significato confermare che siamo uno studio legale dinamico, che propone soluzioni innovative, ma stabile, solido. Abbiamo scelto infatti di avere delle opere esposte in cicli programmati annualmente con artisti che si alternano 3 o 4 mesi. Con un progetto che non è una partecipazione spot o una tantum. Si tratta di un impegno costante e continuativo a sostenere l’arte pur nel rinnovamento. Infondo, come sono solita dire, anche un bravo avvocato è un creativo. E’ colui che dalla norma, crea la soluzione per il cliente. Senza stravolgere la sostanza, anzi nel rispetto di questa e della legalità, il bravo avvocato è quello che guarda ogni volta con occhi nuovi ad ogni situazione giuridica. E con la penna, come’artista con i suoi strumenti, crea e ricrea nuove soluzioni.
B. M.) Questa liaisons con l’arte contemporanea ha senso ed è, cioè, sostenibile anche in un’epoca di gravissima crisi economica mondiale?
I. F.) Non solo credo sia sostenibile, ma anche doverosa. La crisi economica mondiale è soprattutto una crisi di valori. E la cultura serve a questo, a promuovere valori nuovi, nuove idee, nuove prospettive. Quando tutto va bene, come sembrava fino a pochi anni fa, in pochi si facevano domande sulla validità del sistema economico e finanziario adottato dall’occidente. Oggi siamo chiamati ad interrogarci. E l’arte interroga sempre. Solleva dubbi. A volte fornisce anche risposte, o per lo meno suggestioni.
B. M.) Credete che l’arte sia troppo difficile da capire per un più vasto e generico pubblico? Come avvicinare a questo linguaggio i disinteressati o chi ha preconcetti?
I. F.) Posso rispondere portando degli esempi concreti: chi decide di andare in una galleria o in un museo, ha già fatto una scelta. Si è predisposto mentalmente, fisicamente e spiritualmente ad incontrare l’arte. Può capirla, amarla o non amarla. Ma ha già manifestato una scelta. Chi viene nel nostro studio la sera dell’opening della mostra è incuriosito. Spesso viene solo perché invitato da un avvocato dello studio, o per incontrare colleghi. Eppure scopre qualcosa di diverso e inaspettato. Ormai abbiamo uomini d’affari che, pur non essendo in passato, stati inclini a visitare mostre d’arte, passano nel nostro studio, incuriositi. Tornano ad ogni mostra, portano con sé il nostro catalogo. Ancor più, chi arriva in uno studio legale per motivi di lavoro, per una riunione, a volte per un colloquio non ha fatto la scelta di visitare una mostra. Spesso porta con sé una preoccupazione, una tensione. Eppure più o meno inconsciamente incontra un fenomeno” artistico ed umano. E se anche non capisce l’arte, o non la coglie, comunque la subisce nel senso positivo del termine. L’arte in un posto di lavoro, l’arte che cambia, con le diverse mostre, comunque ci parla. Ecco credo che non ci sia necessità di forzature a capire e comprendere l’arte.
B. M.) In cosa consiste, esattamente, il vostro agire nel campo del mecenatismo, nell’investimento e nell’impegno in arte?
I. F.) Con l’aiuto di una curatrice, ma compatibilmente con le scelte, la vision e l’immagine di Hogan Lovells, scegliamo tre artisti che espongono le loro opere in un’area dello studio. Le opere restano da noi, in comodato gratuito, per 3 o 4 mesi. Noi ci occupiamo della comunicazione, del catalogo, degli inviti e dell’organizzazione della vernice. Lo studio si apre al pubblico per una sera, quella dell’evento. Per il resto del tempo sono gli avvocati, i clienti, gli uomini d’affari, i colleghi che si riuniscono nelle nostre sale, ad ammirarle, a volte anche inconsapevolmente. Lo studio si fa carico delle spese assicurative ed organizzative, dà visibilità all’artista. Ma non siamo una galleria d’arte, non ne abbiamo né le competenze né la finalità, quindi non agiamo da intermediari fra l’artista e il potenziale acquirente. Lasciamo questo compito a terzi, che l’artista indica e sceglie.
B. M.) I vostri fruitori, clienti, utenti comprendano quanto proponete loro? Come si rapportano alle proposte contemporanee? Interagite con loro in qualche modo prima di prendere le vostre decisioni di impegnarvi o investire in questo o quel progetto?
I. F.) In principio, quando il progetto è stato lanciato, non c’era una percezione chiara fra alcuni colleghi, né fra i nostri interlocutori di ciò che facevamo e del perché. Non esponiamo nostre collezioni di opere, non facciamo da mediatori, nè da galleristi. Ma adesso dopo 2 anni e 6 artisti esposti, cominciamo ad avere una storia da raccontare. I nostri fruitori interni ed esterni cominciano a comprenderne il senso. Al momento le scelte e gli investimenti sono fatti internamente, scegliendo una nostra linea e un nostro programma di crescita e sviluppo anche in questo settore, che ci rappresenti, che colga le tendenze e la modernità senza eccessi. Credo di poter dire che abbiamo fatto e continueremo a fare scelte coraggiose e ne siamo stati premiati, ma al contempo scelte non gratuitamente provocatrici.
B. M.) Su quali basi fate le vostre scelte culturali e quali sono i programmi che vi interessano, e che artisti? Inoltre: quali sono le strategie di marketing che vi guidano nell’impegno o nell’investimento?
I. F.) La strategia nel settore delle mostre d’arte è specchio delle strategie dello studio stesso: crescita, sviluppo ed espansione in settori già conosciuti, fidelizzazione di ciò che abbiamo acquisito ed esplorazione di alcune aree nuove. Stiamo pensando a nuovi spazi, nuove manifestazioni, nuovi impegni, senza lasciare quanto già conquistato. Fino ad ora abbiamo visto crescere ad ogni evento la partecipazione del pubblico. Perché rinunciare e perché non proporre anche nuove strade?
B. M.) Qual è il concreto ritorno che avete riscontrato in termini di comunicazione e immagine della vostra azienda e struttura?
I. F.) I ritorni sono molteplici: dalla copertura stampa, alla circolazione del brand dello studio. Dalla maggiore consapevolezza, sia all’interno che all’esterno, dello studio legale della nostra Responsabilità Sociale d’impresa alla possibilità di comunicare mission e vision dello studio. Infine, non dimentichiamolo: le mostre e la loro inaugurazione sono una incredibile opportunità di pubbliche relazioni e di networking.
B. M.) Avete o avete avuto qualche tipo di rapporto istituzionale? Se sì: di che tipo e come avete registrato questo affiancamento del privato e del pubblico; se no: perché? Pensate che sia difficile o infruttuoso un rapporto tra questo privato e questo pubblico?
I. F.) Non credo che sia infruttuoso un rapporto fra pubblico e privato. Al contrario. Sino ad ora abbiamo camminato con le nostre gambe ma non lo escludiamo, anzi: stiamo già valutando collaborazioni con istituzioni pubbliche nel settore dell’arte, così come collaborazioni con altre organizzazioni private.
B. M.) Avvertite il rischio di esagerata contaminazione tra arte e sistema dell’arte, mercato?
I. F.) Francamente, la nostra esperienza è talmente differente e specifica che non posso dire di avvertire una contaminazione.
B. M.) Che cosa è oggi la Cultura? Se è importante, per chi e perché lo è?
I. F.) Forse la mia è un’opinione ristretta, dovuta al lavoro che faccio, ma credo che oggi la Cultura sia soprattutto una via privilegiata per comunicare. Oggi più che mai. In un mondo che esplode d’informazioni, la Cultura è chiamata a Comunicare, con la C maiuscola. Ed è importante per tutti, ma in particolar modo per quanti hanno accesso facile e immediato alle informazioni (ovvio, scontato: tutti hanno TV, internet, palmari, radio, messaggi informativi) e non hanno invece un altrettanto immediato accesso alla Comunicazione. Penso ad esempio ai social network, fenomeno importante di questo anni. Quanto si comunica sui social network? Quanto invece si trasmettono pure e semplici informazioni? Ricordiamo quanto ci viene comunicato, non ciò di cui siamo massicciamente informati. Ecco: la Cultura è un canale di comunicazione. Ed è un canale che deve dismettere l’abito buono, l’abito della domenica, l’abito elitario del per pochi eletti. Smettere di stare nei posti a ciò preposti in maniera esclusiva e invadere, scorrere in più posti.
B. M.) Ritenete che le arti visive abbiano un ruolo importante nella società, oggi?
I. F.) Sì. Le arti visive, per la loro immediatezza, per il fatto di essere percepite, anche involontariamente, hanno un ruolo unico e imprescindibile. Non è mia intenzione demonizzare la cultura dell’immagine che da tanto tempo impera nel nostro mondo. Anzi, al contrario, in un contesto in cui ciò che vediamo contribuisce in modo determinante al formarsi dell’opinione, le arti visive DEVONO sposare il ruolo di comunicare, far crescere, indicare, progettare.
B. M.) Qual è la Cultura nella quale vi riconoscete e che vorreste vedere valorizzata e quale Arte?
I. F.) Personalmente, credo che abbiamo al momento fatto la scelta di riconoscerci in un’Arte e in una Cultura che non sono UNA ed una sola. Abbiamo scelto e vorremmo valorizzare un’arte che parla al mondo nella sua globalità, con la lingua di molti, direi quasi di ciascuno. Una cultura globale che agisca in maniera locale ed unica, ad personam. Un’arte utopica, ma che sta ed agisce in posto concreto, reale, un ufficio, uno studio legale.










Barbara Martusciello è Storico e Critico d’arte, Curatore di mostre, organizzatrice di eventi e saggista particolarmente attenta alla produzione delle giovani generazioni di artisti e a quella underground, all’area dei nuovi linguaggi fra intercodice e tecnologia, alla sperimentazione italiana degli anni Sessanta e Settanta, alla fotografia, al crossover e alle contaminazioni linguistiche. Divulgatrice della cultura contemporanea e dell’arte, le promuove attraverso articoli, convegni, workshop, corsi e lezioni. Ha insegnato in prestigiose istituzioni, gestito e diretto riviste e webmagazine, collaborato a format televisivi e via Internet, scritto per i quotidiani "Paese Sera" e "Liberazione", per l'allegato culturale "Liberazione della Domenica", nonché per una quindicina di riviste di settore e per magazine tra i quali "Time Out". Ha diretto Gallerie d’arte contemporanee, ha gestito Associazioni culturali e organizzato più di 300 mostre in spazi pubblici e privati curando edizioni e cataloghi di artisti. Oltre al libro Arte&Successo (Maretti & Wilde Publisher edit., Cesena, 2002), ha scritto saggi sulle cyberinterazioni, sull'arte digitale, sulla fotografia, sul writing (Playground ediz., Roma), sul rapporto arte/grafica e comunicazione cinematografica (Mascherino edit., Roma), sull'arte e la politica anni Sessanta/Settanta (Liberazione, Roma), su Arte e Impresa; ha redatto due edizioni di Sottoterra, libelli sulle tendenze underground e le relazioni con artisti sperimentali degli anni Sessanta (Mario Schifano; Mimmo Rotella); un saggio in I Love Music sul rapporto Arte/Fotografia/Musica (2011); ha scritto monografie su artisti storici italiani degli anni Sessanta e Settanta, testi e libri su giovani emergenti. Ha anche pubblicato Osservatorio sul Sistema dell'Arte in Italia e situazione a Roma per art a part of cult(ure) edit., Roma, 2009. Ha insegnato in diverse strutture sia pubbliche che private, in Corsi di Formazione-Comunità Europea, ha avuto più cattedre in Storia dell'Arte e in Storia della Fotografia all'Università Popolare Europea, all'Istituto Superiore di Fotografia e Comunicazione Integrata, alla Scuola Romana di Fotografia, entrambe a Roma, e ha collaborato con lo IED; ha, inoltre preso parte come relatrice docente a Racconti di Storia dell'Arte al Museo della Centrale Montemartini Roma per Zetema Progetto Cultura con Roma Capitale (2011). Dal 2009 è titolare di due cattedre all'Istituto Quasar - Design University Roma. Cura iniziative culturali, Seminari e la divulgazione per l'Associazione art a part of culture ed è co-fondatrice del webmagazine www.artapartofculture.net, del quale è anche editor in chief. Ha da poco ricevuto la nomina come membro della Commissione DIVAG, Divulgazione e Valorizzazione Arte Giovane per conto della Soprintendenza Speciale PSAE e Polo Museale Romano.
molto molto interessa questi articoli di profonda qualità e apertura per noi lettori su mondo arte / business che cambia e che a noi serve tanto impara.
finalmente letto: grande qualità linguistica, ci apre nuovi orizzonti. Anche, ci fa anche conoscere realtà imprenditoriali nuove, meno trattate.
A quando il prossimo? Che Impresa?