approfondimenti, convegni & workshop, teatro danza | 18 luglio 2010 | 1.045 lettori condividi su: Facebook Twitter

Butoh e creazione di una performance con Sumako Koseki | di Isabella Moroni

di Isabella Moroni

Sumako Koseki, danzatrice butoh è stata una delle artiste che hanno saputo condividere il loro sapere con le sperimentazioni europee. Negli anni settanta ha collaborato con Grotowsky, Barba, P. Léotard, creando uno stile personalissimo ed un metodo di insegnamento completo che dal 18 al 27 luglio porterà in Italia proponendo un workshop ai Magazzini del Sale di Messina, ideato e organizzato dal Teatro dei Naviganti.
Oggi il Butoh si è evoluto, si è contaminato con altre modalità espressive, le proposte che arrivano dal Giappone (o da quell’Europa dove le arti vengono lavorate e trasformate) hanno forse perso la loro essenza di meditazione sul rinnovamento collettivo.
Riproponiamo, dunque, un’intervista degli anni ’90 con Sumako Koseki nella quale la danzatrice racconta della trasformazione della vita.

Cosa ti ha spinto ad iniziare il lavoro sul Butoh?
Quando ho cominciato a lavorare con Suzuki Tadashi negli anni settanta, in Giappone esisteva una tendenza al rinnovamento del teatro che corrispondeva abbastanza agli altri movimenti teatrali dell’epoca come, ad esempio, l’underground o l’happening la cui ideá portante era quella di distruggere, di rompere con il teatro tradizionale. Ma, poichè in Giappone la tradizione era già stata persa all’inizio del secolo quando si è voluto imparare il modernismo occidentale, la rottura per noi significava ritrovare la tradizione ed utilizzarla per il rinovamento senza distruggerla completamente. L’aspetto della tradizione che Suzuki Tadashi voleva manenere era quello del lavoro fisico come si usa nel teatro No e Kabuki dove tutta la drammaturgia è situata nel corpo. Quindi il nostro lavoro, che puntava quasi esclusivamente sulla fisicita, rappresentava anche la rivolta contro il teatro psicologico che aveva invaso il Giappone.

E’ possibile definire il Butoh?
Definire il Butoh con le parole è molto difficile. Il lavoro sulla drammaturgia del corpo, ad esempio, è solo una parte del Buto come lo è anche la nozione della morte che e molto ampia e non e mai morbosa né negativa. C’è, inoltre, la nozione di annullamento, di negazione di se stessi che d’altronde significa vivere quello che è nel nostro cuore come la natura, il soprannaturale o -ancora piu lontano- la memoria sia personale che collettiva. Il Buto non ha una forma e quindi si deve rinnovare ogni volta. Sfortunatamente la tendenza umana è quella di conservare le cose una volta che si sono trovate, per questo il Buto vuole rappresentare un inizio, una proposta, ma non una fine.

Esiste nel Butoh una tecnica del lavoro dell’attore?
Una tecnica fissa non esiste ed ogni danzotore ha suo personale metodo di allenamento. Molti si ispirano alle tecniche orientali come il tai chi quan o lo yoga; altri al balletto classico o allo pantomima. Comunque, ci sono de movimenti essenzali che tutti fanno: le camminate, la corsa, il rilassamento, la respirazione per ritrovare le energie primarie, l’ascolto del silenzio, la forza nel bacino.
Credo però che nel Butoh ci sia un certo pudore rispetto all’uso delle tecniche ed anche se tutti i grandi maestri hanno avuto sempre delle tecniche eccellenti (Kazuo Onu, ad esempio, e’ stato insegnante di ginnastica ed ha studiato danza espressionista tedesca e mimo), se si domanda loro qual è la tecnica necessaria, risponderanno “nessuna” e poi consiglieranno di dimenticare ogni tecnica.Perche lavorare su una tecnica è contraddittorio rispetto alla, ricerca dell’annullamento visto che “tecnica” significa appoggiarsi a qualcosa di sicuro, mentre nel Buto niente e sicuro.

Qual’è la concezione del personaggio nel teatro Butoh?
Il lavoro di ricerca sul personaggio prevede sempre une certa estraneazione. Quando ad esempio si lavora sui personaggi principali come il dittatore o il bambino lo si fa mantenendo sempre una certa distanza, come se ci fosse un’immagine esterna sulla quale ci si proietta immedesimandosi.
Ma piu che di immedesimazione (nel senso di Stanislawskij) è piu opportuno parlare di incarnazione. In Giappone esiste da sempre questo gioco dell’incarnazione, che oltretutto è profondamente religioso: nella nostra memoria esiste, infatti, la possibilità di ritrovare tutti i ruoli e tutti i personaggi; il gioco consiste nel chiamarli e nel farsi invadere da loro.

Qual è stata l’influenza dell’occidente sul Butoh?
Il Giappone è un paese molto particolare che si è sempre differenziato anche dal resto del continente asiatico.
Un paese che, nel corso della storia, di tanto in tanto si è aperto, ha preso alcune cose dall’esterno e le ha elaborate. Il caso più eclatante è stato quello della scrittura presa dai cinesi e trasformata.
All’inizio di questo secolo è successa la stessa cosa nei confronti dell’occidente: si sono aperte le porte e si è appreso tutto alla massima velocità, dalla tecnologia al modo di vivere. Anche il Buto è un esempio di questa capacità di aprirsi e richiudersi. I tre fondatori del Butoh, ad esempio, erano molto influenzati dall’occidente: Hijikata era un danzatore classico, Kazuo Ono un mimo ed un altro era addirittura cristiano. Anche a livello di pensiero il Butoh è stato influenzato da artisti occidentali come Genet, Artaud e Bataille. Quello che abbiamo creato è però totalmente diverso dall’occidente anche rispetto alle altre tradizioni asiatiche.

Qual è il tuo obiettivo nel Butoh?
Il mio fine è la creazione, lo spettacolo, un’arte che posso definire visiva. L’importante è, poi, far vivere a ciascuno la creazione perchè solo così questa può diventare spettacolo. Non si tratta di ripetere una cosa per cento o duecento volte, ma di viverla ogni volta.
E’ per questo che il Butoh ha bisogno di tempo, perchè non si tratta soltanto di imparare, ma di trasformare la propria vita.

Sumako Koseki ha studiato danza butoh in Giappone sotto la guida di Isso Miura, interessandosi anche alla danza contemporanea influenzata dal teatro No e Kabuki. In Europa ha collaborato con Grotowsky e molti altri artisti (E. Barba, P. Léotard, P. Adrien).
Nel 1980 fonda la sua compagnia in Francia, compagnia che annovera diverse partecipazioni all’Avignon Dance Festival e che si è esibita in tutta Europa. A ‘La Comedie Francaise’ (National Theatre) Sumako ha collaborato alle coreografie e si è esibita sotto la direzione di registi come Znorko e Philipe Adrien. Il suo stile è caratterizzato da una contaminazione di butoh, teatro tradizionale giapponese e arti marziali.
Svolge una fervente attività di insegnate in workshop in tutta Europa.

domenica 18 luglio a martedì 27 luglio 2010
Messina – Magazzini del Sale

Per informazioni:

 

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