Labirinteide, o, come si narra l’immaginifico viaggio nel labirinto letterario, attraverso le artiperformative.
La lussuosa confezione teatrale segue i corridoi di piani nobili rinascimentali ma anche di sporchi antri paurosi del nostro ancestrale.
Dentro e fuori non-luoghi della coscienza e della natura. Fino alla perdita della identificazione… chi sono io e chi è l’altro o gli altri? Perduti dietro quel lungo filo d’Arianna che ci avviluppa e non ci aiuta ad uscire, perché non siamo affatto eroi benefattori dell’umanità (Prometeo o Teseo che sia) ma solo poveri diversi in una riflettenza di specchi che ci moltiplicano le nostre devianze.
E’ stato difficile entrare nel puzzle di sensazioni personali che la creazione teatrale di Ivan Cozzi ha suscitato. Apprezzate le modulazioni dei ritmi, a tratti calibrate a tratti ondivaghe, del costrutto scenico, la difficoltà maggiore è stata la univocità di identificazione. E’ vero che in fondo siamo Teseo e Minosse e Arianna ed Asterione il Minotauro.
E’ vero anche che siamo in tempi di complessità e di labirinti multicursali a rete, ma questa specie di senso di straniamento, da difficoltà di chi essere, non è nelle nostre menti, ancora troppo semplificate. Del resto il labirinto è sinonimo di tracciato multiviario, di rompicapo, un dedalo di idee e di riflessioni.
Il labirinto è l’evoluzione storica dell’umanità, che nella sua ripetitività si evolve ma allo stesso tempo si complica il cammino. Il labirinto ha intrigato molti autori, da Ovidio a Durrenmatt passando attraverso il fantastico Borges, in maniere diverse, e così come la scrittura ha sviluppato una complessità della parola, la sua rappresentazione ha fatto seguire una complessità del gesto. Come è avvenuto in questo lavoro di movimentata intensità narrativa.
Ho letto nel labirinto di Isabella Moroni ed Ivan Cozzi tanta sofferenza e compassione. Ho trovato nei lamenti di Arianna e di Asterione ed ancora del Minotauro, messo a nudo, la rassegnazione di una umanità usata per ogni tipo di tradimento (filiale, fraterno, coniugale) e, dove diversa e bisognosa di affetto, blandita, ingannata e soppressa.
Alla fine della rappresentazione ho capito che il mio percorso iniziatico (labirintico) era terminato e che non avrei trovato al fondo dei miei confusi pensieri nulla di tranquillizzante.
Mi sono perduto e non mi sono più ritrovato nei racconti del labirinto.
Mi è rimasta solo la memoria della messa in scena di un trabattello, costruito in verticale, come un’arnia per le api, un filo d’Arianna sciorinato in volute lungo il palco, un “maitre a penser” in frac ed una testa di toro, mentre il resto (il pensiero) è diventato bisbiglìo, sul quale prevalevano le suggestioni della musica, di strumenti antichi, della tradizione sciamanica, del Tibet, dell’India e delle tribù aborigene dell’Australia.
Ho detto bravi agli interpreti.



Pino Moroni è nato a Tarquinia, dove ora collabora con gli amministratori locali per la preparazione ed attuazione di attività e manifestazioni culturali, turistiche e sportive. Laureato in Giurisprudenza e giornalista pubblicista dal 1976, negli anni ’70/80 è stato collaboratore dei giornali: “Il Messaggero”, “Il Corriere dello Sport”, “Momento Sera”, “Tuscia”, “Corriere di Viterbo”. Ha vissuto e lavorato negli Stati Uniti. Dal 1990 è stato collaboratore di varie Agenzie Stampa, tra cui “Dire”, “Vespina Edizioni”,e “Mediapress2001”. E’ collaboratore dei siti Web: “Cinebazar”, “Forumcinema” e“Centro Sperimentale di Cinematografia”.


peccato essercelo parso… davvero un peccato. Linguaggi complessi, input, accensione di sensi e di pensiero, magie, anche, che il Teatro, un certo Teatro riesce a metter su palco e sotto, tra la gente: quel “popolo” di cui in troppi parlano senza sapere, che può diventare – finalmente – collettività, società civile…
Grazie
Grazie Pasquale, spero che lo spettacolo “Il labirinto” si possa rivedere, perchè ad ogni visione/ascolto si moltiplica il pensiero e la sua magia..