approfondimenti, teatro danza | 18 agosto 2010 | 937 lettori condividi su: Facebook Twitter

Molto rumore per nulla. Shakespeare e il piacere del teatro a Roma d’estate. | di Pino Moroni

di Pino Moroni

GLOBE THEATER, FOTO DI MIMMO FRASSINETI/AGFA Villa Borghese. Nel verde dei giardini, sotto i pini, fuori da tutti i rumori, una costruzione circolare, dotata di un ampio cortile interno senza tetto, il palcoscenico che si inoltra nella platea ed i loggioni appollaiati nel semicerchio esterno: è il “Silvano Toti Globe Teatre”. Dove il pubblico non si sente solo spettatore, ma fruitore speciale di capacità gestuali, mimiche, verbali e cantate degli interpreti di questo rinnovato Teatro Elisabettiano.

Il teatro infatti è stato ricostruito per opera della Fondazione Silvano Toti e del Comune di Roma, secondo lo schema del teatro costruito a Shoreditch, zona settentrionale della città di Londra, nel 1576, e presenta una nutrita stagione di titoli shakespeariani da luglio a settembre.

Quest’anno dal 4 al 13 e dal 18 al 22 agosto è in programma la commedia “Molto rumore per nulla” di William Shakespeare, per la traduzione e l’adattamento di Loredana Scaramella (una vivace e brava interprete di Beatrice ) e Mauro Santopietro (un misurato e furbo interprete di Benedetto).

Entrati nel parterre, dove gli spettatori più poveri, in piedi sotto il sole o la pioggia interagivano con gli attori, spesso mescolati a loro, si ha un bellissimo colpo d’occhio di un teatro assolutamente funzionale, vivibile e fuori dalle regole. I re ed i nobili preferivano sedere nei tre livelli delle balconate, per poi scendere anch’essi nel cortile per partecipare alla festa, da cui la frase “Parterre de rois”.

La commedia si apre su un impianto scenico privo di macchinari e di effetti speciali, con solo canapi legati ai legni del palcoscenico e lenzuola stese al sole, quinte naturali per gli equivoci della trama. In questo modo lo spettatore sopperisce alla carenza della componente visiva con una rafforzata sensibilità nei confronti delle parole recitate, che diventano, oltre che racconti di fatti di vita quotidiana, evocative di mondi immaginari anche magici: è la poetica del teatro elisabettiano.

Quale entrata migliore di una scena idilliaca, in cui due fanciulle, (Ero, vergine schiva e Beatrice, donna sagace) si attardano ai lavori domestici con le damigelle di compagnia, parlando del ritorno degli uomini di guerra di Don Pedro, principe di Aragona!

L’Italia, che ha appena passato il Rinascimento pieno di feste, principi e cortigiani raffinati e sfrenati, ma anche di complotti politici ed assassinii, condanne e violenza, è il luogo deputato per la nascita di molte tragicommedie del teatro elisabettiano. Shakespeare si è servito di un frequente e rapido susseguirsi di scene che fanno passare da un luogo all’altro, saltando le ore ed i giorni come in un film moderno. Ecco spiegata, tra l’altro, la molteplicità di trasposizioni cinematografiche sia americane che europee delle sue commedie.

Mentre Beatrice conosce già il cinico patavino Benedetto per una passata relazione, il fiorentino Claudio, giovane valoroso nelle armi ma inesperto ed instabile in storie d’amore si innamora di Ero ed il principe Don Pedro si presta, con un fraintendimento ad aiutarlo a conquistare la donna.

Ma l’incontro di due mondi, donne di pace ed uomini di guerra, affiliati spagnoli e messinesi si rivela subito difficile anche per colpa dell’ ‘outsider’ Don Juan, fratellastro di Don Pedro, precursore di tutti i cattivi, che cerca di distruggere con un perfido inganno l’amore di Ero e Claudio per colpire indirettamente il Principe, fratello buono.

L’equilibrio dello spettacolo vuole a questo punto una esplosione di gioia luminosa e tanto movimento scenico. Un ballo in maschera in cui i partecipanti giocano uno con l’altro: Don Pedro con Ero, Beatrice con Benedetto e Don Juan con Claudio. In una serie di equivoci ed inganni che raffinano l’attenzione dello spettatore.

Ed è Claudio che cadrà nella trappola che farà ‘rumore’.
Anche Benedetto e Beatrice vengono convinti l’uno della passione dell’altra e viceversa e si concedono all’amore. E’ l’apoteosi della contaminazione di generi, fusione di commedia, tragedia annunciata e spettacolo circense.

MOLTO RUMORE PER NULLAMa la parte più comica è affidata a due innocui soldati di ronda per le strade di Messina, che arrestano per caso Borraccio e Corrado, due sgherri di Don Juan, mentre ubriachi si raccontano l’inganno perpretato ai danni di Ero.
Mentre tutto sta volgendo in tragedia si alzano, infatti,  i toni comici. I due soldati, sconnessi nelle parole e nelle azioni, si incontrano con il capo delle guardie, Carruba, un buffo personaggio claudicante, che storpia la lingua aulica dei nobili. Lo segue la stolida spalla Sorba. In effetti Carruba, anche nella sua parodia del poliziotto non letterato, farà poi confessare Borraccio al giudice l’inganno di Don Juan e si renderà essenziale al lieto fine.

E’ questa la parte più delicata e più produttiva del famoso “artigianato teatrale” di Shakespeare, la giusta misura dei ruoli degli interpreti, in maniera tale che un linguaggio dai tanti registri costruisca un testo universale. L’infittirsi della trama e poi il suo sciogliersi vengono accettati senza difficoltà dal pubblico, che in fondo ha sempre saputo la verità, svelata invece ai protagonisti solo alla fine.

Quando tutto va a rotoli, mentre Claudio ripudia Ero accusandola di lussuria, Ero sviene e viene creduta morta, il padre la maledice ed il Principe si sente ingannato dai messinesi, il frate Francesco che doveva celebrare il matrimonio, e conosce la purezza di Ero, organizza lo stratagemma risolutivo.

E’ il ‘Deus ex machina” che si identifica con la saggezza popolare: far credere che la ragazza sia morta davvero per stimolare il rimorso dei suoi accusatori e far rivelare chi ha ordito il complotto. Infatti Claudio con il principe si recano a pregare sul sepolcro di Ero (suggestiva la scena notturna con le fiaccole accese) mentre Borraccio e Corrado rivelano l’inganno di Don Juan, che mentre fugge è arrestato dalle guardie.

Un matrimonio in maschera con danze e festeggiamenti scioglie gli ultimi nodi della trama: Ero e Claudio convolano a nozze, Beatrice e Benedetto si fidanzano. Ed il pubblico balla e conversa con gli attori e gli autori del fedele adattamento, con Shakespeare che sorride tra i personaggi minori dove, si dice, si ritagliava anche lui un ruolo.

Per tutto quel ‘nulla’ due ore passate piacevolmente vivi.

 

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2 Commenti

  • Grazie Pino, mi hai fatto rivivere una serata bellissima trascorsa pochi giorni fa ( e che dire dei musici…)

  • Grazie Simonetta. Che dire dei musici… molto bravi.
    Baldassarre/Carlo Ragona, ispirato nella canzone sugli amanti incostanti. Il piccolo intrattenimento musicale nell’intervallo, perduto, purtroppo, nel caos del quarto d’ora d’aria.

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