Un grande censimento esistenziale sulle esperienze di vita, i sentimenti, i sogni e i valori degli esseri umani senza barriere etniche, religiose o politiche.
Dopo Parigi, Rennes, Shangai e Marsiglia, il progetto 6 miliardi di Altri del fotografo ed attivista francese Yann Arthus-Bertrand, continua il suo percorso e giunge a Roma ai Mercati di Traiano. Si tratta di una mostra itinerante che raccoglie oltre 5.600 video-interviste, realizzate in più di 78 paesi. E’ un focus su persone comuni che hanno risposto a circa 40 domande sulle tematiche che ci tormentano da millenni e su cui si sono arrovellati letterati, filosofi, scienziati e naturalmente artisti.
“Qual è il senso della vita? Cosa ti aspetti dopo la morte? Cosa ti fa paura? Cosa significa per te l’amore? Cosa hai imparato dai tuoi genitori? Quali momenti difficili hai vissuto? Che cos’è la felicità?”.
Un ampio punto di vista sull’umanità. Una mostra che vuole invitare tutti a sentire, pensare, ascoltare e condividere.
Può definirsi arte, oppure tutto questo è solo uno studio geo-politico e sociologico? Terra di mezzo, se pensiamo a come oggi siamo arrivati alle molteplici contaminazioni e interpolazioni tra diversi linguaggi artistici che poi, a loro volta, intrecciano i percorsi di altre svariate discipline. L’artista, in questa intricata babele espressiva, risulta figura sempre meno definibile. Labili confini ormai anche tra video-arte, documentario, animazione, cinema.
Come definire Inland Empire di David Lynch, Antichrist di Lars von Trier o The Cremaster Cycle di Matthew Barney. Sono esempi di ibridismi tra cinema, video-arte, personali stati allucinogeni, risultati della meditazione trascendentale e sembra che il 3D non abbia invaso solo le sale cinematografiche: presto indosseremo gli occhialini, e chissà cos’altro, anche per andare a vedere una mostra.
Nel gioco della ricerca, tutto è possibile e non ci sono rigide regole, l’importante è non perdere la consapevolezza di cosa si vuole esprimere e non girare a vuoto accumulando solo fugaci espedienti.
L’utilizzo dell’intervista come operazione per interagire con la realtà, il problema del rapporto arte-vita, compare nel percorso di molti artisti contemporanei per esempio in Gillian Wearing. La collaborazione con la gente comune incontrata per strada, nei parchi e nei locali pubblici è diventata la sua metodologia di lavoro. In Signs That Say What You Want Them To Say And Not Signs That Say What Someone Else Wants You to Say (1992-93), l’artista invitava i passanti a scrivere sopra un foglio bianco un personale stato d’animo o un’opinione. Attraverso l’intervista, analizzerà il microcosmo della famiglia, adolescenti che raccontano la loro vita, gente che ha vissuto un terribile trauma. Uscita fuori per studiare i problemi di relazione tra gli altri, torna dentro se stessa sull’autoritratto ma con una nuova profonda coscienza.
Le persone hanno sempre risposto positivamente a tutte queste sollecitazioni che danno la possibilità di esprimere uno stato emotivo represso da una realtà, familiare o lavorativa, in cui siamo abituati a comunicare solo una frenetica serialità di azioni quotidiane da eseguire.
Secondo il lascito duchampiano del ready-made, un oggetto comune prelevato e posto così com’è in una situazione diversa da quella di utilizzo abituale, ottiene, per scelta dell’artista, il valore di opera d’arte e quindi – ci dice Duchamp – “l’arte esiste già”.
Allora, se prendi una serie di video-interviste e la proietti in un museo usando il termine mostra, ciò diventerà un’operazione artistica. Ma non fermiamoci solo a questo. In apparenza, risalta subito il grande rigore tecnico, la formula estetica semplice e priva di filtri concettuali. Sei reporter hanno girato 4.000 ore di filmati. Una comunicazione diretta che parte da un impianto giornalistico e con l’intento di calarsi in un contesto sociale da analizzare. Certamente, questo non si struttura su una ricerca artistica ma toccando una sfera interiore ed emotiva e l’asse si sposta verso un risultato inatteso. Poi c’è la scelta di non presentare i video in una sala conferenze o cinematografica ma con un preciso, studiato allestimento in diversi musei.
Così, questo progetto durato 5 anni di viaggi in tutto il mondo, alla ricerca degli uomini e delle loro storie, diventa un’opera fatta di volti, parole, canti, sguardi, voci, sorrisi, lacrime, silenzi. La vita è l’arte assoluta.
I Mercati di Traiano, luogo d’incontro e scambio tra antichi popoli, offrono una perfetta location, ideale per accogliere questa virtuale invasione multietnica.
I visitatori entrano ed escono dalle camere – 15 aree dotate di schermi – allestite nelle tabernae lungo il tratto settentrionale della via Biberatica e negli ambienti al secondo piano del Grande Emiciclo.
Stanze schermate di nero che diventano una successione di confessionali tematici, dove calarsi nella dimensione dell’ascolto e della riflessione.
I filmati, realizzati in primo piano, creano intimità ed impatto emotivo nello spettatore. Riprese centrate, frontali e verticali catturano una storia, uno sguardo, un cedimento all’emozione.
Questi volti scanditi dal buio, arrivano da lontano; alcuni portano le dolorose tracce dei disastri del Novecento. Ci sono i sopravvissuti del genocidio in Ruanda, di Hiroshima, di Auschwitz, di Černobyl, delle guerre jugoslave.
“Tutti noi abbiamo in comune le origini, le madri, tutti veniamo dallo stesso abisso. La storia di ogni uomo è importante, eterna, divina. In ognuno lo spirito ha preso forma, in ognuno soffre il creato, in ognuno si crocifigge un Redentore” (H. Hesse, Le stagioni della vita).
Gli intervistati diventano autori e, nella loro autenticità, fanno affiorare un personaggio con la sua peculiare, forte e naturale espressività.
L’intuizione di Yann Arthus-Bertrand si trasforma così in un’opera interattiva.
L’intervistato raccontandosi compie un atto liberatorio, rilascia un flusso, apre una porta segreta che scatena una successione di eventi. Dall’altra parte, chi ascolta si immedesima, si riconosce in una delle tante esperienze di vita e automaticamente pone a se stesso le 40 domande. Tutti entriamo nel cerchio che ci lega l’uno con l’altro, nell’antico rito del tramandare la nostra storia.
Parlare di sé e contemporaneamente ascoltare il pensiero degli altri è un atto semplice ma straordinario nel nostro tempo in cui la gente ha progressivamente perso la voglia di confidare i propri pensieri e di confrontarsi, preferendo chiudersi nelle rinunce e nei mondi artificiali dove si svezzano le fobie e si sceglie la simulazione per morire, sopprimersi e disperdersi.
“Non possiamo ignorare ciò che ci lega e le responsabilità che questo legame comporta”. (Yann Arthus-Bertrand)
6 Miliardi di Altri di Yann Arthus-Bertrand, ai Mercati di Traiano Museo dei Fori Imperiali, in Via IV Novembre 94 a Roma, è in corso – dall’ 11 giugno – sino al 26 settembre 2010. Info e altro qui: www.mercatiditraiano.it, www.6miliardidialtri.org.














Nasce a Termoli (CB) dove si diploma al Liceo Artistico per poi laurearsi in Scenografia presso l’Accademia di Belle Arti di Roma, con un successivo master in Scenografia allo IED di Roma per poi laurearsi, sempre all'AABBAA di Roma, nel 2008, in Arti Visive e Discipline dello Spettacolo ( sez. Pittura) con una tesi in Storia dell’Arte Contemporanea. Artista e fotografa, ha esperienza in campo teatrale, collaborando per sopettacoli in quaklità di assistente scenografa, titolare, e come assistente di Giuliano Vasilicò; dopo aver conseguito il Diploma di Qualifica Professionale in Regia Teatrale presso il Teatro Studio, porta in scena lo spettacolo “Elettre”, curandone drammaturgia, scenografia e regia. Lavora parallelamente in laboratori teatrali e con l'Accademia degli Artefatti partecipa allo spettacolo “Macerie. Decostruzione amletica” che debutta al Palazzo delle Esposizioni di Roma. Nella sua ricerca, accanto all’elaborazione visiva, la scrittura è una presenza costante che si concretizza in testi per cataloghi di mostre propie e di colleghi artisti.
Buongiorno, art a part of cult(URE), siete una garanzia anche d’estate, che bello! Domani vado a vederla, questa mostra. Mi piace quello che scrive nell’articolo, specie le parole dell’artista: “Non possiamo ignorare ciò che ci lega e le responsabilità che questo legame comporta”. Però la maggioranza della gente dimentica eccome, eludendo queste responsabilità: siamo ridotti così, noi Mondo, per questo motivo. Sapremo, vorremo fermarci e tornare alla ragione e al cuore?
anch’io mi sento parte di quei miliardi!