Jan Vermeer, Donna in Blu, 1662-64; Mohammed Tabti, Mother, 2010. Attesa e riconciliazione. Immagine-tempo…
Cos’è un’immagine tempo? Gilles Deleuze (1989) s’ interrogava sulla capacità di un tipo d’immagine cinematografica di cristallizzarsi senza che il movimento intercedesse in suo aiuto. La sua cristallizzazione è però di natura panottica e, in quanto prismatica, mai univoca: come nel prisma, essa fa intravedere altre possibilità che appartengono a tutte le arti visive e che non s’interrompono certo nella proprietà retinica. Non a caso è Deleuze stesso a citare Cézanne.
E’ quindi una funzione utopica quel che caratterizza il tema dell’immagine-tempo che transita da una dimensione temporale all’altra pur conservando determinate filiazioni o derivazioni formali. Tema principale con cui dagli inizi del novecento la filosofia estetica si è interrogata.
Fideistico sembra essere il rapporto sulla capacità di coesistenza dei sentimenti umani che nella fotografia sintattica e nei suoi accostamenti Mohammed Tabti (Fez, Marocco 1980), artista selezionato per la biennale Manifesta 8, fa qui affiorare ripercorrendo energie patiche universali.
Una donna, forse proprio la moglie di Vermeer, legge una lettera. Il suo animo è principalmente colto dal pittore nell’atto di un’attesa , di una gestazione che potrebbe lasciare la donna sola; un marito che forse attraverso una missiva d’addio potrebbe non tornare più… e poi Mother; una donna che, attraverso l’aiuto di suo marito, ripercorre metaforicamente il filare le sorti del proprio destino.
νάγκη -la Fatalità- di tradizioni che inevitabilmente s’intrecciano a quelle dell’universo femminile di un Islam apparentemente aperto all’emancipazione ma dove il ruolo, specialmente per la collettività non urbanizzata, è tuttora fondamentale e pregno di coercizioni.
Eppure, l’immagine quasi teatrale (la quinta aperta dalla mantovana come in un quadro del Barocci, la luce simile ai quadri fiamminghi) risponde a quella domanda di distacco-estetico di cui l’arte occidentale si nutre da sempre. Non fotografia di denuncia quella di Tabti, ma di meditazione votiva.
E’ quindi un’immagine rassicurante? L’immagine tempo è forse un transfert fantasmatico delle nostre perturbazioni? Forse, ma non necessariamente.
Quel che qui interessa non è tanto la funzione di repêchage rammemorativo, ma la funzione messianica che trapela da tale accostamento.
Non c’è frammentazione, non c’è ricordo di copertura , né Ars oblivionis che copre e sfigura, o magari sublima un lutto o una perdita come spesso accade in tanti lavori occidentali, ma una visione che si proietta in un desiderio, una riconciliazione e un futuro in cui probabilmente le aspirazioni di chi vede e sente tutto ciò sulla sua pelle vengono vivificate. Se di contrasto culturale si può parlare è interessante notare quanto poco disfattisti siano gli ambiti estetici in cui si muovono gli artisti che provengono da paesi economicamente poco privilegiati come quelli del Maghreb.
La kermesse MANIFESTA, l’ottava edizione, da ottobre a Murcia e Cartagena in Spagna, sarà certamente un’ottima piattaforma per confrontare le idee di tanti artisti extraeuropei alle prese con le tematiche dell’universo contemporaneo, non ultime quelle dell’integrazione.


Fabio Pinelli è laureato in semiologia dell’arte contemporanea con una tesi sulla prassi archivistica nella storia dell’arte tedesca da Aby Warburg a Gerhard Richter. Dal 2001 si occupa di visite culturali nei musei e gallerie di Roma nonché della stesura di contributi critici per periodici specializzati e alcune mostre di artisti contemporanei. Tra le più recenti: “Fuoriluogo” appuntamenti fuori dall’(h)-abitato.