approfondimenti, libri letteratura e poesia | 27 agosto 2010 | 1.352 lettori condividi su: Facebook Twitter

#1, Da Pavese a Fratini i poeti tra la guerra e la pace del gruppo romano “Il Seminterrato” | di Romolo Trebbi del Trevigiano

di Romolo Trebbi del Trevigiano

Sessant’anni fa Cesare Pavese s’accomiatò dalla sua stessa vita dolorosa, incompresa, striata di splendori impossibili e di ricordi gravosi.

Negli ultimi anni aveva spesso frequentato Il Seminterrato, un circolo di giovani intellettuali romani fondato dallo storico dell’arte Romolo Trebbi del Trevigiano e nel quale si ritrovarono anche Gaio Fratini, Aldo Accattatis, Ugo Sterpini, Vinicio Cantatore e dove a volte approdava anche Ungaretti, professore di Gianfranco Manganella.

L’antico gruppo del Seminterrato si è disperso nel corso degli anni: alcuni si sono dedicati insegnare in università in Italia e nel estero, altri sono diventati scrittori importanti.

Pubblichiamo dunque, in più puntate, questo breve saggio di Romolo Trebbi del Trevigiano che fa luce sul sentimento, sulla dialettica e sulle motivazioni dei “poeti fra la guerra e la pace”. La prima vuol rendere omaggio a Pavese, che pochi giorni prima di suicidarsi, s’accomiatò dal Gruppo del Seminterrato lasciando loro il manoscritto della poesia Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.

La guerra muta la vita morale di un popolo e l’ uomo, al suo ritorno, non trova più misura di certezza in un modus di vita interiore, dimenticato o ironizzato durante la sua prova con la morte. La guerra reclama con violenza un ordine inedito nel pensiero del uomo, un possedimento maggiore della verità”. Salvatore Quasimodo, 1953.

La nostra esperienza maturò tra il 1940 ed il 1950: cinque anni di guerra, cinque di dopoguerra.
Per noi, che eravamo ancora ragazzi, gli anni della guerra rappresentarono un periodo di formazione, una scuola
“di verità”. Furono anni fatti di ideali repressi, di avventure, ma anche del terrore, di sirene ululanti nelle lunghe notti senza tregua, di amori fugaci ma intensi, di sogni meravigliosi, di trincee scure, della angosciosa attesa di passi sconosciuti, di passioni indimenticabili…  insomma del vigore della nostra gioventù che lottava per la libertà di una patria interiore.

Fu quella la nostra guerra. Nessuno ci aiutò, nessuno gridò -come è costume oggi- la sua protesta, nessuno pregò per noi. Fu soltanto “la nostra guerra”, anni di fuoco e pazzia, un mondo antico che si scioglieva nelle ulcerazioni delle sue ferite incurabili: noi pensavamo questo, ma altri pensavano l’opposto. Pero tutti, fossero dell’una fazione o dell’altra, crescemmo, vivemmo e partecipammo in questo ambiente ed in queste condizioni.

Cinque anni di guerra ed altri cinque di dopo guerra o “pseudo pace”.

Nei primi cinque pensammo essere coloro che avrebbero trasformato un mondo decrepito; negli ultimi cinque cominciammo ad amare quel vecchio mondo che prima avremmo voluto distruggere.

Come Alfred Weber, ci domandavamo se eravamo noi quelli che stavano scrivendo alcune pagine della storia o se invece era la Storia che stava guidandoci per alcuni dei suoi tortuosi sentieri.

Per questo ho pensato raccogliere alcune poesie di un gruppo di amici con i quali vivemmo attivamente quel lungo decennio 1940-1950, per recuperare oggi la verità di ciò che ora altro non è che mero documento, ma che furono opere nate in una decade di fuoco, sangue e passioni.

Nel 1947, nella periferia romana appena fuori Porta San Giovanni, in un locale sottostante la casa di mio padre, ci riunivamo ogni fine settimana fra amici: qualcuno era pittore, altri poeti, altri storici e critici d’arte. Arrivavano di pomeriggio verso le diciassette in poi.
Lo chiamammo
“Il Seminterrato”, qui cominciò a nascere un dialogo fra persone di posizioni intellettuali diverse, accomunate da un luogo, da un preciso momento storico e da una comune sofferenza.

Alcuni di questi amici venivano tutte le settimane, altri ogni tanto, altri ancora erano amici di amici.

Fra i tanti nomi (Gina Almagià, Luigi Arata, Eugenio Battisti, Maurizio Calvesi, Dionisia Cocco-Delitala, Dario Di Gravio, Elena La Cava, Carlo Lezziero, Bonci Maciochi, Beppe Migliori, Marabottino Marabotti, Giovani Mortillaro del Ciantro, Giulio Picciotti, Marco Paolo Ramorino di San Quirico, Lella Trucco, Raffaella Vellani-Marchi, Giovanella Zannoni) spiccavano quelli di Pavese, scrittore; Ugo Sterpini, pittore; Gianfranco Manganella, regista televisivo; Aldo Accattatis, poeta; Gaio Fratini, poeta; Vinicio Cantatore, poeta, e di noi tre critici e storici dell’arte: Eugenio Battisti, Maurizio Calvesi, Romolo Trebbi.

Queste pagine rappresentano non solo un documento vivo di quell’epoca, ma hanno il desiderio di ristabilire, al di là del tempo e lo spazio quel dialogo fertile e umano che fu nostro.

Vediamo la poesia italiana degli ultimi anni continuare ancora sullo steso binario già conosciuto per il trinomio Ungaretti, Montale, Quasimodo. Per molti giovani è un modo per esprimersi, per altri una ricerca piuttosto difficile…”, scriveva nel 1950 Marco Paolo Ramorino presentando alcuni poeti spagnoli del gruppo del Seminterrato.
Infatti, all’ombra delle ali protettrici del geniale trinomio si formarono tanti giovani.

Oggi, più che la critica, ci interessa il senso di queste poesie che rappresentano la documentazione di un’epoca definita, di un’esperienza vissuta, di un periodo storico importantissimo nel quale, la guerra e le sue conseguenze sono sempre presenti e reali.

Chi decidi battersi
Ha provato la morte
e la porta nel sangue.
Come buoni nemici
che non si odiano più
abbiamo la stessa
voce, la medesima pena.

dice Cesare Pavese.
L’odio dei giorni di fuoco è passato; persino il
“nemico” adesso è legato a noi da indissolubili vincoli che sono le stesse ore trascorse nel ballo infernale condiviso insieme, seppur in gruppi separati.
Chi ha provato la morte conosce il suo sapore, sa che è un vizio antico che si scioglie nel sangue: ci spaventa e continua a vivere latente nelle più buie cavità. La sua ombra tenebrosa nasconde la nostalgia sottile dei momenti passati.
Per di più, davanti a lei eravamo uguali: fascisti e non, tedeschi, inglesi, americani e francesi.
Già
“come buoni amici / che non si odiano più / abbiamo la stessa / voce, la stessa pena”.

Dopo più di cinque anni, avevamo conquistato qualcosa: la pace o, forse, soltanto una tregua. Tregua dai rumori violenti, discordanti, tregua dai continui allarmi, tregua dagli ordini, tregua dalle angoscia del cuore.
Eravamo stanchi
“di camminare / nostri morti per le strade scure / senza la speranza di una tregua” (Lezziero).
Stanchi di seguire “Le bare strette alle bandiere, / di rendere piaghe e lacrime a pietà / nelle città distrutte, rovina su rovina…/ Un giorno, un solo / giorno per noi, padroni della terra / prima che rulli ancora l’aria e il ferro / e una scheggia ci bruci in pieno volto”, prega tragicamente Quasimodo, al quale risponde il categorico grido di Ungaretti: “Cessate di uccidere i morti”.

(continua)

 

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