approfondimenti, arti visive | 29 agosto 2010 | 1.271 lettori condividi su: Facebook Twitter

William Kentridge: dal Moma a Louvre e Jeu de Paume in trionfo. Nel segno del rinnovamento etico e cosmopolita dell’arte | di Simone Verde

di Simone Verde

Molto si è scritto sull’impegno politico di William Kentridge.
L’artista, bianco, sudafricano battutosi contro l’apartheid, ora protagonista di una retrospettiva al Louvre e al Jeu de Paume di Parigi (fino al 5 settembre).

Le sue opere più note sono film di animazione in bianco e nero che mettono in successione disegni espressionisti al carboncino. Più celebre di tutti, il ciclo di Soho Epstein, storia di un magnate immaginario e un po’ mafioso, traduzione grafica del capitalismo e della sua avidità, distillato delle ingiustizie che divorano il Sudafrica della segregazione. Meno nota, invece, la complessità, le sfaccettature della sua concezione etica e politica dell’arte. Che non si ferma a una battaglia, per altro vinta, ma che si interroga senza certezze sulle capacità e sui limiti degli uomini.

La mostra, sbarcata dal Moma, ha un titolo molto indicativo Five themes (cinque temi) e intende ricostruire la ricerca di Kentridge in tutta la sua complessità. Dalla denuncia sociale degli inizi, all’interrogativo etico ed esistenziale degli ultimi anni. Dal ritratto impietoso della società capitalistica, al problematico esercizio dell’autoritratto d’artista. Come può, infatti, l’intellettuale che denuncia le efferatezze della storia, tirarsi fuori nel giudizio su un’umanità di cui fa parte? La risposta a questa domanda cruciale, sta in uno dei cinque temi approfonditi dalla mostra, L’artista nello studio: tre video proiettati in contemporanea in cui Kentridge ritrae e disfa se stesso, alla ricerca di un’impossibile integrità morale. Una decostruzione del sé e delle sue aspirazioni che sembra interrogarsi su un’umanità intelligente che, pur sapendo distintamente cos’è il male, non trova la volontà per astenersi dal commetterlo.

Al razionalismo europeo incapace di una risposta, viene in soccorso di Kentridge tutta la cultura africana. Il suo senso dello spirituale, la sua visione tragica dell’esistenza dove la vita, dono incredibile, è anche un terribile interrogativo che tiene in scacco la ragione, un esser gettati nel vuoto, posseduti da energie sotterranee e confrontati perennemente con la fine. Una sapienza ancestrale dell’ignoto che, di fronte alle inconcludenze dell’intelletto, rappresenta da anni il maggiore contributo di Kentrige al rinnovamento cosmopolita dell’arte contemporanea.

 

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