Festival, rassegne, vetrine, contenitori… il teatro sta vivendo un momento di contaminazione ideologica ed artistica.
Ce n’è sempre di più, ma sempre meno spesso viene offerto nella sua semplice essenza.
Nessun’altra arte sembra aver altrettanta paura di essere mostrata “nuda”.
Generalmente i festival di cinema offrono cinema, quelli di letteratura libri, racconti, poesie, quelli di jazz o di rock musica. Alcuni di questi possono contenere manifestazioni “a latere” che ricordano l’importanza del dialogo vivo e dinamico fra le arti o anche solamente l’esistenza di molteplici punti di vista in una tematica.
Per il teatro, invece, no: ogni festival, ogni rassegna, ogni manifestazione si tramuta in un coacervo di iniziative, sempre più simili ad un palinsesto televisivo piuttosto che ad una proposta di progettualità, linguaggi, idee, talenti e spettacolarità da offrire perchè porti accrescimento, poesia e mutamenti.
La sensazione è quella che si continui deliberatamente ad aggiungere rumore.
Rumore per smettere di annoiarsi.
Anche se, a ben guardare, fare chiasso non sembra più servire a molto al tempo in cui il temuto silenzio arriva inaspettato e folgorante con le censure, le deviazioni, le distorsioni della realtà, o con il distogliere programmaticamente l’attenzione dei più dalle vere problematiche sociali.
Dunque, perchè confondersi ancora?
Perchè sottomettersi ad un pieno di rumore e contraffazione che ci prosciuga ogni giorno di più?
Stiamo parlando, soprattutto, di alcuni piccoli festival, di quelli con i quali i Comuni e gli Enti Pubblici in genere si fanno belli e che invece dovrebbero rappresentare un momento di scambio diretto, e accessibile fra gli artisti e gli spettatori.
Ci sono due parole magiche: “innovazione” ed “emergente” che in questi tempi aprono moltissime porte, soprattutto quelle dei finanziamenti, perchè nessun Ente vuol far brutta figura nei confronti delle giovani generazioni.
Così in cambio di una scheggia, di una frazione di riconoscimento economico o artistico, creano competizione e chiedono, sempre più spesso, di inventare proposte eclatanti, straordinarie, di inventare qualcosa che non si sia mai visto prima, qualcosa di sorprendente, come un gioco di prestigio.
Ed allora avanti tutti a tirar fuori conigli dai cappelli, a concepire programmi indefiniti dove in quattro giorni si propongono: cinema, corsi di formazione, arti di strada, arti visive, fumetti, letteratura, musica, danza, fotografia, teatro, natura, sociale, sport…. come se gli spettatori potessero avere un moltiplicatore di tempo, cento occhi, o, infiniti interessi.
Fare un festival, invece, significa offrire.
Offrire in due direzioni: agli spettatori la possibilità di vedere cose nuove; agli artisti l’opportunità di rappresentare.
Le kermesse troppo trasversali, invece, non offrono possibilità, anzi, confondono le acque e generano gli alibi per l’assenza di contenuti.
Lo spettatore (bue), si sa, sopporta tutto, soprattutto se è confezionato in maniera scintillante, e allora perchè fare scelte di qualità quando basta proporre gli spettacoli più rodati, oppure quelli degli amici, o (splendidi!) quelli che non costano nulla? E, volendo esagerare, perchè non dimostrarsi completamente “etici” accogliendo gli indipendenti che, grazie all’equivoco per cui l’assenza di sovvenzioni garantisce la bontà del prodotto, seminano ovunque creazioni per ogni gusto.
Tutto questo non tocchi chi, con entusiasmo, diversificazione e ricerca realizza le proprie idee; il mondo si evolve e gli input creativi si nutrono di ciò che ciascuno ha nel sacco: università competitive, televisione, società stremata dalla paura indotta e dalla “sicurezza” implorata.
Nonostante tutto ce ne sono a decine di gruppi, compagnie e singoli in grado di offrire una qualità intensa e di grandi prospettive; ce ne sono a decine di giovani capaci di avere occhi liberi e di produrre qualcosa di realmente diverso.
Allora la domanda è: perchè si continua a privilegiare la confusione, il rumore e la banalità? Ma, soprattutto, perchè lo spettatore deve continuare a pagare in tutti i sensi queste armi di distruzione di massa della cultura?
Giornalista, critica teatrale e letteraria collaboro dal 1976 con diverse testate, sono stata per oltre 10 anni direttore del mensile “Carcere e Comunità”, ho scritto testi ed adattamenti teatrali e curato l’ufficio stampa di rassegne teatrali e musicali. Nel 1983, affascinata dalle tecniche della comunicazione frequento Master in Relazioni Pubbliche presso il Centro studi Comunicazione di Roma. Nel 1989 fondo l’Associazione SOS Razzismo Italia. E nel 1990 l’Associazione Teatrale The Way to the Indies www.argillateatri.org per la sperimentazione e la ricerca sulle arti dello spettacolo. Organizzo gli spettacoli, il lavoro di ricerca, il centro di documentazione e la Biblioteca pubblica riconosciuta dalla Regione Lazio e dichiarata “di interesse nella città di Roma”.
Inizio a viaggiare in India ed a fare “ricerca su campo” per alcune forme di arte, musica, spettacolo e tradizione del subcontinente indiano. Il tempo del web si apre col blog Scialli e Ventagli http://isabellamoroni.wordpress.com e con le collaborazioni a sacripante! www.sacripante.it e Buran www.buran.it. Ho poi ideato Libroblog (www.libroblog.it), per raccontare di libri di cui non si parla poi tanto ed ho fatto parte del comitato di lettura dei Quindici www.iquindici.org. Negli ultimi anni ho realizzato il progetto di formazione alle professioni editoriali FareLibri www.bloggers.it/farelibri e partecipo alla redazione della rivista letteraria on line La Poesia e lo Spirito http://lapoesiaelospirito.wordpress.com.” email: i.moroni@artapartofculture.org


Approvo, mi associo, ben detto!
ps…: che dire dell’Arte visiva? Quella che in questi contesti è usata come riempitivo, voce di autorevolezza a volte glamour, che mai si integra ma o fa da servitore sciocco o da partner ingombrante che spesso ruba o cerca di rubare la scena… Difficile assistere a progetti di VERO crossover, di reale contaminazione, di sinergia… Italietta del cavolo, pubblico di bocca buona, curatori da strapazzo… mentre i bravi professionisti, quelli che sanno lavorar bene, faticano, sommersi da tanto, troppo ciarpame!
proprio così, l’arte fa da richiamo e “riempitivo”.
Per poter mettere in moto un crossover fra le arti credo ci sia bisogno per prima cosa di intelligenza, acume e visionarietà e, forse, anche di una diversa amministrazione dei finanziamenti ricevuti…
Mentre invece sembra essere il contrario (si mette l’arte perchè così si risparmia…)
condivido in pieno, tutto, compresi i commenti! Il che ci riporta allo stesso punto:
quello di un avvitamento intorno alla cialtroneria e alla superficialità che ormai sovrasta tutto, in questo paese. E senza che operatori di settore qualificati, onesti e avveduti, prendano una posizione per svergognare e sbugiardare la tanta melma che soffoca la qualità.
Non se ne può più: dove sta la vivace e affilata critica? Dove quel sano orgoglio professionale, quella capacità analitica, quella coesone tra discipline e intellettuali che voglia e riesca a fare chiarezza e rimettere in moto un settore in crisi e devastato da guerre interne oltre che esterne, da tensioni tra lobby e mediocrità? Sembra di parlare della Politica e invece è – dovrebbe essere – cultura…??????
Sono d’accordo,E’ Triste ma non bisogna arrendersi .Guardiamo le cose con distacco ed intelligenza e troveremo anche gente seria ,colta e disponibile.Impariamo ad andare al di là del rumore, forse qualche sorpresa c’è