approfondimenti, beni culturali | 2 settembre 2010 | 850 lettori condividi su: Facebook Twitter

L’età della Conquista. Una conferma, uno stile universale | di Pino Moroni

di Pino Moroni

Musei Capitolini: cinque mostre tra il 2010 ed il 2014, per capire come i romani riuscirono a trovare un proprio linguaggio artistico, partendo dalla tradizione etrusco-italica, fino ad arrivare ad una elaborazione personale della cultura artistica greco-orientale.


Prorogata fino al 26 settembre la prima mostra: L’età della conquista. La mostra focalizza dalla fine del III° alla prima metà del I°secolo a. C.: un periodo in cui, a seguito delle vittoriose campagne militari, ingenti quantità di bottino di guerra portarono a Roma le raffinate opere greche ed orientali, che determinarono un mutamento del gusto culturale, assolutamente innovativo.

Nel seguire la filosofia e la logica dei curatori della mostra Eugenio La Rocca e Claudio Parisi Presicce, si capisce che non è l’estetica dell’oggetto, anche se eccezionale, a prevalere nell’esposizione. I pezzi mostrati, provenienti dai più grandi musei del mondo (Roma, Atene, Parigi, Londra, Copenhagen, Monaco) nonché dagli altri musei italiani, diventano illuminanti, in un itinerario storico-antropologico, di una fase mai approfondita nei suoi cambiamenti culturali, sia pubblici che privati. Per cui, la visita diviene come una piacevole, istruttiva passeggiata per le strade della Roma repubblicana, dalla presa di Taranto (272 a.C.) alla conquista dell’Egitto (30 a.C.). Una immersione, ispirata dalle tabelle storiche e da quelle esplicative dei reperti, nell’atmosfera variopinta e caotica di una città centro del mondo: con i cortei di trionfo, le processioni religiose, il viavai di burocrati e dignitari, i cantieri di ogni tipo, i mercati e le officine laboriose nella rielaborazione di stilemi e modelli greco-orientali. Le città conquistate Antiochia di Siria, Pergamo di Mysia, Pella di Macedonia, Corinto e Alessandria d’Egitto, avevano impianti urbani originali, sontuosi palazzi pubblici e privati ed opere d’arte eccezionali nelle loro raffinate fatture. Ad imitazione di tutto ciò, ad una trasformazione architettonica ed artistica fa seguito una rivoluzione sfrenata dei costumi e delle abitudini che avevano regolato la prima austera Roma repubblicana.

Iniziamo questa passeggiata dal piano nobile del Palazzo dei Conservatori, nelle grandi sale di rappresentanza. Come in tutte le storie c’è un preambolo. Ci troviamo nella Roma, stratificata dall’età dei Tarquinii (616/510 a.C), che hanno portato le prime forme di cultura religioso-politica. Edifici arcaici in legno con rivestimenti di terracotta, templi di tradizione etrusca con larghi tetti spioventi e statue in terracotta sui frontoni aperti e sui tetti. Ne sono esempio la statua di Minerva in trono (trovata nel 1767 a Porta Latina ed ora al British Museum) figura in terracotta, quasi a misura umana, ma leggera, eterea e mistica, attrezzata per essere portata in processione per la pietas dei fedeli. Per gli auguri etruschi tale era il valore simbolico dell’immagine. Vale la pena di immaginare oltre i sacerdoti (aruspici) ed i conservatori della statua (vestali), i romani che si muovevano intorno alla processione in abbigliamenti tradizionali. Ci spostiamo nel boschetto in cui la ninfa Egeria si unì a Numa Pompilio: 5 statue di Muse, antiche divinità latine, rappresentano il culto del mondo femminile. Santuari raccolti e fuori porta, con le statue sedute, ieratiche e piccole di circa un metro d’altezza.

Passando nella seconda sala, il nuovo incalza velocemente. Il processo di ellenizzazione porta a Roma le statue degli Acroliti: statue di culto di 7/8 metri d’altezza, massicce, maestose, carnali, inserite in celle anguste, con volto, mani, braccia, gambe e piedi in marmo pario o pentelico, su intelaiature di legno, rivestite di stoffe colorate e decorate con stucchi policromi. Opere di artisti che lavoravano in Grecia, come Damophon ed Eucliades diventano famose a Roma (Ercole, Athena e Zeus). Sono in marmo, di splendida fattura e sembrano in movimento.

Grande e bella tra le più belle spicca la monumentale Giunone Cesi del II° sec. a. C., che riprende lo stile classico dell’Afrodite di Milo. Già sono in arrivo un gruppo di cavalieri che avanzano dal Santuario di Giove Sospita di Lanuvio. Sono le copie dello squadrone di cavalieri di Alessandro, commissionate a Lisippo per i caduti della battaglia del Granito (334 a.C.). Teste di cavallo e busti di soldati armati, il resto scenografia. Il gruppo rappresenta La battaglia orientale di Licinio Murena (prima metà I° sec.).

E’ giunto a Roma il tempo delle celebrazioni in perfetto stile greco.

I generali e gli aristocratici si fanno rappresentare non più armati od in toga ma scandalosamente nudi, perfetti nelle forme levigate muscolose od efebiche ma riconoscibili nel loro volto realistico, in un assemblaggio di nudità eroica idealizzata e facce segnate dal tempo e dal carattere. In una stanza troviamo le molte facce di un eroe della storia della conquista, il generale Emilio Paolo, vincitore su Perseo di Macedonia. Tra le altre, tradizionali o moderne, una bellissima faccia in bronzo, trovata a Punta del Serrano, a Brindisi. Nella stessa stanza, un cratere in bronzo di Mitridate IV°, re del Ponto, con scritta greca sull’orlo, regalato ad un collegio di ginnasti di Delo e divenuto trofeo di Pompeo, lascia incantati per la grande perizia di composizione.

Stiamo ora lasciando la parte centrale della Città per percorrere le vie consolari e trovare le sepolture singole od i cimiteri. Qui resiste la tradizione etrusco-italica. Il culto funerario è ancora una cassa per le ceneri, magari in alabastro, ma sempre con il defunto scolpito sopra, come la cassa proveniente dal museo di Chieti. Sculture in peperino o nenfro (materiali poveri), o monumenti ancora prospettici a multideposizione o colombari come quello degli Scipioni sull’Appia. E tante edicole in cui il ceto medio ed i liberti si ritraggono in busti di ritratti realistici, con vestiti ed acconciature virtuosi secondo la morale comune. Il linguaggio formale greco si ritrova invece nelle scene di battaglia o censorie dei pannelli di marmo. Come l’ara di Domitius Ahenobarbus (tempio di Campo Marzio a Nettuno custodito al Louvre), con una lunga scena censoria e sacrificale: una scultura raffinata ed al tempo stesso realistica, insuperabile.

Nel secondo piano, dove è in permanenza esposto il tempio ritrovato in Via San Gregorio, a Roma, si possono capire meglio, con il raffronto con altri templi, le molteplici commistioni del gusto romano che mantiene le tradizioni in una continua contaminazione. Il frontone da aperto diventa chiuso e decorato, il nenfro (tufo stuccato e dipinto) lascia spazio a decorazioni in terracotta e poi in marmo. La statue si raffinano e, dai tetti a larghi spioventi, si inquadrano nei frontoni chiusi.

Nel terzo piano della mostra si viene affetti dalla cosiddetta Sindrome di Stendhal, che si dice colpisca per la straordinaria bellezza delle meraviglie esposte. Si rimane lì, soli nel buio delle sale con il capolavoro assoluto, ineguagliabile, insuperabile.

Crateri, puteali, candelabri, lampadari, statue, quadri, bronzi, ecc.: sono oggetti prodotti dalle botteghe di Atene e Delo, copie romane di capolavori greci perduti, esposti negli horti e nelle ville, luoghi di ozio raffinato, fuori dalla pazza e confusa vita della Città, lontani dalle fatiche dell’impegno pubblico o del commercio privato.

E’ il lusso quiriti!

Voglia di sfoggio dei potenti, di raffinatezza degli aristocratici, di atmosfere evocative degli acculturati, di gusto acquisito dei liberti diventati collezionisti.

Un’enorme vasca di fontana di marmo pentelico, decorata con giochi di volute di foglie, fiori e tralci di uva all’infinito, ci accoglie.

Una statua di fanciulla senza testa, con una veste delicatissima che cade su un corpo vivo e perfetto fa mostra per essere ammirata.

Un magnifico busto di Dioniso dalla villa dei papiri di Ercolano ci guarda attonito, disturbato.

Un fanciullo in bronzo, si toglie una spina dal piede in una immensità di concentrazione. Non ci ha visto né sentito.

Una statua in bronzo di un giovane prestante ci offre due candelabri (Apollo lampadoforo).

Una coppa d’argento, finemente lavorata, fa strani riflssi sotto le luci.

Una fonte sgorga da un corno che finisce con un Pegaso pensante.

Un mosaico a tessere colorate di calcare, marmo e pasta vitrea, sembra come certi quadri che avevamo, quelli con pezzi di vetro colorato.

Ecco, anche, un rilievo di marmo pario, con realistica scena di paesaggio (dalla Gliptoteca di Monaco): un uomo torna dal lavoro con un canestro ed è preceduto da un bue con una tracolla di animali.

C’è un letto a doppia spalliera e poggiapiedi, ove non si ricordassero i triclini.

Infine, un cratere a calice con marcate decorazioni di scene dei Sette a Tebe.

E’ l’apoteosi dell’arte coroplastica, coltivata e valorizzata dagli artisti Pasiteles e Arkesilao in età cesarea, severa ma ispirata dal gusto greco. E’ lo stile romano universale che si afferma.

 

altri articoli di: Pino Moroni

Lascia un commento

— richiesto *

— richiesta *