Surrealista, Informale, Azionista eversivo, sempre in cammino verso qualcosa senza mai arrivare alla vetta; un work in progress che genera una pittura aperta dalla disperata energia.
Il valore del segno come valore dell’essere, un puro atto di esistenza, libero dall’intenzionalità. L’irraggiungibile è il tema principale della sua arte.
Arnulf Rainer riproduce il flusso della vita prima che possa intervenire la mente con la sua logica.
All’inizio lavora ossessivamente sulla propria immagine è un attore nato, nel suo canovaccio del muoversi, sostare, dibattersi in grottesche pose fotografiche per poi esasperare tutto questo con l’intervento pittorico, tracciando frenetiche e splendenti traiettorie colorate.
Una scia volumetrica che diventa vortice per potersi espandere oltre lo spazio concesso dalla foto.
Carismatico e capace di esprimere col suo corpo una condizione di angoscia e veemenza che lo accomuna a quel crudele magnetismo esercitato sul pubblico da eccellenti bodisti come Vito Acconci, Gina Pane, Marina Abramović.
Per Rainer l’arte è qualcosa in costante azione con un proprio ritmo che non deve avere tregua. Un lanciarsi in una superficie da animare.
Contrappone uno spazio nuovo su quello preesistente, una sorta di estensione cinetica, prolungamento di quello che è dentro.
Insegue l’impronta sfuggente della sua personalità in permanente atto di fuga.
Genera un segno violento e incisivo. Non si va definendo, si distrugge e si ricompone senza tregua, non ci sono coordinate precise, solo suggestioni, riferimenti, emozioni.
E’ il gesto della rivolta, dove l’ansia diventa ira, l’ira che si libera dalla carne come in un atto di purificazione.
Durante le sue azioni è teso al massimo, al limite di un collasso nervoso; diventa un posseduto dell’arte.
I segni pittorici non sembrano tracciati successivamente sulle foto ma esplodere direttamente dal suo corpo, dove si alternano una moltitudine di esseri che l’artista rappresenta mutando continuamente fisionomia del volto e postura fisica.
Un esercizio che scatena una discesa nella progressiva alienazione dell’io: “Tutte le mie rielaborazioni di fotografie sono rappresentazioni di me stesso, riproduzioni del mio io ancora inconsapevole. La ricerca di se stessi non si può separare dalla ricerca delle possibili metamorfosi, di ciò che non è ancora noi stessi. Molti uomini dormono in me, ma tutti quanti devono diventare uno solo.” (Arnulf Rainer)
Il suo percorso artistico subisce l’influenza dell’automatismo, quel rapporto diretto tra inconscio e gesto creativo dal quale i pittori surrealisti non riuscirono a trarre tutte le conseguenze.
I Dipinti in cecità del 1951-54 sono un esempio di quello che la mano dell’artista può creare seguendo l’influsso dell’istinto senza il condizionamento della mente.
Quello che sembra casuale nell’elaborazione di un’opera d’arte può essere legato ad una causa profonda e dipendere da fattori che l’artista porta incosapevolmente dentro di sé.
Lasciare la propria mente libera di viaggiare senza volontà e coscienza produce incubi. E’ inevitabile andare a risvegliare le paure nascoste nella profondità dell’inconscio.
Il Surrealismo insieme all’Espressionismo Astratto è stato un riferimento importante nella carriera di Rainer anche se il tanto atteso incontro con Breton avvenuto a Parigi nel 1951 fu molto deludente.
La stessa delusione che nel 1921 aveva ricevuto il profeta del Surrealismo facendo visita a Freud che sdegnò i movimenti d’avanguardia.
Amori che a distanza funzionavano da ottimi incentivi artistici ma che a vicinanza generarono incomprensioni.
Nel corso degli anni Rainer riemerge in superficie e non si dedica più esclusivamente all’autoritratto.
Diventano temi ricorrenti la malattia mentale, il pensiero e la condizione della morte, della distruzione, della catastrofe.
Sceglie d’ispirarsi al dolore, esplora la parte in ombra della vita.
Nascono così la serie delle croci (1990), delle maschere mortuarie (1977), i lavori sui volti dei cadaveri (1979) e la monumentale serie di vedute di Hiroshima (1982).
Rainer torna ad esporre a Roma presso gli spazi di Gallerja di via della Lupa che in precedenza, nel 2008, aveva accolto Je est un autre, una collettiva che oltre alle opere dell’artista austriaco includeva quelle di Boetti, Boltanski, Lüthi, Pistoletto, Ranaldi.
Nella mostra Piranesi presenta una serie di Uberzeichnungen (disegni sovrapposti) del 1987 e una grande Schlenkerkreuz del 1991-93 dipinta su tavola.
Usa come supporti delle autentiche incisioni di Giovan Battista Piranesi sulle quali interviene con pastelli, matite, sguizzi colorati che frammentano e oscurano la magnificenza della veduta del Tempio di Antonino e la veduta di Piazza del Popolo.
E’ preso di mira il ciclo delle Vedute Romane (1745-64) dove viene esaltato lo splendore monumentale dell’arte classica.
Non dimentichiamo che negli stessi anni dei solari Capricci, Piranesi disegnava anche le tavole delle Carceri discendendo, con la sua fantasia, in oscuri sotterranei immaginando scale, tetre scenografie e possenti macchinari spingendo al massimo la sua fervida visionarietà che ispirò romantici e surrealisti.
Rainer graffia col suo segno veloce, annienta la tridimensionalità delle prospettive sovrapponendo la bidimensionalità del segno pittorico.
L’inalterabile purezza formale neoclassica del celebre architetto e incisore portavoce della romanità subisce questa aggressione, allo stesso tempo vitale e distruttiva.
Il rompersi di un’equilibrio, uno stile grafico impeccabile naufragato in turbolenti acque.
Nella mostra del 2003 al Museo Correr di Venezia fu inflitto lo stesso intervento su fotografie che riproducevano opere del Canova.
Nel testo di presentazione Rainer si diverte a fantasticare sulle motivazioni che l’avrebbero spinto a intervenire pittoricamente sulle statue canoviane.
Racconta di come sia entrato in particolari confidenze con le figure femminili create dal celebre scultore neoclassico, del loro desiderio di essere avvolte poichè stanche di morire di freddo nelle sale dei musei; si sentivano troppo esposte agli sguardi indiscreti dei visitatori, quindi chiedevano di essere delicatamente coperte dalle mani di un pittore.
Dalla metà degli anni Settanta Rainer utilizza la modalità della sovrapittura intervenendo su riproduzioni di opere di grandi maestri come Leonardo, Goya, Van Gogh, Giotto e altri.
“Con le mie pitture cerco di restituire alle immagini quello che hanno perduto: il loro mistero”. (Arnulf Rainer)
Insiste sui grandi maestri del passato cercando di penetrare le loro inalterabili identità artistiche.
Entra nel loro mondo pittorico; aspira ad un contatto creando un dialogo tra una memoria passata e la sua memoria presente.
In una lotta attiva mangia, sovrappone, ridipinge, sfregia, cancella con accanimento.
Isterico, ripete ritualmente l’atto iconoclasta, insofferente di qualsiasi schema ereditato dal passato per affermare quel taglio necessario ad imporre un assoluto impegno nel presente.
Piranesi di Arnulf Rainer: testo critico Bruno Corà; Gallerja – via della Lupa, 24 Roma, dal 22 giugno al 12 settembre 2010.






Nasce a Termoli (CB) dove si diploma al Liceo Artistico per poi laurearsi in Scenografia presso l’Accademia di Belle Arti di Roma, con un successivo master in Scenografia allo IED di Roma per poi laurearsi, sempre all'AABBAA di Roma, nel 2008, in Arti Visive e Discipline dello Spettacolo ( sez. Pittura) con una tesi in Storia dell’Arte Contemporanea. Artista e fotografa, ha esperienza in campo teatrale, collaborando per sopettacoli in quaklità di assistente scenografa, titolare, e come assistente di Giuliano Vasilicò; dopo aver conseguito il Diploma di Qualifica Professionale in Regia Teatrale presso il Teatro Studio, porta in scena lo spettacolo “Elettre”, curandone drammaturgia, scenografia e regia. Lavora parallelamente in laboratori teatrali e con l'Accademia degli Artefatti partecipa allo spettacolo “Macerie. Decostruzione amletica” che debutta al Palazzo delle Esposizioni di Roma. Nella sua ricerca, accanto all’elaborazione visiva, la scrittura è una presenza costante che si concretizza in testi per cataloghi di mostre propie e di colleghi artisti.


un artista pazzesco per energia e capacità visionaria anche quando esplora l’indicibile, l’oscuro dentro ognuno di noi, inespresso, negato, tabù…