approfondimenti, libri letteratura e poesia | 8 settembre 2010 | 698 lettori condividi su: Facebook Twitter

#2, DA PAVESE A FRATINI I POETI TRA LA GUERRA E LA PACE DEL GRUPPO ROMANO “IL SEMINTERRATO” | DI ROMOLO TREBBI DEL TREVIGIANO

di Romolo Trebbi del Trevigiano

Proseguiamo con la pubblicazione del breve saggio di Romolo Trebbi del Trevigiano che fa luce sul sentimento, sulla dialettica e sulle motivazioni dei “poeti fra la guerra e la pace”.

Durante i giorni della guerra il tempo aveva perso il suo senso.
Ricordo la sensazione strana di sentirmi privato del tempo, orfano di una struttura perdente di ore senza un destino chiaro.
Un problema che nessuno avrebbe potuto risolvere; ciascuno custodiva, infatti, i propri problemi con gelosia, poiché era questo il nostro unico patrimonio.
Un patrimonio errante, non trasferibile che disegnava sui nostri volti una maschera, πρόσωπον, la persona.

Ogni abitante della città avrebbe potuto essere il nemico, di certo era sempre era uno sconosciuto.
Roma fu dichiarata “città aperta”, aperta al terrore e “chiusa” per i nostri cuori.
Quante volte avemmo il desiderio che il passante sconosciuto ci parlasse, ci donasse la sua fiducia? Eppure tutto questo era pericoloso, così non restava altro che la solitudine come rifugio “Solitudine, mi hai salvato da sola/ di una destinazione di giorni interminabili” (Trebbi).
Da soli per le strade ostili della città aperta, con i nostri pensieri “non più servi, sapemmo/di essere soli e vivi” (Pavese).

Un grande desiderio di amore era il lago dove avremmo voluto annegare, sia negli ultimi anni di guerra, sia nei primi del dopoguerra.
“Assorbivo il calore come un vino / che muova il desidero / mentre guardavo, luce contro gli occhi, / la donna che conosce il mio viso” /(Manganella) e,  forse, per sostituire il fantasma della morte con quello della donna, “aspettavamo il vento / che spazza attraverso il canneto in amore / le ultime parole che ci stordiscono / nei cimiteri vuoti. / La tua carne come l’etere, / bruciava sotto la mia mano avida” (Trebbi) . Per questo Fratini diceva: “Vorrei…una sera di queste / morire in cui sia vera / grazia sentirmi in te donna fiorire”.
Penso che allora l’amore fosse l’unico medio per dimenticare gli orrori del passato e riconquistare la fiducia nel mondo.

Per conoscere il proprio “io” occulto, alcuni divennero neoplatonici -come Ficino-, altri “gaudenti”.
Con queste nuove posizioni giustifichiamo con la natura la nostra nuove armonia: ritornando da lei come emuli, non come schiavi: “Humanae artes frabricant per se ipsas quaecumque fabricat ipsa natura, quasi non servi simus naturae, sed emuli” (Teologia Platonica XIII).

Per molti questo significò la purificazione, ma presto il dolore rinacque assieme all’amore, un dolore sottile e profondo, quindi difficile di sradicare. “E questa sera carica di inverno / è ancora nostra, e qui ripeto a te / il mio assurdo contrappunto / di dolcezze e di furori, / un lamento d’amore senza amore” (Quasimodo).

Rinasce, così, l’ombra mostruosa della solitudine.
Al di là degli abbracci e dei baci rimane intatta la nostra antica solitudine.
E’ ancora un sospetto, che però già comincia a rivelarsi come una realtà: “I tuoi seni bianchi / aggressivi come cime,/ in questa notte invernale, accendono / i fuochi di una nuova amicizia. / O sarà ancora la vana ricerca / l’illusione dei sogni perduti?” / (Trebbi), ed ancora altre voci, ma sempre lo stesso dubbio : “seguii tutte le curve / fino all’ombra dei tuoi pensieri / e mai potei possederti. / A quale primavere ti avevo consegnato?” (Cantatore) o “Come / pupille di metallo / tuoi occhi / sono fulmini di monete / per comperare la paura” (Sterpine).
E questo porta all’atto estremo che chiude il cerchio e tornafatalmente ai giorni della guerra: “Verrà la morte e avrà tuoi occhi. / Sarà come smettere un vizio, / come vedere nello specchio / riemergere un viso morto” (Pavese).

Ancora una volta torna la maschera che avevamo cercato di distruggere: la nostra rivolta era stata vana.
Ma davvero era stata inutile? Difficile rispondere.
Di nuovo Quasimodo ci diceva: “La vita non è sogno. Vero uomo / e il suo pianto geloso del silenzio / Dio del silenzio apri la solitudine”. E sullo stesso tono rispondeva l’amico Accattatis: “Mi si tramuta il cuore/ urna di silenzi / se cammino in me stesso”.

In questi stati d’animo si formò il gruppo poetico chiamato “Il Seminterrato”.

Storditi – dai bombardamenti,
dagli ordini,
dalla cruda realtà———-prima,

Storditi – dalla libertà,
dall’amore,
dalle illusioni,
dalla conoscenza,
dai sogni ——————-dopo.

Erano caduti molti ideali: le aspettative della politica, il senso dell’onore, ma restava meravigliosa come un’isola di salvazione l’avventura.
Nacque dunque in noi la coscienza di avere vissuto una straordinaria avventura. Non più vittime dunque, ma privilegiati.

Ricorderò sempre la poesia “To a conscript of 1940” di Herbert Read dove nell’ombra di un soldato che passa nella neve, si riconosce ciò che fu tanti anni prima. In quel dialogo amaro tra un ex giovane “lanciato verso l’ignoto” e il poeta, nasce la scintilla geniale che definisce la verità ultima del poeta in guerra come in pace: “combattere senza speranza e combattere in grazia / l’io si plasma di nuovo, il cuore si rinnova”.
Questa posizione ci porta direttamente a quella di Kazantzakis, quando nell’Ascetica dice: “E’ necessario che tu sappia che stai lottando, e che stai lottando senza speranza. Non come disperato, ma come un combattente che ama il combattere per il combattere e quando la battaglia finisce senza la vittoria, incrocia le mani e canta”.

Avevamo perso la guerra, avevamo però guadagnato un’esperienza nuova; avevamo conosciuto il dolore, il terrore e quella forza misteriosa straordinaria che è l’istinto di sopravvivenza davanti alla morte: sapevamo cos’era la vita ed avevamo una missione, ma quale?
Essere poeta era una missione.

Secondo Platone la poesia ispirata è profezia: avrebbero dunque potuto i poeti giovani di questo dopoguerra essere i profeti di una patria migliore?

(continua)

ALDO ACCATTATIS

Giorni di Cemento Armato
dalla finestra della casa di Gaio Fratini

Uomini, siamo troppi in queste case
dalle mille finestre che respirano
un’aria di carbone e di catrame.
Il cielo si lorda dei nostri fiati
se in tanti non sappiamo che creare
lunghe colonne di cronache nere,
se la nostra sapienza si distilla
in sudori per colossi morti.
Coleremo anche l’anima in cemento
se finalmente un mattino svegliandoci
non piegheremo il tempo per rubare
l’estate della terra alla bellezza
defraudata da un presente di bari.

VINICIO CANTATORE

Ho la luna in un occhio
il Vaticano nell’altro
e conduco guerre illogiche.
Il salvatore era volato davanti alla finestra
per fermarsi al cornicione dirimpetto.
Reclinando la testa
mi aveva guardato vacuamente.
Lo osservai e pensai
si finge uccello
per farmi credere ai miracoli
si inserì nei miei sogni
fingendosi oscurità.
Poi si dissolse.

CARLO LEZZIERO

Millenovecentoquarantaquattro

Noi siamo stanchi di trascinare
i nostri morti lungo le strade buie
senza la speranza di un riposo.
Più non nascono le canzoni fuor dall’uscio,
più non hanno le case il sonno dei bambini,
più non sorridono le donne al focolare.
Il tempo è un peso sul capo
il tempo è una croce sulle spalle.
Le fanciulle accarezzano i seni di pietra
e le madri perdono le lagrime.
Noi siamo stanchi! Con le braccia ingombre
non possiamo suonare le campane
e le corde pendono inutili
come il nudo lamento dei vivi.

 

altri articoli di: Romolo Trebbi del Trevigiano

2 Commenti

  • notevole, anche questo

  • Capito con sorpresa in queste parole, un saggio meraviglioso e prezioso. Studio letteratura all’università, amo la poesia, e non ho mai sentito parlare di Sterpini e Trebbi e Cantatore… Rileggerò e continuerò le ricerche magari nelle ore del giorno, dove sarò più lucido e avrò più successo. In questo momento, però, non riesco – almeno in rete – ad ottenere corrispondenze per le opere in versi di questi artisti. Qualcuno, magari l’autore, può essere gentile nell’aiutarmi? Sono rimasto folgorato da alcuni versi, e vorrei tanto approfondire.
    Grazie, e grazie per questa condivisione.

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