Roma, 1 ottobre 2010. Persino una nota marca di penne italiane ha una linea che porta il suo nome, afferma con un certo orgoglio Franco Fontana (Modena 1933), tirando fuori la penna modernissima al momento dell’autografo. “OK!” scrive sulla pagina iniziale del catalogo dell’antologica che ho visto nel 2000 agli Scavi Scaligeri di Verona. Prima qualche scatto sullo sfondo di un muro che porta i segni del tempo, in piazza Sant’Egidio di fronte all’ingresso del Museo di Roma in Trastevere, location della mostra Paesaggi a confronto. Fotografie di Franco Fontana (nel circuito di FotoLeggendo 2010), che apre in concomitanza con l’uscita del libro Franco Fontana, a life of photos (Edizioni Postcart 2010). “I muri li ho fotografati anch’io, soprattutto all’inizio”, ricorda Fontana. Muri impregnati di materia, memori di storie passate.
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La materia, di fatto, c’è in molte sue immagini, anche quelle che a colpo d’occhio sembrano più astratte. In quei paesaggi, ad esempio, in cui la morbidezza sinuosa e sensuale del profilo verdissimo delle colline entra in contatto con la campitura azzurra del cielo, con i solchi terrosi dei campi arati, con il giallo vibrante delle distese di fiori di colza… Paesaggi reali che diventano ideali. “Paesaggi alla Franco Fontana”, come sottolinea l’autore, che nel tessuto cromatico evocano certe meravigliose creazioni di Roberto Capucci. Azzardo ad alta voce l’accostamento: il fotografo annuisce, dichiarando la sua stima per il couturier, di cui ha fotografato gli abiti.
E’ proprio questo suo modo di guardare il paesaggio, naturale o urbano, libero da condizionamenti e potenzialmente metaforico, uno degli ingredienti del grande successo di Franco Fontana. “Vado in un luogo e immediatamente fermo quello che mi interessa”.
Quella foto scattata a Zurigo nel 1981, in cui le ombre delle persone si allungano obliquamente incontrando le strisce pedonali sull’asfalto, è stata scelta come copertina del libro Allgemeine Erklärung der Menschenpflichten del cancelliere tedesco Helmut Schmidt, o l’altra che è stata fatta a a Phoenix (Arizona) nel 1979, che inquadra un’automobile avvolta dal telo argentato, parcheggiata davanti ad un muro a strisce bianche e rosse e delimitata da paletti verniciati alternando quegli stessi colori, è la copertina dell’album Le città di frontiera (1983) di Ivano Fossati. “Fossati non l’ho mai conosciuto, è stata la casa discografica a contattarmi. Parecchie mie foto sono state scelte come copertine di dischi di Gino Paoli, Keith Jarrett e tanti altri. In particolare, questa fotografia fu scelta in Francia – paese dove ho avuto soddisfazioni che in Italia mi posso sognare, dal momento che i francesi sono sempre stati più attenti alla fotografia – per il programma televisivo ‘Une minute pour une image’ (1983), curato dalla regista Agnès Varda, che andava in onda ogni sera sulla tv, prima del telegiornale delle 20, quando l’audience era al massimo. Ogni foto veniva poi commenta, ma non da critici bensì da altri professionisti, poteva essere un ballerino come un chirurgo: la mia fu commentata da un musicista. Ricordo che disse che il soggetto sembrava apparentemente qualcosa di morto, ma c’era un’energia latente sotto quella specie di lenzuolo che copriva l’automobile, che era pronta di colpo a sfondare il muro e scappare via…”.
Quanto entra la sua città – Modena, dove è nato nel ’33 e vive tuttora, a cui nel ‘70 ha dedicato il suo primo libro fotografico, Modena, una città – nel suo lavoro?
Ci sono le radici, quello che non si vede e che conta più di ciò che si vede. Un albero centenario, infatti, vive in funzione di quello che c’è sotto e non è visibile. Modena rappresenta le mie radici. E’ chiaro che se fossi nato a Marrakech o a New York non avrei fatto le foto che ho fatto. A Modena, poi, ci continuo a vivere. Viaggio con l’elastico. E’ la nostalgia che mi riporta nella città in cui sono nato. Anche perché, come un cane sciolto, non ho mai accettato di firmare contratti, neppure con Vogue America e c’è chi si venderebbe la nonna o la mamma pur di avere un contratto del genere! Né tanto meno sono mai stato iscritto a club o circoli fotografici, se non al massimo per un anno, poi me ne sono andato. Sono stato sempre molto libero, perché per me la fotografia è un pretesto. Ho fatto di tutto – moda, pubblicità, campagne di ogni tipo – e continuo sempre a dimenticare per rinnovarmi. Adesso, ad esempio, non fotografo più i paesaggi, perché altrimenti farei delle “fontanate”. Il rischio, che è la vita e non è l’attribuibilità dell’impiegato, è quella di sperimentare. Come diceva Majakosvskij, bisogna continuare sempre a vomitare l’intelligenza che si ha dentro. Se, oggi, andassi in Puglia a fotografare i paesaggi, trentasei scatti sarebbero trentasei foto. Una volta, invece, era tutta un’emozione, un vivere e convivere con quel sentimento che nasceva da ciò che vedevo. Quello che vediamo, del resto, non è che una parte di noi stessi. Non si fa altro che andare a prendere una parte di sé.
Ha iniziato a fotografare per divertimento all’inizio degli anni ’60, prendendo in affitto nei weekend una Kodak Retina. Quando ha avuto la consapevolezza che la fotografia sarebbe stata la sua professione?
Ci sono voluti anni! Per me la fotografia non è una professione, ma una realtà. Ho capito quello che volevo fare e sono riuscito a farlo. La fotografia ha dato, e continua a dare, qualità alla mia vita. E’ un dare ed avere. Ho capito che mi sarei dovuto realizzare in questa realtà negli anni ’72-’75, allora ho lasciato il lavoro che facevo, che era quello di arredare case, concludendo definitivamente quella parte della mia vita. Prima scattavo fotografie quando ne avevo il tempo, in vacanza o durante un viaggio. Quando ho capito che mi gratificava ho mollato tutto e mi sono dedicato completamente alla fotografia. Non è stata una scelta premeditata. Non ci si alza una mattina e si decide di fare il fotografo, il pittore o lo scrittore. Si devono possedere certe doti, altrimenti è meglio lasciar perdere.
Si è sempre espresso attraverso l’uso e l’interpretazione della fotografia a colori – sottoesponendo o sovraesponendo – perché, come ama ripetere, è così che vede il mondo al suo risveglio, ogni giorno. Su cui non è mai intervenuto con la manipolazione, ma attraverso una descrizione della realtà basata sulla riduzione degli elementi. La sua metodologia è cambiata con l’avvento della tecnologia digitale?
No, la mia metodologia non è cambiata. Uso il digitale come se fosse un’analogica. Lo uso per economia di lavoro e rapidità di controllo. Le mie fotografie non illustrano, ma esprimono un pensiero. Possono piacere o non piacere, ma a questo punto non è più un mio problema.
Nel suo lavoro utilizza anche la polaroid. Quali sono le caratteristiche di questa tecnica che ritiene più stimolanti?
La polaroid è un fatto feticistico. E’ l’oggetto in sé, visto che non c’è un negativo. E’ divertente, perché si scatta e l’immagine é così com’è, senza alcun intervento.
Afferma di non essere stato influenzato, nel suo percorso, dalla storia della fotografia. Ci sono, invece, riferimenti alla storia dell’arte o citazioni letterarie, cinematografiche?
Non ho fatto scuole artistiche nel modo più assoluto. Mi sono interessato d’arte come di musica, letteratura, insomma della situazione creativa della mente dell’uomo. Ai miei allievi – tengo spesso workshop sulla fotografia – non dico mai di leggere il manuale di fotografia, ma di andare al cinema, a teatro… La fotografia è una storia che matura. Anch’io attraverso mostre d’arte o film avrò maturato un modo di vedere che esprimo nel mio modo. Non ho fatto certo una foto come Puglia (1978) pensando a Van Gogh.
Nell’elaborazione della sua cifra stilistica, caratterizzata da un orientamento all’astrazione geometrica che, talvolta, sconfina nella metafisica è facilmente riconoscibile la vena lirica. C’è anche una componente ironica, quando – ad esempio – “gioca” con i nudi femminili, collocandoli all’interno di paesaggi naturali o urbani?
Il nudo è stato un episodio, una vacanza fotografica. Come dicevo ho collaudato tutto, anche i ritratti. Nel caso del nudo femminile ho cercato di fare un assemblaggio, una metafora tra le mie colline che sembrano nudi e i corpi umani: una specie di gemellaggio con la natura. Un nudo che non è volgare, perché é di memoria classica. Forse per questo non ha riscosso successo. Non credo però che ci sia ironia, anche se ritengo che l’ironia sia sinonimo di intelligenza. In generale le mie foto non sono angoscianti, sono felici, solari. C’è la gioia del colore, che è un’attitudine di vita.
E’ difficile rimanere sempre coerenti con se stessi, quando si firmano le più importanti campagne pubblicitarie internazionali?
Fino a vent’anni fa in Italia nessuno comprava fotografie. Il collezionismo non esisteva. Di campagne pubblicitarie ne ho fatte tantissime, ma ho sempre avuto una certa libertà. Ho sempre fotografato quello che sentivo. L’ultimo è stato un lavoro per Hermès di tre o quattro anni fa. Adesso preferisco mettere a disposizione le mie foto per attività di beneficenza, che sia un calendario o un’asta, per Medici senza frontiere e altre organizzazioni umanitarie o di ricerca.
Parlando di Ferdinando Scianna, a cui è legato da grande amicizia – tra l’altro in questo nuovo libro libro Franco Fontana, a life of photos ci fa entrare nel suo studio attraverso i suoi scatti ed è anche autore di un testo – escono fuori le sue doti culinarie. Condivide anche lei questa passione di Scianna per la gastronomia o, comunque, ci sono altri interessi che predilige?
Con Scianna c’è rispetto e stima reciproca, nonostante facciamo un lavoro completamente diverso. Sì, lui da siciliano cucina bene, anche a me piace la cucina, non sono certo una persona che mastica e basta, ma a cucinare è mia moglie Uti, modenese come me. La mia passione è la storia.
Info mostra
- Dal 2 al 16 ottobre 2010, Paesaggi a confronto. Fotografie di Franco Fontana
- FotoLeggendo 2010, Museo di Roma in Trastevere. Piazza Sant’Egidio 1/b
- tel. +39 065816563 , +39 065884165 (fax), +39 065897123
- www.fotoleggendo.it | Franco Fontana, a life of photos (Edizioni Postcart 2010)






Manuela De Leonardis (Roma 1966), si laurea nel 1991 in Lettere-Storia dell’Arte Moderna. Specializzata in archiviazione fotografica ha collaborato con vari istituti (RAI Educational – progetto IDEA “Museo Nazionale Virtuale Arte Italiana”; National Museum of Ireland/Art and Industrial Division, Dublin; Istituto Centrale del Restauro, Roma). Dal 1997 al 2004 si è occupata della catalogazione e delle ricerche storiche dei fondi fotografici storici Tony André, Caprile e Bertolami della Fototeca Nazionale/ICCD di Roma. Dal 2004 inizia ad occuparsi sistematicamente di arti visive come giornalista freelance, collaborando con Il Manifesto, Alias e le testate Exibart, CultFrame – Arti Visive (fino al 2010) e dal 2009 art a part of cult(ure) e Andy Magazine. Nel 2007 inizia l’attività di curatela con L’Italia rurale degli anni Sessanta: Sardegna, Basilicata, Calabria nelle fotografie di Mario Carbone, in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura di Lille. Tra i vari progetti, ha collaborato con Simona Filippini/Camera 21 alla realizzazione della mostra Di Lei. Donne globali raccontano, raccogliendo le testimonianze di dieci fotografe (catalogo Iacobelli 2009). Ha partecipato alle letture portfolio al SI FEST - Savignano Immagini Festival 2008 e al LDPF - Lucca Digital Photo Fest 2010 (membro della giuria del Premio Del Carlo). Nel 2010 ha fatto parte della giuria internazionale di arti visive del Fine Arts Festival di Muscat (Oman). Nel 2011 ha esposto per la prima volta un suo reportage fotografico con testi e ricette gastronomiche - Ginger House, realizzato nei magazzini dello zenzero di Fort Cochin (Kerala) - alla Libreria Odradek di Roma. Ha pubblicato con Postcart (collana Postwords), A tu per tu con i grandi fotografi - Vol. I (2011).


molto molto bella e curata questa intervista a un grande, grandissimo della fotografia.
Brava Manuela bella intervista…grande Fontana e cose utili da sapere e conservare come chicche di esperienze di vita.a presto per il “nostro” libro ciao Claudio il tuo editore