«È la mostra più importante di Claude Monet». Così Guy Cogeval, curatore dell’immensa esposizione sul maestro e fondatore dell’impressionismo che (dal 22 settembre 2010 al 24 gennaio 2011) sta mettendo in fila decine di migliaia di turisti e amatori al Grand Palais di Parigi. Evento colossale che apre il nuovo anno, cui hanno partecipato tra i più importanti musei del mondo: dalla Gare d’Orsay dall’altra parte della Senna, all’Eremitage di San Pietroburgo, all’Art Institute di Chicago che degli impressionisti ha un importante fondo dovuto all’amore per l’arte dell’allora nascente borghesia industriale americana.
Muri verdi acqua o rosso vermiglio, grandi tele in cui perdersi come nella luce abbacinante del sole restituita dal pittore quale la scienza di allora l’aveva scoperta: composta di chiazze cromatiche diverse. Una mostra che ambisce a esser perfetta, all’insegna di quel matrimonio precoce tra arte e modernità industriale che ha regalato alla storia le ore spensierate e positive dei suoi nuovi protagonisti.
I presupposti per il capolavoro espositivo della rentrée c’erano tutti: centotrenta tele, un curatissimo allestimento e l’accanimento di organizzatori e curatori. E invece no, per colpa di un piccolo direttore di un minuscolo quanto raffinatissimo museo che ha saputo opporsi alla macchina commerciale dell’evento. Se non mancano le ninfee, se non manca il celebre ritratto del Port du Havre, effet de nuit del 1873, infatti, manca forse il quadro feticcio più importante, quell’Impression, soleil levant che, dopo le dichiarazioni sarcastiche di un critico malevolo, Louis Leroy, avrebbe dato il nome al movimento. «Impressione, certo, perché ne sono rimasto impressionato. Un disegno preparatorio è più finito di questo quadro», avrebbe detto Leroy non cogliendo la ricerca di una pittura che cercava di rispondere alla fotografia nascente, rappresentando le cose come sono e non come appaiono.
Autore del vulnus, Jacques Taddei, direttore del museo Marmottan di Parigi, da un lato giustamente timoroso di vedere svuotate le proprie sale nel periodo della mostra, e dall’altro sperando in un aumento delle visite indotte dal grande evento non molto distante.
E così, mentre il Grand Palais, enorme supermercato dell’arte, correva ai ripari temendo di perdere pubblico e incassi, Taddei lanciava soddisfatto: «È stata una guerra tra Davide e Golia. E come ci insegna la storia non sempre vince Golia».




Laureato in Filosofia teoretica a Roma e in Storia dell’Arte all’École du Louvre di Parigi. E’ editor e traduttore professionista, corrispondente a Roma per la trasmissione Effet papillon della francese Canal plus e per il programma La Fabrique de l’Histoire dell’emittente radio France Culture. Ha curato il volume L’oca al Passo di Antonio Tabucchi. Altro su: http://simoneverde.blogspot.com/









finalmente uno sguardo su questa mostra diverso da tutto quanto letto in altri media!!!
noi tifiamo sempre per GOLIA!!!!
noi per Davide!!!
Simone,trovo qualcosa di familiare nei tuoi sempre interessanti articoli: Detroit,Tuscania ed ora Parigi.
Forse perchè sono quelle idee da civiltà postindustriale con nostalgia ottocentesca.E ne siamo un pò tutti pervasi.
anche io, ancheio pervaso son. Bella mostra, mancante di un capolavoro che si poteva cercare e vedere altrove, come in una caccia al tesoro piacevole chè dà in polso di una situazione interessante creatasi per accidente (di quel piccoletto forzuto di Davide): l’arte è ovunque e per tutti ma tutti, un pò, si devono dar da fare per scovarla, sollecitarla, accoglierla!
bell’articolo molto molto divertente, anche, con questo piccolo direttore che orgogliosamente difende il SUO museo, il suo tesoro, un suo (insano, forse, eppure epico)diritto!
ciao nn ho letto niente io volevo solo scrivere
io devo fare una ricerca x scuola ma nn ho voglia di leggere quindi per favore se ce qualcuno mi potete di re chi ha vinto tra davide e golia scusate il disinteresse
no comment!(su David e Golia,forse è uno scherzo)