approfondimenti, arti visive | 7 novembre 2010 | 1.042 lettori condividi su: Facebook Twitter

MASASHI ECHIGO: l’intervista | di Benedetta Di Loreto

di Benedetta Di Loreto

Benedetta di Loreto) Come hai deciso di venire in Italia, e perché hai scelto Roma?

Masashi Echigo) La prima ragione deriva dal mio interesse per l’Arte Povera e per gli artisti che l’hanno sviluppata. Nel mio lavoro utilizzo materiali locali, spesso trovati. Avevo il desiderio di conoscere l’Italia, dove è nato quel movimento. Quanto a Roma, è una città storica, una città pesante, mastodontica. Nel mio lavoro cerco sempre storie personali e di capire come le identità private si manifestino nei luoghi pubblici, comuni. Così ero curioso di sperimentare come avrei trovato una mia propria visione in questo tipo di città, mentalmente ingombrante, dove ogni monumento è perfetto. È una città piena di significati, e questo la rende una città difficile in cui lavorare.

Il cursore diretto sulle immagini visualizzerà le didascalie; cliccare sulle stesse per ingrandire.


B. di L.) Tu hai una formazione da architetto, hai studiato architettura in Giappone. Come hai deciso di dedicarti poi all’arte?

M.E.) Studiando architettura non impari solo a fare disegni e plastici, ma passi molto tempo fuori, a guardare la città e lo spazio, con i suoi edifici e le sue strutture. A volte gli architetti propongono nuove idee per la città, per renderla più comoda. Quando ero studente, avevo uno studio in cui lavorare, ma preferivo andare in giro per Tokyo, dove ho trascorso sei anni. Tokyo è una grande città, e per me era sempre molto misteriosa. Ogni giorno mi dava diverse suggestioni, che raccoglievo camminando e guardando. Gradualmente il mio interesse nel fare lunghe camminate è aumentato. All’epoca non avevo ancora una formazione da artista, ma questa mia attitudine, che porto avanti oggi nella mia ricerca, credo che sia stato il mio primo approccio all’arte. Gli studi di architettura mi hanno insegnato a come guardare la città. La mostra che ho sviluppato qui a Roma da extraspazio è molto collegata all’esperienza del camminare nella città. Il lavoro fotografico, i motorini, le palle di vetro che contengono pezzi di carta raccolti per strada.

B. di L.) Angela Rorro ed Emilia Giorgi nei loro testi per le mostre che hai realizzato a extraspazio e alla GNAM ti hanno descritto come un flâneur contemporaneo, e hanno focalizzato la tua attitudine a collezionare, raccogliere, accumulare. Come descriveresti questa tua peculiarità?

M. E.) Non sono attratto dai luoghi famosi, turistici. Per me è più interessante andare nei luoghi apparentemente senza attrattive dichiarate. Comincio a camminare nella città, a parlare con le persone e annuso le situazioni, seguo le mie sensazioni. Con Emilia ho visitato molti quartieri periferici, ho viaggiato con la metro e gli autobus della città e ho trovato molte cose. Non ho regole per cominciare a raccogliere. Ad esempio, il lavoro Apologue esposto da extraspazio è nato per caso: Emilia, che conosce il mio interesse per oggetti molto vecchi, mi ha portato in vari luoghi dove avrei potuto trovarne quanti volevo. Tra questi, mi ha portato in una discarica, fuori Roma, dove vengono accumulati pezzi di macchine e motorini. Le varie parti venivano separate e raccolte per categorie: maniglie, parabrezza, ruote. Mi ha colpito questa maniera di collezionare i pezzi, e ho comprato delle scocche di motorini. Non sapevo ancora cosa farci. Mentre lavoravo le toccavo, le guardavo, e pensavo a come utilizzarle. Ho poi trovato la forma che mi soddisfaceva, creando una forma simile alla ruota di un motorino.

B. di L.) All’inizio della tua permanenza a Roma da qwatz hai iniziato a lavorare con Emilia Giorgi sull’idea della temporalità. Che cosa ti interessava in questo tema?

M. E.) Sì, la temporalità è stata la chiave di lettura del lavoro che ho svolto a Roma. La città ha una dimensione temporanea, perché cambia continuamente. Sono stato colpito dalla quantità di persone che vi si muovono e ne sono stato ispirato: per creare il light box come anche il pezzo appena descritto.

B. di L.) Come è nato invece il progetto della GNAM? Come hai approcciato quello spazio e la sua identità?

M. E.) L’inizio non è stato facile: se vuoi preparare una cena, prima vai al supermarket, compri gli ingredienti, torni a casa e inizi a cucinare. Nel mio caso, ho aperto il frigorifero e ho visto quello che c’era. Poi ho iniziato a pensare cosa avrei potuto fare con quegli ingredienti. Quando sono andato alla GNAM, sono entrato, e ho visto i mobili che poi ho utilizzato. C’era molta roba che il museo non utilizzava più, ma ho selezionato solo gli scaffali; erano vecchi, e lo staff li stava buttando perché per loro non avevano nessun valore: ora la loro funzione è stata sostituita dai computer. Ho sentito l’impulso a creare qualcosa partendo da quei mobili. Gli scaffali sono come degli archivi: a volte ci si mettono libri, altre volte ci si mettono targhette con i nomi di persone, specialmente nei musei. Nomi, libri e schedari. Per me questo da’ un significato all’archivio in sé, e anche all’istituzione museale come una sorta di grande archivio. Gli scaffali erano una metafora del museo, un tempo usati come archivi e ora vuoti. Ma in realtà non sono vuoti, c’è qualcosa che esiste al loro interno. Così per il progetto ho voluto rendere visibile questo apparente vuoto e ne ho sottolineato la sua esistenza e la sua dimensione vissuta. Il lavoro ha a che fare ovviamente con la memoria. Per me come giovane artista è stato molto stimolante confrontarmi con un edificio storico come la GNAM, che ha un carattere e una personalità forte, e penso che sia importante che i giovani artisti non perdano questo dialogo.

B. di L.) Qual è stato il tuo approccio con lo spazio dela galleria extraspazio?

M. E.) Io sono un artista che realizza installazioni, quindi lavoro usando lo spazio. Penso sempre allo spazio. Non so distinguere quale approccio prevalga in me, se l’architettura o l’arte. In architettura tutto deve essere sotto controllo, perfetto, sicuro. Il lavoro da extraspazio era finito due giorni prima dell’opening, e guardavo ogni lavoro: le palle di vetro, la scala, le moto… sai, tutto era controllato dall’artista, da me. A me non interessava solo presentare dei lavori, ma volevo fare una mostra nella galleria. Avevo la necessità di fare qualcosa che uscisse dal mio stesso controllo. Ho quindi lavorato sulla dimensione progettuale della mia ricerca, con i disegni e i modellini del lavoro della GNAM, ma non era sufficiente. Ho trovato un pezzo di carta in strada, e l’ho portato in galleria. Non potevo leggerlo ma lo guardavo come se fosse un’immagine. A volte le persone pensano che questi pezzi di carta abbiano un significato specifico. Per me no, sono una sorta di colore di cui in quel momento dispongo. Da quel foglio è nato Rumour. Avevo comunque l’esigenza di mettere del colore, e ho chiesto a Guido (della extraspazio, n.d.r.) quali colori avesse in galleria. Ho chiesto a lui di rovesciare il colore su alcuni ripiani, per non averne il controllo…

B. di L.) Anche Broken Story è un lavoro che associ ad un’idea di caos…

M. E.) Ho trovato una scala molto vecchia, di più di trent’anni. L’ho vista nello studio di un architetto che ho incontrato durante la residenza, e che me l’ha data. Ho sostituito i gradini con dei gradini di marmo, perché il marmo è un materiale molto usato a Roma. Mentre stavamo montando il lavoro, un gradino improvvisamente è caduto e si è rotto. Fuori controllo! È stato fantastico, perché il lavoro registra qualcosa di accaduto in quello spazio.

B. di L.) Sei un artista che ha frequentato molti programmi di residenza. Che cosa trovi nei tuoi viaggi attraverso queste strutture?

M. E.) Quando sono arrivato in Europa ero veramente molto giovane, e fare application per i residence era l’unica maniera di iniziare la mia carriera artistica. Come sai bene, non è facile iniziare una carriera, entrare in contatto con le gallerie. Inoltre non ero uno studente dell’accademia, non avevo contatti. E volendo iniziare in un paese straniero la maniera migliore era farlo attraverso le residenze. Ho avuto ottime occasioni, e penso di essere una persona fortunata. Sono stato selezionato da qwatz, che mi ha introdotto a professionisti validi. Non molte persone possono avere una mostra alla GNAM e a extraspazio! Lo scorso anno ho esposto nella Kunsthalle di Krems in Austria, dove Gregor Schneider che è uno dei miei artisti preferiti è venuto alla mia mostra. Abbiamo parlato, ha parlato del mio lavoro… Questo genere di cose…: ogni volta che vado in un posto c’è una nuova opportunità. A volte è molto difficile fare un progetto, ma è sempre molto stimolante il processo di lavoro che si genera. E il processo consiste prevalentemente nello stabilire relazioni con le persone che incontro. Molte persone sono realmente interessate a quello che cerco di esprimere con la mia ricerca, altre collaborano con me solo perché sono incuriosite dal fatto che io sia un artista. E in questo riconosco un grande potere dell’arte, che è quello di sviluppare relazioni da una prospettiva inusuale.

 

 altri articoli di: Benedetta Di Loreto

1 Commento

  • è un piacere leggere questa incursione nel lavoro di un artista di cui ho visto la mostra e che ho apprezzato moltissimo da extraspazio.
    V.

 lascia un commento...

— richiesto *

— richiesta *

ArtapartEvents2012: associati con noi2012: promuoviti con noi