approfondimenti, libri letteratura e poesia | 25 marzo 2011 | 707 lettori condividi su: Facebook Twitter

Il bus si è fermato di Tabish Khair. La letteratura indiana alle prese con l’occidente

di Isabella Moroni

Tabish KhairQuando ho visitato la prima volta la Fiera del Libro di Calcutta, nel lontano 1990, ebbi una specie di stordimento all’interno di quel vastissimo giardino dove si moltiplicavano centinaia di libri di ogni genere, scritti con caratteri sconosciuti e rotondeggianti che mi aprivano la possibilità di scoprire mondi sconosciuti.
All’epoca in Italia esisteva forse solo il Salone del Libro di Torino o qualche altra piccola forma di divulgazione editoriale e, sicuramente, il libro non era quell’oggetto da prodotto interno lordo che è diventato oggi.
Da Calcutta in poi ho sempre pensato che l’India, oltre al ben noto scrigno di misteri, fosse anche uno scrigno di letteratura sconosciuta e che i vari poemi epici giunti a noi non fossero che la punta di un iceberg di dimensioni gigantesche.
Poi è arrivato Salman Rushdie e tutto è cambiato.
La letteratura contemporanea indiana è uscita allo scoperto e si è annidata nel cuore delle letterature europee. Abbiamo conosciuto centinaia di autori e di storie, eppure tutta questa produzione letteraria non riesce a convincere del tutto. Prodotto di una generazione di scrittori dalle caratteristiche comuni (anglofoni, provenienti dalle metropoli e da una determinata classe sociale, la maggior parte dei quali vive permanentemente all’estero) questa letteratura tende a raccontare l’India come fosse un lontano frutto esotico, indulgendo sulle sfumature ironiche e stereotipate, delineando più attitudini che psicologie, enfatizzando i tic, ma soprattutto sottolineando il divario fra il buon gusto dell’occidente e il sovraccarico di abitudini, formalismi e tradizioni del subcontinente indiano.
Questa possibilità di sorridere “dello straniero” offerta all’occidente, ha portato una sorta di “moda letteraria indiana” molto apprezzata. Un successo che ha portato a dare spazio anche ad autori di scarso livello, ma soprattutto a scrittori di poca autenticità che lavorano strizzando l’occhio al lettore occidentale invece di proporsi come indagatori della società, come invece fanno gli scrittori delle lingue locali.
Non sempre, però, il risultato degli scrittori anglofoni è negativo. “Il bus si è fermato” (Edizioni Nova Delphi) di Tabish Khair, storia fatta di tanti racconti che si snodano sul percorso di un autobus che attraversa zone rurali con il loro carico di miseria, di leggende, di fede e di dolori.
Non cerca di farsi benvolere dal lettore europeo Tabish Khair ed anche se racconta con un sorriso amaro le realtà più grottesche del genere umano, lascia che il rispetto per l’umanità rimanga il filo conduttore del suo romanzo.
Il bus si è fermato, Tabish KairAnche quando è un’umanità sbandata, addolorata, abbandonata, oppure che porta su di sè i segni delle caste, della povertà e della prevaricazione.
Lungo il percorso dell’autobus che da Gaya porta a Patna e viceversa, come in un film, s’affollano figure diverse: i contadini stagionali, la bellissima serva che paga la sua sensualità, l’eunuco che vince in femminilità qualsiasi altra donna, il ragazzo che fugge dopo un furto finito male, il manager indo-danese che nonostante tutti gli intoppi d’un viaggio sulle strade dell’India riesca a portar a termine la sua missione finanziaria e su tutti l’autista Mangal Singh, collezionista di immagini che, con il suo fischietto acuto, ordina le partenze ad ogni fermata. Sapendo che conserverà un’immagine per ogni viaggio della sua vita.
Dunque qualcosa nella letteratura indiana sta cambiando, la grande richiesta ha fatto sì che si sia cominciato a tradurre anche autori che scrivono in hindi o in bengali, lingue che ci conducono proprio in quel mondo sconosciuto fatto di libri scritti da indiani, per gli indiani, in una delle lingue indiane.
Milioni di storie scritte in India, una per ciascuno del suo miliardo di abitanti, dieci per ciascuno dei trecentomilioni di dei del suo pantheon.
Il mondo racchiuso n un libro. In qualche milione di libri.
Per imparare che sono molte di più le cose che si possono scrivere che quelle che si possono vivere o immaginare.

 

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