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Peter Frampton. La chitarra che racconta l’epopea del rock

01 apr 2011
Pino Moroni
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Quando giunse in Italia, nel 1971, per suonare al Palasport con gli Humble Pie di Steve Marriott, “faccia d’angelo” Peter Frampton aveva 21 anni, ma non li dimostrava. Ancora adolescente dai capelli lunghi, con look bisex da far svenire le ragazze e carica vitale da animale primitivo, sapeva sparare con la sua chitarra bordate musicali, dimenandosi intorno in un orgia di movimento e di musica, da lasciare il segno. Era il tempo del doppio live “Rockin’the Fillmore”, rock sporco e duro con un fondo di blues. Più famoso di lui allora era Steve Marriott, che sapeva ben pilotare la band, con le sue corde vocali nere, verso la fusione di rhythm and blues ed hard rock.

Peter Frampton nato a Beckenham, in Gran Bretagna nel 1950, aveva già allora più di dieci anni di carriera. Aveva cominciato a 10 anni con la band “Little Ravens” e suonava spesso insieme con la band “George and the dragons” di David Bowie, frequentando la stessa scuola. Componente del gruppo “The Herd”, nominato dalla stampa “The face 1968”, con Steve Marriott dei “Small face” aveva fondato gli “Humble Pie”.

Dopo 5 album, tanti tour e successo, alla fine del 1971, Frampton volle fare da solo. Spesso si pensa che il rock sia un genere puro, in realtà, secondo una accezione comune, è stata la risultante di più stimoli musicali di estrazioni diverse. Frampton infatti aveva già spaziato tra il rock potente, il blues, il cajun, il folk, il pop, il country, lo swing, l’hard rock e la fusione di generi e poteva collaborare come autore agli album di Harry Nilsson, Jim Price e Jerry Lee Lewis.

Poi una lunga carriera come chitarrista con successi come “Baby I love your way” “Show me the way” ed “I am in love”. Nel 1976 aveva pubblicato l’album doppio “Frampton Comes Alive”, una raccolta dal vivo delle sue più significative canzoni, che ha venduto 16 milioni di copie. Tanto da essere nominato artista dell’anno dalla rivista “Rolling Stones”. Dopo un altro album di successo “I am in you”, nel 1978 un grave incidente d’auto lo portò ad una lunga inattività. Nel 1987, come prima chitarra, tornò in tour con il vecchio amico David Bowie.

Una parentesi di riavvicinamento con Steve Marriott, conclusa con la morte tragica di questi.

Negli anni ’90 progetti, tour, musica da film e film.

Poi la sua grande maestria nel suonare e far parlare la chitarra, ed il suo genio veramente creativo gli fa preparare un disco di musica strumentale “Fingerprints”.
Con suoni straordinari, dove si può sentire il suono avvolgente del basso, il tintinnio tremulo o roboante dei piatti, il tocco leggero e deciso della chitarra. Con canzoni sempre diverse tra loro che toccano aspetti e sonorità d’ambiente in cui hanno messo le mani collaboratori come Warren Hyes, Paul Franklin, John Jorgenson ed altri ancora. Unendo tanti artisti, il disco non va solo agli appassionati, ma si dilata alla comprensione del genere da parte di tutti. Il premio di questa operazione è il Grammy Awards per il 2006.

Mentre entravamo nella sala Sinopoli dell’Auditorium, con pochi ex rocchettari o appassionati fedeli di chitarra, fendendo la calca degli spettatori di Ludovico Einaudi (grande musicista), mi domandavo cosa fosse rimasto di quella “faccia d’angelo”, venuta a Roma nel 1971, nel momento in cui David Zard dava ai giovani dell’epoca il meglio della produzione mondiale, in ogni genere.

Peter Frampton è venuto a presentare il suo ultimo lavoro scritto insieme a Gordon Kennedy, “Thank you Mr. Churchill”, un disco autobiografico, che comincia con la storia della sua nascita avvenuta per il ritorno in patria del padre dalla guerra.

Le due ore e mezza di musica, senza interruzioni e senza cali di tono, da parte dei musicisti e degli spettatori, parlano da soli. Grande qualità del concerto e riconosciuta grande bravura di Frampton nel riproporre i suoi pezzi più famosi.

E’ un uomo di circa 60 anni, calvo ed un po’ curvo, con una faccia rotonda con leggera barba bianca, ma ancora vivace e brillante, quello che inizia con un bellissimo pezzo di introduzione in cui, oltre lui, la chitarra di Adam Lester, il basso di Stanley Sheldon, la tastiera di Rob Arthur e la batteria di Dan Wojciechowski, ci fanno assaporare un rock melodico in chiave blues. Che poi è la chiave di tutta la serata. Con qualche puntata sull’hard rock (why not?).

Quando Peter si rivolge al pubblico c’è un attimo di panico: parla solo inglese e dice che si dispiace di mancare da Roma da 14 anni, ma che tornerà a settembre per festeggiare il 35° anniversario del suo album più famoso “Frampton comes alive”. Chi non ha capito chiede spiegazioni, poi una voce dice “Frampton come again”.

Non c’è bisogno di rompere il ghiaccio con la musica di Frampton. Inizia un pezzo in cui la sua chitarra ci fa una lunga conversazione musicale. Segue un melodioso pezzo con un grande senso del ritmo. E’ chiaramente un approccio morbido, soffuso, quasi a voler strizzare l’occhio a nuovi sapori. Chiara la sua voce ancora timbrica su delle parole dolci.

Frampton è un musicista che sa mettere la nota giusta al punto giusto, piuttosto che creare serie virtuose di giri melodici o trovate mirabolanti nel suonare lo strumento. Del resto la sua bravura deriva da 50 anni di prove. A tratti fa anche quasi parlare la sua chitarra o la accompagna con la voce amplificata come fosse un suono sintetizzato, ma sembra un ‘divertissement’ senza compiacimenti. Un pezzo di bravura con quattro chitarre (il tastierista diventa spesso chitarra) che dialogano a coppie, un brano più cooler e poi è “Thank you Mr. Churchill”, un tema serio sulla pace e la guerra, che fa diventare la musica dura, graffiante. Ci presenta poi un brano di musica strumentale dell’album “Fingerprints” per il quale dice di aver ricevuto il Grammy Awards, ‘per non aver suonato’. Due brani di rock duro molto ritmato e ripetitivo, con profondità di toni e bordata sul pubblico come una volta. Un inizio di batteria vincente, la voce di Peter si inoltra in una canzone country con un assolo del basso delle meglio tradizioni rock. Stiamo assistendo ad un meticciato di generi, dove tutto è ammorbidito e tutto sembra altro che genere. Per ricordare l’infanzia ed i genitori un brano che inizia con un mandolino o banjo suo primo strumento trovato nella soffitta della nonna, ed una chitarra comprata dai genitori per la sua passione.

Otto minuti di grande tecnica strumentale la suggestiva “Suite Libertè”, fulcro del suo nuovo album, dedicato a tutti coloro che in questo momento cercano la libertà.

E’ la volta dei classici “Baby I love your way” e “Show me the way”.

Mentre si andava avanti oltre le due ore mi sono perduto nella musica di questa ‘amazing band’, nei passaggi difficili, nei fraseggi virtuosi, nelle tonalità dure e melodiche, nei ritornelli, negli assoli alti e perfetti, nelle chitarre parlanti e nelle voci metallizzate, in una allegria di suoni e di generi sovrapposti così miscelato eppure perfetto, che mi sembrava di ripercorrere l’avventura della musica degli anni ‘60/’70, quando ogni tipo di musica era stato sdoganato e circolava liberamente per il mondo, con nomi fittizi di generi che avevano già fatto la storia.

E Peter Frampton era ancora “faccia d’angelo”, mentre sul palco dell’Auditorium cambiava e ricambiava le sue chitarre e le faceva cantare, parlare…

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L’autore

Pino Moroni è nato a Tarquinia, dove ora collabora con gli amministratori locali per la preparazione ed attuazione di attività e manifestazioni culturali, turistiche e sportive. Laureato in Giurisprudenza e giornalista pubblicista dal 1976, negli anni ’70/80 è stato collaboratore dei giornali: “Il Messaggero”, “Il Corriere dello Sport”, “Momento Sera”, “Tuscia”, “Corriere di Viterbo”. Ha vissuto e lavorato negli Stati Uniti. Dal 1990 è stato collaboratore di varie Agenzie Stampa, tra cui “Dire”, “Vespina Edizioni”,e “Mediapress2001”. E’ collaboratore dei siti Web: “Cinebazar”, “Forumcinema” e“Centro Sperimentale di Cinematografia”.

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