recensioni, teatro danza | 17 aprile 2011 | 846 lettori condividi su: Facebook Twitter

Sogno d’Autunno di Alessandro Machìa. Uno spettacolo che fa grande il Teatro contemporaneo.

di Isabella Moroni

Uno spettacolo come non se ne vedono quasi più.
Essenziale, diretto, studiato con una profonda passione per il testo, l’azione e la drammaturgia.
E’ Sogno d’Autunno di Jon Fosse nell’allestimento di Zerkalo Teatro per la regia di Alessandro Machìa, con Sergio Romano , Viola Graziosi, Daniela Piperno, Massimo Lello ed Elisa Amore, in scena in questi giorni al Teatro Vascello di Roma.

Il cursore diretto sulle immagini visualizzerà le didascalie; cliccare sulle stesse per ingrandire.


La storia è quella di tutti, l’amore che serve per sopravvivere, la famiglia che non esiste più, il tempo che si confonde su più piani: passato e futuro sono lì, pronti ad essere consumati in un presente che sembra essere governato solo dalla morte.

E’ la morte, infatti, il tema portante di questo testo straordinario testo che si compone e si scompone sul ritmo dei luoghi comuni, delle conversazioni

E non a caso tutto si svolge in un cimitero dove i protagonisti si ritrovano forse per un funerale, o forse solo per strapparsi fuori dalla routine. E’ un cimitero scarno: nomi e date, ognuna delle quali cela storie che possiamo solo immaginare, magari storie romaniche, passionali, incredibili, ma tutte storie che hanno dato origine ad altre persone e, dunque, ad altre storie.

E’ nel cimitero che si incontrano e s’innamorano l’uomo e la donna ognuno munito del suo bagaglio di dubbi e sospensioni, di foga e di necessità. Ed è sempre nel cimitero che sopraggiungono i genitori dell’uomo anch’essi caratterizzati dalle loro ansie, idiosincrasie, abitudini quasi mortali.
La vita li sta uccidendo.

La vita ci sta uccidendo?
Nonostante tutto non è questa la metafora: nell’intrecco di brani di esistenza che si mescolano creando una nuova struttura del tempo, lo spettatore viene portato ad una costruzione autonoma (e personale) del significato. Alcune cose non le può neanche intuire, le scopre man mano che le frasi vengono aggiunte, ripetute, reiterate.
Alla fine muoiono i vecchi, muoiono gli uomini, muoiono i figli forse mai voluti e restano tre donne con la loro eterna missione di accompagnare, accudire, far rinascere.

Sostenuta da una recitazione di grande valore, questa drammaturgia difficile e sospesa si manifesta in tutta la sua forza senza mai eccedere nè concedersi una (pur facile) caratterizzazione dei personaggi.
Mai sopra le righe anche nell’espressione del dramma, gli attori si mettono al servizio del testo, non relegano lo spettatore al ruolo di “voyeur” e offrono una tensione costante e sfaccettature a volte sorprendenti che creano uno spettacolo “vivente” e pieno di personalità.

 

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