“Viva l’Italia, Viva l’arte, morte ai critici”. Questo lo slogan che il critico d’arte, curatore, ex-parlamentare e poi Sindaco di Salemi, Vittorio Sgarbi, ha scelto per suggellare l’apertura del Padiglione Italia L’Arte non è Cosa Nostraalla 54ª Biennale di Venezia, tentando, durante la conferenza stampa, di accendere gli entusiasmi e di zittire pesantemente i dissensi.
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Indipendentemente da ciò che dice chi lo denigra, è l’arte la dimensione con cui l’allestimento di Sgarbi, cinico, esteticamente scarno e politicamente malizioso, ha fatto e dovrà fare i conti. Di certo, non sono mancate e proseguiranno le aspre critiche per l’ingerenza della politica (berlusconiana) nel campo dell’arte contemporanea, solitamente e altrove scevro da tali influenze.
Nel romanzo di Émile Zola, L’Opera (L’Oeuvre, 1886), c’è un brano in cui Claude Lantier, pittore fallito e alter ego di Paul Cézanne, amico dell’autore, scova uno dei suoi lavori tra le centinaia di opere esposte nel Salone dei Rifiutati del 1863: “I visitatori, di fronte a certe opere, si fermavano e le deridevano. Questo fatto lo faceva sentire a disagio perché, nonostante tutta la sua brutalità rivoluzionaria, alla fine era emotivo e credulone come una donna, sempre lì a cercare la persecuzione, salvo poi sentirsi ogni volta addolorato e stupito da simili sopraffazioni”.
La suggestione che emana dal racconto è molto simile a quella che evoca l’allestimento del Padiglione Italia. Le opere sono ammucchiate e spesso accostate in maniera del tutto inspiegabile, a suggerire una mancanza di considerazione o forse una volontà provocatoria assolutamente priva di gusto.
L’immagine di Pino Bertelli che ritrae una bambina con ferite di guerra, Nostra bambina della guerra! Avete fatto un deserto di morte e l’avete chiamato pace (2003), ne è un esempio evidente. L’opera è stata infatti collocata accanto a quella di Marco Grassi, Thirteen: Brother and Sister (2011), un dipinto dai colori vivaci all’interno del quale due sani adolescenti posano con occhiali scuri. Ma l’apice della volubilità curatoriale si manifesta nella scelta di accostare i ritratti di Wainer Vaccari, Untitled 56 e 57 (2010), in cui Sgarbi e Silvio Berlusconi sono ritratti con un sorriso sardonico, a Humanita (2010–11) di Giovanni Dice – un’opera raffigurante i rifugiati del Nord Africa, raccolti in un luogo imprecisato del Mediterraneo (forse Lampedusa) – e alla fotografia di Donato Pizzi Il Fine Del Mondo (2011), una citazione da Gustave Courbet, L’Origine du Monde (L’origine del mondo, 1866) relativa a un suo famosissimo quadro.
Il ghigno di personaggi pubblici accanto alla disperazione di persone intrappolate, povere, in fuga dall’Africa verso il miraggio di una vita migliore: un accostamento che è forse anche un rimando agli avvenimenti politici protagonisti della cronaca nelle settimane precedenti all’apertura della mostra. “Il fine” e “la fine” del mondo per Berlusconi: uno scherzo che, secondo un testimone oculare dei preparativi per la mostra, non deve essere sfuggito all’ex deputato Vittorio Sgarbi. Uno scenario in cui forse Il fine del mondo rappresenta la fine di Berlusconi come premier italiano.
Che ci sia qualche lavoro degno di nota in mezzo alle scorie è un peccato più per gli artisti coinvolti; solo coloro che hanno boicottato l’evento, come, tra gli altri, Maurizio Cattelan e Rosella Biscotti, potrebbero, eventualmente, nutrire una sincera soddisfazione per la stroncatura della mostra. Immagino che gli artisti siano spaventati, visto che il Padiglione è stato usato come una pedina politica.
La storia che circonda la designazione di Sgarbi a curatore del Padiglione Italia è profondamente istruttiva: fornisce, infatti, uno sfondo per uno spettacolo che, pur essendo discutibile dal punto di vista estetico, trasmette un messaggio più grande della somma delle sue parti.
Sgarbi è stato designato dal precedente Ministro dei Beni e delle Attività Culturali, Sandro Bondi, un anno e mezzo prima dell’apertura della Biennale – anzi, prima che fossero ancora decise le date della Biennale – come strumento per aprirla alle inclinazioni culturali dell’amministrazione, che sono, prevedibilmente, conservatrici: un certo figurativo al posto dell’astratto, il letterale al posto dell’enigmatico, il classicismo al posto della contemporaneità. In breve, Sgarbi – spesso deriso o ignorato dalla comunità dell’arte contemporanea – è stato catapultato nella Biennale per promuovere una rivolta populista, proprio come Berlusconi aveva fatto per la politica negli anni ’90.
Il risultato è una mostra stile salone che si estende su tre grandi ambienti.
In coincidenza con il 150° Anniversario dell’Unità d’Italia, l’allestimento comprende oltre 200 artisti, scelti da studiosi italiani diversi, con più di 1.000 artisti che hanno esposto nelle varie regioni italiane e negli 89 Istituti Italiani di Cultura di tutto il mondo.
Tale decentralizzazione della Biennale d’Italia, sia geograficamente sia come fuga dal network istituzionale dell’arte contemporanea, si pone l’obiettivo di contestare la status quo della scena artistica contemporanea. C’è da dire che questo sforzo sarebbe stato forse apprezzabile se non fosse stato intrapreso da un insider dell’amministrazione.
Lungi dall’essere una semplice sfida all’élite culturale, in realtà, lo sforzo di Sgarbi si pone sulla scia di una tradizione che annovera episodi ben più raccapriccianti di quello in questione, in cui il potere ha cercato di estendere la propria campagna ideologica alla sfera culturale, e questo per raggiungere il duplice fine di guadagnare credibilità, ma anche di domare la vena recalcitrante caratteristica del mondo artistico. A partire dalla benevolenza mostrata da Tony Blair verso le celebrities dei movimenti Britpop e YBA (Young British Artists) negli anni ’90, fino alla ben più sinistra esposizione d’arte, degenerata e folk al tempo stesso, di Hitler negli anni ’30, è l’imperscrutabilità delle opere d’arte – che nella loro ambiguità e sottigliezza eludono la censura – a confondere il normale oligarca e il dittatore.
Il ritratto che Sgarbi dipinge di Sistema di arte contemporanea chiuso, snob e distaccato, rappresenta il tentativo disperato dell’amministrazione di Berlusconi – che prospera sul controllo dei media – di cooptare uno degli ultimi baluardi di libertà.
D’altra parte, il desiderio professato da Sgarbi di mettere fine a questo elitarismo culturale potrebbe apparire ragionevole, se solo fosse possibile mettere da parte le circostanze incriminanti della sua nomina a curatore e supporre per un momento un atteggiamento critico obiettivo. Perché, dopo tutto, la scena artistica italiana – come succede in tutti i settori – è relativamente chiusa e il network della Biennale ospita spesso la stessa rotazione di artisti, anno dopo anno: in linea di massima, erano queste le lamentele che Sgarbi adduceva sul mondo dell’arte, espresse sia nel comunicato che nella conferenza stampa. Ecco, la Biennale di quest’anno, ILLUMInazioni, presta effettivamente il fianco a queste critiche, ma Sgarbi è la persona meno adatta per rendersene portavoce.
Infatti, se è possibile parlare di “illuminazione” intesa in senso politico – l’illuminazione delle nazioni – questa è data dall’inserimento dei nuovi arrivati come Bangladesh, Iraq, Arabia Saudita e Zimbabwe e il padiglione pan–arabo.
E se il pretesto per ottenere un riconoscimento sociale, che caratterizza una prima esposizione nazionale, serve a sconvolgere il circuito ermetico dell’arte contemporanea, L’Arte non è Cosa Nostra presenta un’intrusione maldestra nelle istanze sociali imperative e drammatiche di quello stesso mondo ermetico, ma non nel modo in cui lo intendeva Sgarbi. Lo spettacolo sembra essere il risultato della corrispondenza involontaria di un’élite culturale che non ha potere politico e di una élite politica che non ha cultura, riuscendo peraltro a mettere in luce gli aspetti negativi di entrambi – anche se alla fine il peggio si ritrova nella goffa presenza di Berlusconi.
In Italia, un paese con una profonda tradizione culturale, l’arte è ormai l’unico rifugio per sfuggire alla tendenza di svilire la cultura che colpisce la vita quotidiana con una pervasività allarmante. Eppure, sembra che le contraddizioni sistemiche che affliggono la sfera politica e culturale italiana abbiano ormai invaso anche questo ultimo rifugio.
Il titolo della mostra, L’Arte non è Cosa Nostra, è un riferimento ad un’installazione di Cesar Inzerillo, Elisabetta Rizzuto, Nicolas Ballario, un gruppo di giovani, e al Museo della Mafia di Salemi, fondato da Sgarbi in Sicilia.
Oltre al gioco di parole più intuitivo, questo titolo contiene in sé due ulteriori interpretazioni possibili: “l’arte non è una cosa nostra” nel senso che Sgarbi cerca di evidenziare – e cioè che la scena dell’arte contemporanea italiana è un mondo chiuso – o, al contrario, l’arte non è più “cosa nostra”, nel senso che è stato ormai cooptato dalla classe politica.
I visitatori potranno senza dubbio trarre le loro interpretazioni e dovranno farlo con urgenza, vista la posta in gioco. Quest’anno, una politica filistea e autoreferenziale è stata alla ribalta del più importante evento culturale di tutto il calendario mondiale dell’arte. Il mondo dell’arte attende una risposta adeguata
Si ringrazia Frieze per la collaborazione.



Mike Watson è nato in Inghilterra nel 1979. Redattore, scrittore e teorico, ha contribuito, anche come curatore, a mostre a Londra e in Europa. Come scrittore, ha pubblicato in giro per il mondo - per Frieze, Art Review, Art Monthly, ecc. - sia su web sia in stampa. Contemporaneamente Mike Watson sta completando il Dottorato di ricerca in Teoria dell’arte ed Estetica al Goldsmith College di Londra, dopo aver conseguito una Laurea in Teoria dell’Arte e Pittura e aver lavorato al restauro della Cattedrale di St Paul a Londra. Sta scrivendo uno libro che sarà pubblicato in Inghilterra da ZerO Books: 'Joan of Art: Towards a Conceptual Militancy' (Jeanne d'Arte: Verso una Militanza Concettuale)


trovo l’articolo condivisibile e molto interessante.La situazione politica e culturale di questo paese è molto ben tratteggiata
Vorrei dare un piccolo contributo all’articolo di Mike Watson.Ho assistito alla inaugurazione della Biennale Regionale a Palazzo Venezia. Conferenza stampa: un discorso trionfalistico e ben orchestrato, inframezzato da nomi e cognomi di critici ‘caproni ignoranti’, con una continua autoapologia sulla idea della (dispersiva) decentralizzazione. Con una dovizia di informazione su artisti-numero, esaminati, valutati, selezionati e scartati, che dava l’impressione, attraverso messaggi mediatici melliflui ed imperativi, di un censimento di regime. Sono uscito perchè, anch’io non capisco niente.
Tutti sapevano quanto Sgarbi fosse nemico giurato dell’arte contemporanea e la scelta effettuata da Bondi è stata una scelta politica ( nel senso dei politici ) sciagurata.La mostra è greve, brutta, gli accostamenti bizzarri, disseminata di scatoloni assurdi, una provocazione kitsch oltre che pilatesca. Solo un accostamento è ben fatto: i ritratti dei sorridenti Sgarbi e Berlusconi vicini alla versione fotografica di “L’origine du monde di Courbet”. Ecco. qui il curatore ci ha azzeccato.