Possono l’arte e l’artista, in nome della celebrità e del vil danaro, giocare tanto e rischiare di corrompere l’aurea, o meglio, la concentrazione della e nella loro analisi, lasciandosi coinvolgere in profani, concretissimi ambiti extra-artistici e votati al power-fashion e alla superficie?
Possono, certamente: dopo Andy Warhol, tutto è lecito e, allo stesso tempo, no. Nel senso che l’ineguagliabile Warhol ha lavorato lucidamente con il /nel popolare, mediale e glamour facendone materia e analisi della sua speculazione visiva; portando avanti, quindi, un concetto di contaminazione che è prima di tutto linguistica.
Non si può dire lo stesso per l’ultima prestazione della grandissima Cindy Sherman, artista statunitense che ha realizzato serie straordinarie – come le Film Still -, concettualisticamente ineccepibili, ma che ha forse troppo flirtato con il sistema e il mercato del polpular e del fashion rischiando, come ha fatto, di confondere e confondersi.
Così, almeno, è avvenuto per il suo coinvolgimento nella campagna autunnale – 2011 – della MAC, brand tra i più noti e prestigiosi del make-up. Dove la Bellezza, il Piacere, la Voluttà e il Costume si mescolano e finiscono, l’un contro l’altro armati, per far rima con Business e Consumo.
Certo, i camuffamenti dell’artista sono la sua interfaccia con la realtà, della quale indaga le pieghe più apparentemente esibite: la comunicazione, i cliché... Ma qui il suo ruolo di testimonial – sempre attraverso un mascheramento, un’altra da sè – forse è a rischio banalizzazione.
Le sue tre ipotesi di donna da lei proposte e interpretate, incarnano tre differenti stili e tendenze di femminilità restituite – ma direi imposte – dalla Moda e dalla réclame. Stavolta, la Sherman ha rischiato perché questa sua costruzione visiva è talmente perfetta nella sua estetica glamour, è, insomma, così credibile, da rasentare la corruzione. I due concetti dell’essere e dell’apparire, quindi, si sovrappongono.
Se la profondità va davvero nascosta – per dirla alla Hugo von Hofmannsthal – alla superficie, il pericolo corso dall’artista in questa sua operazione è quello di perdere il senso del limite e del confine. In tanti casi, questi sono una garanzia identitaria e salvano dal cadere nel brodo dell’indistinzione. Per quello, ci bastano Tv e Pubblicità e, forse, anche una certa Politica.

Barbara Martusciello è nata a Roma dove vive e lavora; dopo la Laurea in Storia dell’Arte alla Facoltà di Lettere a La Sapienza, Roma, affina la propria formazione sul campo curando per alcuni anni Arte Fuori Circuito (1993-94-95), serie di mostre, eventi e incontri d’arte che riattivarono a Roma sia l’uso di spazi alternativi dedicati alle arti visive, sia al confronto tra protagonisti del Sistema dell’Arte. Storico e Critico d’arte, Curatore di mostre, organizzatrice di eventi culturali, saggista e docente, è particolarmente attenta alla produzione delle giovani generazioni di artisti, ai nuovi linguaggi, alla sperimentazione italiana degli anni Sessanta e Settanta, alla fotografia, al crossover e alle contaminazioni linguistiche. Divulgatrice della cultura contemporanea e dell’arte, le promuove anche attraverso articoli, convegni, workshop, corsi e lezioni. Ha gestito e diretto riviste e webmagazine, collaborato a format televisivi e via Internet, scritto per i quotidiani "Paese Sera" e "Liberazione", per l'allegato culturale "Liberazione della Domenica" pubblicando articoli su una quindicina di riviste di settore, su magazine tra i quali "Time Out" e un approfondimento sul quotidiano “Gli Altri”. Ha diretto Gallerie d’arte contemporanea, gestito Associazioni culturali e organizzato più di 300 mostre in spazi pubblici e privati curando edizioni e cataloghi di artisti. Oltre al libro Arte&Successo (Maretti & Wilde Publisher edit., Cesena, 2002), ha scritto saggi sulle cyberinterazioni, sull'arte digitale, sulla fotografia, sul writing (Playground ediz., Roma), sul rapporto arte/grafica e comunicazione cinematografica (Mascherino edit., Roma), sull'arte e la politica anni Sessanta/Settanta (Liberazione, Roma), su Arte e Impresa e monografie su Renato Mambor (C. Maretti edit., Cesena); ha redatto due edizioni di Sottoterra, libelli sulle tendenze underground e le relazioni con artisti sperimentali degli anni Sessanta (Mario Schifano; Mimmo Rotella); un saggio in I Love Music sul rapporto Arte/Fotografia/Musica (2011); ha scritto monografie su artisti storici italiani degli anni Sessanta e Settanta, testi e libri su giovani emergenti. Ha anche pubblicato Osservatorio sul Sistema dell'Arte in Italia e situazione a Roma per art a part of cult(ure) edit. (Roma, 2009) e una prefazione-saggio in Lebbeus Woods. Guerra e Architettura di M. Ercolani (Deleyva edit., 2012). Ha insegnato in diverse strutture sia pubbliche che private, in Corsi di Formazione-Comunità Europea, ha avuto più cattedre in Storia dell'Arte e in Storia della Fotografia all'Università Popolare Europea, all'Istituto Superiore di Fotografia e Comunicazione Integrata, alla Scuola Romana di Fotografia, entrambe a Roma, e ha collaborato con lo IED; ha inoltre condotto singole Lesson all’interno di: Racconti di Storia dell'Arte, al Museo della Centrale Montemartini Roma per Zetema Progetto Cultura con Roma Capitale (2011), Visti da Vicino, alla Gnam_ Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma per il FAI (2012) e Un quadro un Autore, alla Gnam_ Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma (2013). Dal 2009 è titolare di cattedra all'Istituto Quasar - Design University Roma. Cura iniziative culturali, Seminari e la divulgazione per l'Associazione art a part of culture portando avanti un Progetto per la Divulgazione Permanente attraverso serie di lezioni su temi specifici che attraggano anche il grande pubblico (L’Amore nell’Arte; Il Corpo nell’Arte; Il Cibo nelle Arti Visive etc.). E’ co-fondatrice del webmagazine www.artapartofculture.net, del quale è anche editor in chief. Membro del comitato di critici della X Edizione del Premio Celeste 2013, ha contribuito alla formalizzazione ed è membro interno della Commissione DIVAG, Divulgazione e Valorizzazione Arte Giovane per conto della Soprintendenza Speciale PSAE e Polo Museale Romano.









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rischiare di corrompere la SUA aurea
va sostituito con
rischiare di corrompere la PROPRIA aurea
Cara Adele,
l’uso di “loro” piuttosto che di “propria” è una scelta stilistica che attiene all’autore. In questo caso a me.
Il tuo commento, però, denota un’approfondita lettura dell’articolo e una forma di collaborazione che apprezziamo e che in qualche modo rientra nella nostra mission: quella di stimolare e promuovere un’interazione con i lettori. La loro attenzione è un fertile humus su cui costruire più solide radici. Quindi ti ringraziamo, comunque: continua a seguirci con tale concentrazione.
Barbara Martusciello
Stimo molto la Sherman ma sono d’accordo con te… questo lavoro non mi convince!
Complimenti per questo articolo perché tra tutta ‘sta critica compiacente, non è facile sostenere una posizione discordante. Specie se in relazione a un Mito. Anche i Miti, però, a volte sbagliano: amo la sherman ma anche io condivido la tua analisi.
Cindy semplicemente prosegue la sua ricerca, attraverso il travestimento fotografico, nell’attualità. Il suo lavoro , oggi, approfondisce la superficie e la evidenzia in questo modo. Il glamour , il fashion non sono secondo me materia da escludere, così come non sono da condannare le concessioni che un artista rivolge al mercato . La ribellione al sistema oggi non ha più senso per un artista, è praticamente impossibile opporvi resistenza ed è proprio in questa adesione apparente che l’artista trova un fertile terreno .