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Cindy Sherman, trucco e parrucco

24 set 2011
Barbara Martusciello
5

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Cindy Sherman, 2011, courtesy MACPossono l’arte e l’artista, in nome della celebrità e del vil danaro, giocare tanto e rischiare di corrompere l’aurea, o meglio, la concentrazione della e nella loro analisi, lasciandosi coinvolgere in profani, concretissimi ambiti extra-artistici e votati al power-fashion e alla superficie?

Possono, certamente: dopo Andy Warhol, tutto è lecito e, allo stesso tempo, no. Nel senso che l’ineguagliabile Warhol ha lavorato lucidamente con il /nel popolare, mediale e glamour facendone materia e analisi della sua speculazione visiva; portando avanti, quindi, un concetto di contaminazione che è prima di tutto linguistica.

Non si può dire lo stesso per l’ultima prestazione della grandissima Cindy Sherman, artista statunitense che ha realizzato serie straordinarie – come le Film Still  -, concettualisticamente ineccepibili, ma che ha forse troppo flirtato con il sistema e il mercato del polpular e del fashion rischiando, come ha fatto, di confondere e confondersi.

Così, almeno, è avvenuto per il suo coinvolgimento nella campagna autunnale – 2011 – della MAC, brand tra i più noti e prestigiosi del make-up. Dove la Bellezza, il Piacere, la Voluttà e il Costume si mescolano e finiscono, l’un contro l’altro armati, per far rima con Business e Consumo.

Certo, i camuffamenti dell’artista sono la sua interfaccia con la realtà, della quale indaga le pieghe più apparentemente esibite: la comunicazione, i cliché... Ma qui il suo ruolo di testimonial – sempre attraverso un mascheramento, un’altra da sè – forse è a rischio banalizzazione.

Le sue tre ipotesi di donna da lei proposte e interpretate, incarnano tre differenti stili e tendenze di femminilità restituite – ma direi imposte – dalla Moda e dalla réclame. Stavolta, la Sherman ha rischiato perché questa sua costruzione visiva è talmente perfetta nella sua estetica glamour, è, insomma, così credibile, da rasentare la corruzione. I due concetti dell’essere e dell’apparire, quindi, si sovrappongono.

Se la profondità va davvero nascosta – per dirla alla Hugo von Hofmannsthal – alla superficie, il pericolo corso dall’artista in questa sua operazione è quello di perdere il senso del limite e del confine. In tanti casi, questi sono una garanzia identitaria e salvano dal cadere nel brodo dell’indistinzione. Per quello, ci bastano Tv e Pubblicità e, forse, anche una certa Politica.

5 Comments
  1. Adele 24 settembre 2011 at 21:24

    …

    rischiare di corrompere la SUA aurea

    va sostituito con

    rischiare di corrompere la PROPRIA aurea

  2. Barbara Martusciello 25 settembre 2011 at 17:50

    Cara Adele,
    l’uso di “loro” piuttosto che di “propria” è una scelta stilistica che attiene all’autore. In questo caso a me.

    Il tuo commento, però, denota un’approfondita lettura dell’articolo e una forma di collaborazione che apprezziamo e che in qualche modo rientra nella nostra mission: quella di stimolare e promuovere un’interazione con i lettori. La loro attenzione è un fertile humus su cui costruire più solide radici. Quindi ti ringraziamo, comunque: continua a seguirci con tale concentrazione.

    Barbara Martusciello

  3. Maya Pacifico 26 settembre 2011 at 16:41

    Stimo molto la Sherman ma sono d’accordo con te… questo lavoro non mi convince!

  4. Paolo 29 settembre 2011 at 12:48

    Complimenti per questo articolo perché tra tutta ‘sta critica compiacente, non è facile sostenere una posizione discordante. Specie se in relazione a un Mito. Anche i Miti, però, a volte sbagliano: amo la sherman ma anche io condivido la tua analisi.

  5. Raffaella 14 novembre 2012 at 22:32

    Cindy semplicemente prosegue la sua ricerca, attraverso il travestimento fotografico, nell’attualità. Il suo lavoro , oggi, approfondisce la superficie e la evidenzia in questo modo. Il glamour , il fashion non sono secondo me materia da escludere, così come non sono da condannare le concessioni che un artista rivolge al mercato . La ribellione al sistema oggi non ha più senso per un artista, è praticamente impossibile opporvi resistenza ed è proprio in questa adesione apparente che l’artista trova un fertile terreno .

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L’autore

Barbara Martusciello è nata a Roma dove vive e lavora; dopo la Laurea in Storia dell’Arte alla Facoltà di Lettere a La Sapienza, Roma, affina la propria formazione sul campo curando per alcuni anni Arte Fuori Circuito (1993-94-95), serie di mostre, eventi e incontri d’arte che riattivarono a Roma sia l’uso di spazi alternativi dedicati alle arti visive, sia al confronto tra protagonisti del Sistema dell’Arte. Storico e Critico d’arte, Curatore di mostre, organizzatrice di eventi culturali, saggista e docente, è particolarmente attenta alla produzione delle giovani generazioni di artisti, ai nuovi linguaggi, alla sperimentazione italiana degli anni Sessanta e Settanta, alla fotografia, al crossover e alle contaminazioni linguistiche. Divulgatrice della cultura contemporanea e dell’arte, le promuove anche attraverso articoli, convegni, workshop, corsi e lezioni. Ha gestito e diretto riviste e webmagazine, collaborato a format televisivi e via Internet, scritto per i quotidiani "Paese Sera" e "Liberazione", per l'allegato culturale "Liberazione della Domenica" pubblicando articoli su una quindicina di riviste di settore, su magazine tra i quali "Time Out" e un approfondimento sul quotidiano “Gli Altri”. Ha diretto Gallerie d’arte contemporanea, gestito Associazioni culturali e organizzato più di 300 mostre in spazi pubblici e privati curando edizioni e cataloghi di artisti. Oltre al libro Arte&Successo (Maretti & Wilde Publisher edit., Cesena, 2002), ha scritto saggi sulle cyberinterazioni, sull'arte digitale, sulla fotografia, sul writing (Playground ediz., Roma), sul rapporto arte/grafica e comunicazione cinematografica (Mascherino edit., Roma), sull'arte e la politica anni Sessanta/Settanta (Liberazione, Roma), su Arte e Impresa e monografie su Renato Mambor (C. Maretti edit., Cesena); ha redatto due edizioni di Sottoterra, libelli sulle tendenze underground e le relazioni con artisti sperimentali degli anni Sessanta (Mario Schifano; Mimmo Rotella); un saggio in I Love Music sul rapporto Arte/Fotografia/Musica (2011); ha scritto monografie su artisti storici italiani degli anni Sessanta e Settanta, testi e libri su giovani emergenti. Ha anche pubblicato Osservatorio sul Sistema dell'Arte in Italia e situazione a Roma per art a part of cult(ure) edit. (Roma, 2009) e una prefazione-saggio in Lebbeus Woods. Guerra e Architettura di M. Ercolani (Deleyva edit., 2012). Ha insegnato in diverse strutture sia pubbliche che private, in Corsi di Formazione-Comunità Europea, ha avuto più cattedre in Storia dell'Arte e in Storia della Fotografia all'Università Popolare Europea, all'Istituto Superiore di Fotografia e Comunicazione Integrata, alla Scuola Romana di Fotografia, entrambe a Roma, e ha collaborato con lo IED; ha inoltre condotto singole Lesson all’interno di: Racconti di Storia dell'Arte, al Museo della Centrale Montemartini Roma per Zetema Progetto Cultura con Roma Capitale (2011), Visti da Vicino, alla Gnam_ Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma per il FAI (2012) e Un quadro un Autore, alla Gnam_ Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma (2013). Dal 2009 è titolare di cattedra all'Istituto Quasar - Design University Roma. Cura iniziative culturali, Seminari e la divulgazione per l'Associazione art a part of culture portando avanti un Progetto per la Divulgazione Permanente attraverso serie di lezioni su temi specifici che attraggano anche il grande pubblico (L’Amore nell’Arte; Il Corpo nell’Arte; Il Cibo nelle Arti Visive etc.). E’ co-fondatrice del webmagazine www.artapartofculture.net, del quale è anche editor in chief. Membro del comitato di critici della X Edizione del Premio Celeste 2013, ha contribuito alla formalizzazione ed è membro interno della Commissione DIVAG, Divulgazione e Valorizzazione Arte Giovane per conto della Soprintendenza Speciale PSAE e Polo Museale Romano.

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