1° Frame
Per ottenere più ispirazioni, bisogna cominciare
ad ubbidire a quelle che riceviamo.
Jacques Philippe
Le pagine erano vuote. Pallide.
Con lo sguardo assente, sfogliava le pagine di quel quaderno, cercando di immaginarle colme di parole. Nessuno spiraglio di luce attraversava le tapparelle.
Il buio l’avvolgeva in un freddo abbraccio. Mentre le sue pagine, chiare e distinte, pian pian invecchiavano, ancora vuote.
La penna immobile non riusciva a pattinare su quella lastra di ghiaccio gelida, come la sua mano.
E i pensieri che prima filavano dritti, ora avevano perso il proprio andamento inerziale, privi ormai di ogni coerenza.
Si abbandonò sul letto e la sua mano, ora attiva come una lancetta, batteva la penna a suo ritmo su di esso, facendo rimbombare il suono della molla nel suo orecchio.
Sembrava facile appoggiare un punto nero sul bianco, per dare una fine a quella storia e incominciarne un altra, ma non lo era realmente.
Il cuore era stato svuotato, come un frigorifero in casa di obesi. Senza offesa per gli obesi.
Ancora una volta rimaneva quella lastra bianca vuota.
Non doveva pensarci ancora per troppo , fra poco sarebbe andata ad una festa. Si sarebbe divertita.
Continuava a creare quella melodia che nessuno poteva ascoltare tranne lei. Le note proseguivano interrottamente come un treno sulla ferrovia. Chiuse gli occhi.
Persa nel vuoto si alzò.
Ignorò tutti i rumori esterni, anche la voce di suo fratello.
Con la penna indicava e guidava la musica. Con i piedi scalzi incominciò a muoversi leggiadramente e sinuosamente sul tappeto.
Il vestito verde che non le arrivava più giù delle ginocchia, ora volava leggero come lei.
L’avvolgeva durante i suoi giri. Qualcosa stava succedendo.
Il bianco con le ramificazioni azzurre del suo vestito volteggiavano. Il suo sorriso smaniava.
I suoi occhi erano alla ricerca della perfezione assoluta e di un amore che la facesse volare lontano e lasciare quell’odioso nido. Fino a quando i suoi occhi avevano catturato lui, nella sua ragnatela. I suoi occhi in cui era racchiuso il mare, scintillavano a solo guardarla muoversi.
Il suo splendido vestito che la stringeva sul petto, nascondendo le sue forme, copriva le gambe di lui in questo turbinante ballo. Come avrebbe voluto che la musica non finisse mai per poterla stringere e toccare ancora quella piccola mano.
I suoi occhi guardavano i suoi, unico punto fermo in quel vertiginoso giro. L’aria accarezzava i loro visi e asciugavano quelle gocce di sudore che colavano dalla fronte di lui coperta dal castano della sua chioma.
Un rumore improvviso. La voce impercettibile di suo fratello.
La melodia stava per finire. In quel vortice di confusione lui accarezzò il suo braccio e la strinse a sé, più forte. Toccava la sua schiena con insistenza e frenesia, come se fosse intenzionato a strapparle le vesti di dosso per toccare quella pelle bianca gelida.
Il fermaglio si sfilò e le sue ciocche caddero coinvolti da quella giostra.
In quello sfiorarsi di labbra, l’anima respirò.
Ma fu risucchiata nell’oscurità quando il padre posò la mano ferma sulla sua spalla imponendo la sua forza e il suo potere contro di loro. Negò la possibilità del loro amore.
<<Liliana!>> urlò ancora il fratello.
Aprì gli occhi di scatto. Cadde sul tappeto.
Le note inciamparono e caddero a terra con un grande tonfo.
<<Ahiii!>> squittì.
Si alzò lentamente, accorgendosi di essere in sé.
<< Oddio…Ma che stavi facendo? Ti sto chiamando da mezz’ora!>> esagerò suo fratello.
Lasciò la porta che aveva aperto prima dove c’era ancora il suo amico.
<<Abbiamo aspettato i tuoi porci comodi!>> borbottò da lontano.
Lei lo ignorò. Si sistemò.
<< Ciao!>> salutò disinvolta.
<< Ciao…>> rispose lui sibilando.
Respirò forte. Lei gli passò accanto diretta alla scarpiera, per poi uscire insieme a loro.
Il vestito gli sfiorò la gamba.
Lui rimase fermo, dietro di lei. Fissandola.
Sospirò. Cercò di fermare quel cuore che scalpitava.
L’aveva vista danzare. I suoi occhi cerulei si erano bloccati su quella bellezza improvvisa e inaspettata. Mai prima l’aveva notata.
Cieco. Chiuse gli occhi per ricordarla lì, scalza, a ballare, con quel vestito verde che le donava.
Con gli occhi chiusi, con sorriso poco accennato, con le braccia che si libravano.
Con i capelli castani che scomparivano nell’aria.
Lei interruppe i suoi pensieri, chiamandolo.
<<Marco!>>
Le andò incontro, non sapendo che lui l’avrebbe da quel momento seguita.
2° Frame
“La cosa peggiore per un artista è non avere ispirazione.
Si, quella lampadina che si accende nell’oscurità del nostro cervello, quell’intuizione, quell’idea che ci travolge, o come direbbe Platone quella Musa ispiratrice che rende invasati e che trasmette l’invasamento al pubblico.
Come fare per creare qualcosa di veramente strabiliante e originale senza di lei?
Purtroppo quando ne hai bisogno, non arriva mai.
Così seduta sul letto, aspetti che ti svolazzi intorno per acchiapparla.” Aveva pensato un giorno.
Quel giorno scoppiò. Pianse.
Le lacrime scorrevano via. Scivolava in quella sua cascata.
Nessun ramo su cui aggrapparsi. Erano troppo lontani.
Le rupi non bloccavano il suo tragitto. La lasciavano andare liberamente via. Via dal suo posto.
Se avesse raggiunto quel ramo, si sarebbe salvata.
Su quel ramo su cui si era posata una farfalla rosa.
Cadde negli abissi. La farfalla svolazzò via.
Via. Anche lei.
Avrebbe dovuto completare quel puzzle per ritornare ad essere un artista.
Ma le mancavano i pezzi.
Per ora ne aveva trovato solo uno.
Qualcosa la bloccava. I lampi di genio erano spariti, dopo molte delusioni.
Il cuscino ora era bagnato. Si alzò. L’idea era quella di andare in bagno ad asciugarsi il viso.
Uscì dalla sua camera. Superò il corridoio.
Marco era lì come se la stesse aspettando.
Aveva sentito il suo pianto?
Si avvicinò a lui, nascondendo le lacrime. Si fermò di fronte a lui, senza dire una parola.
Lui prese il suo collo, e spinse la testa sulla sua spalla, come un abbraccio.
<< Come stai?>> domandò inutilmente.
<< Male.>>
<<Molto incoraggiante come cosa!>>
Si scostò da lei. Sorrise.
Lo lasciò lì, ed entrò in bagno, senza accendere la luce.
Si sciacquò gli occhi lucidi.
Alzò leggermente la gonna. Spalancò le vetrate e corse fuori sul terrazzo.
Senza lasciar nessuna scarpetta di cristallo. Senza nessun principe che la seguisse.
Come era buia quella notte. Così da far sprofondare indietro il cielo insieme alle stelle.
Si appoggiò sul muretto. Coprì con le mani il suo viso piangente.
Il suo cuore danzava. Ma la sua anima era turbata.
Come poteva provare qualcosa per lui?
Spalancò la porta. La vide lì, così fragile. Così piccola. Così speranzosa.
Lei lo vide dallo specchio.
Come poteva provare qualcosa per un uomo che non avrebbe mai sposato?
Privo di quelle ricchezze, che il padre desiderava in un uomo adatto a sua figlia.
Ma il suo cuore la condannava a lui.
Il suo corpo lo desiderava.
Le labbra richiedevano la sua essenza.
Sentendosi sfiorare i capelli, si girò.
Si girò verso di lui.
<< Sono così confusa!>> singhiozzò.
Come se l’avesse capito, l’abbracciò forte.
<< Non so che fare…non riesco a far nulla…>>
<<Sono spenta. Sono vuota…?>> domandò a se stessa.
Iniziò a respirare forte, per riprendere fiato.
<<Non ti preoccupare. Fra poco andrà tutto bene>> la rassicurò.
L’aveva seguita. Raccolse le mani di lei nelle sue.
<<Amami…>>
Lei spalancò gli occhi.
<<Credimi…se mi amerai, andremo via da qui! Fuggiremo, oltre le montagne, oltre il mare… seguimi.>>
Catturò il suo cuore. Acconsentì.
Annuì.
Lui la liberò dal suo abbraccio. Con le dita sfiorò i suoi occhi, cercò di far scomparire le lacrime, che al solo suo tocco, caddero ancor di più.
Arrossì. Si staccò da lui.
<<Non voglio che tu pianga>>sussurrò.
I suoi occhi erano lucidi. Veri. Cristallini. Puri.
Lei sorrise, imbarazzata.
Senza dire una parola, si coprì con l’asciugamano. Le lacrime evaporarono.
Lui si incamminò nella camera di suo fratello dove prima stavano studiando.
<<Grazie>> sussurrò lei.
E si avviò nella sua stanza.
Via da lui.
Salì sulla carrozza, con pochi bagagli a mano.
Lei gli volse lo sguardo. Strinse la sua mano.
Si girò. La sua casa si allontanava. Con sé anche i suoi obblighi familiari.
Il verde degli alberi copriva le case della sua cittadina, come le nuove speranze coprivano i ricordi.
Il sole stava sorgendo. Fra poche ore qualcuno da lontano avrebbe pensato a lei.
Lui le si avvicinò, consolandola.
E con forte sensualità la baciò, ancora, e ancora, tenendola stretta, non consapevoli che la sua anima stava per allontanarsi da lui. La carrozza uscì di strada.
3° Frame
“È anche vero che l’ispirazione può essere una suggestione, un consiglio, un suggerimento che ci può arrivare da qualsiasi cosa o persona, e arriva all’improvviso, inaspettatamente.
Quindi bisognava coglierla al volo.
Perché come una farfalla che si appoggia su un fiore, il giorno dopo non lo farà più.” Aveva pensato un giorno.
Ora odorava il vapore acqueo che risaliva dalla cascata fin sopra il cielo.
Anche lei si era rialzata, e ammirava quella farfalla che svolazzava da lontano.
Aveva ora due pezzi del suo puzzle.
Più ci pensava, più le idee erano scarse e banali, rendendo i pezzi del puzzle introvabili.
Il quaderno era ancora bianco.
Nessun titolo. Nessuna trama precisa. Nessun tema trattato.
Niente di niente colorava i suoi pensieri con efficacia.
Fissò il quaderno. Si concentrò.
Dopo un po’ lo chiuse e lo buttò sul letto.
Prese la tela bianca, i pennelli, i colori. I regali di suo padre. Dell’artista. Che consapevole delle sue capacità artistiche, la incitava ad interessarsi a più tipi di arte possibili.
“Perché non hai ancora scritto un romanzo?” spesso gli chiedeva, lasciando la figlia senza parole.
Anche adesso non aveva ispirazione.
Così prese vari colori, cercando di riempire quel fastidioso bianco che era ovunque.
Pareti, fogli, tele…
Nessuno sputo di colore aveva colpito queste cose.
Pennellò di rosa, celeste, verde chiaro…cosa era non si capì.
Pensò che la sua mano dovesse guidarla. Che il suo inconscio nascondesse per qualche motivo quello che cercava da tempo. Qualcosa che riempisse quel vuoto.
Quella lastra bianca della sua anima.
I ricordi erano pallidi. Pitturava. Aveva voglia di dipingere il mare.
Anche se non si ricordava di averlo mai visto da vicino. Come non si ricordava come ci fosse finita lì.
Eppure eccola. Con una benda sul capo, e le mani sporche di colore.
Il pennello guidava la sua mano e il colore i suoi pensieri.
Giallo, luce. Verde, vegetazione. Azzurro…mare?
Inconsciamente guardava la porta della sua stanza per vedere se era spiata da qualcuno.
Nessuno ovviamente era lì. Come poteva mai esserci?
Perché dovevano guardarla? Nascose i suoi pensieri a se stessa.
Desiderava fortemente che qualcuno fosse lì ad ammirarla.
La sua mente aveva cancellato l’incidente con la carrozza. Il dolore causato dalle ferite, aveva fatto si che lei non si ricordasse più di cosa fosse successo prima. Non si ricordava nemmeno chi fosse lui. Lui che la stava osservando dietro la porta di vetro nella clinica in cui era stata mandata per curarsi. Era intenzionato a confessargli il suo amore e farsi ricordare da lei.
I dottori affermavano che se le fosse stato vicino, forse avrebbe ricordato chi fosse.
Ma il padre aveva impedito che lui venisse in contatto con lei informando l’intero ospedale.
Perciò la osservava da lì dietro travestito, con vesti nuove e parrucca.
Restò lì a fissarla, pensando cosa fosse giusto dire e come informarla.
Marco era dietro quella porta.
L’osservava agitato. Sapeva che era il momento giusto per agire.
Sapeva che avrebbe dovuto approfittare che il suo amico fosse un attimo uscito e che quindi fosse libero di confessargli il suo interesse. Ma le parole si perdevano nelle sue paure.
E inoltre come poteva interromperla nel suo lavoro? Era così bella quando era intenta a fare qualcosa. E poi era sicuro che lei non ci avesse mai pensato che sarebbe potuta nascere una storia d’amore tra loro.
Erano buoni amici. Inoltre lui era il migliore amico di suo fratello.
Era fin troppo strano pensarci. Ecco perché non lo aveva fatto prima di quel giorno della festa.
Così all’improvviso, si accorse della sua bellezza, della sua sensibilità e della sua dolcezza. Aveva cercato di starle vicino il più possibile in questi giorni per vedere se lei ricambiasse i sentimenti.
Eppure lei non parlava, non mandava segnali decifrabili.
Era silenziosa.
Ad un tratto si girò. Lo vide. Immobile.
Si decise. Entrò nella stanza.
Lei lo guardò spaventata. Lui si tolse il travestimento.
<<Chi sei?>>
Fu una pugnalata al cuore.
Ma consapevole di come avrebbe reagito, si avvicinò, e le porse il suo fermaglio rosa.
Quello che le era caduto al ballo.
<<Non voglio farti del male. Sono venuto per restituirtelo.>>
<<Si…grazie…è mio.>> sorrise intimorita.
Rimase immobile affianco a lei, senza sapere che fare.
Lei gli indicò il quadro, <<Le piace?>>
<<Oh…si, molto bello. È il mare?>>
<<Che ci fai qui?>> disse infine lei. Lui era immobile e in silenzio, come pietrificato.
<<Tuo fratello è uscito un attimo.>>sussurrò.<< Posso guardarlo?>> aggiunse curioso.
<<Oh. Si. Certo. Anche se per ora non è niente.>>
Lui entrò nella stanza e si sedette affianco a lei.
<<Bello. Anche se non so cos’è.>>
<<Grazie.>> rise, << Nemmeno io.>>
<<Ho pensato che se non mi viene in mente niente da scrivere, posso nel frattempo dipingere.>>
<<Si…bella idea.>>
Era agitato. Non sapeva come pronunciarle ciò che sentiva.
<<Lily>>mormorò.
Gli volse lo sguardo.<<Si?>>
<< Io ti devo parlare.>>
Si inginocchiò per guardare meglio il quadro.
Lei guardò da vicino il suo viso.
La sua figura gli assicurava che lo aveva già visto. Ricordava quella chioma castana che spesso gli copriva gli occhi. Così sfiorò i suoi capelli, e li spostò. E i suoi occhi…
Il mare. Azzurri come il mare.
Rimase immobile. I ricordi riaffioravano nella mente e ripresero colore. Ebbe un intuizione.
<< Non è il mare.>>
Lo guardò con ostinazione.
Lui si girò verso di lei. Lei finalmente sorrise.
Istintivamente l’abbracciò. La strinse a sé. L’aveva appena ritrovata.
<< Ti amo.>>confessò lei.
<<Non lo dire.>> lo zittì.
Spalancò gli occhi. A quella negazione si innervosì. <<Cosa non dovrei dire?>>
<< Non devo dirti che mi piaci? Che vorrei che potessimo conoscerci meglio? Che mi vedessi in un modo diverso, non solo come amico di tuo fratello!>> confessò tutto di un fiato.
Si ammutolì.
A Liliana mancò il respiro.
<<No…non…so che dire.>> balbettò.
Le cadde il pennello di mano.
Non riusciva a guardarlo in faccia.
Il cuore le batteva forte. Voleva scomparire in quel suo ossessionante vuoto.
Si guardò intorno, come se stesse cercando qualcosa. Le parole.
<< Non dire niente. Ho sbagliato.>> si alzò.
<<Fa come se non ti avessi detto niente…>> mormorò, e chiuse la porta dietro di sé, sbattendola.
Il tonfo interruppe il silenzio.
Chiusero la porta. E uscirono con i bagagli in mano.
Partivano di nuovo. Questa volta sarebbero andati al mare.
Stava per iniziare una nuova vita per loro. Non l’avrebbero sprecata questa volta.
Nessuno avrebbe più impedito la loro felicità.
Saliti sulla carrozza, salutarono la cittadella.
Lui accarezzò il suo viso. Sfiorò con le labbra il suo nasino.
E sistemò tra i capelli il fermaglio a forma di farfalla.
4° Frame
“Bisogna avere l’ispirazione in tempo, altrimenti qualcuno potrebbe pensarla prima di te. Potresti perderla.” Aveva pensato un giorno.
Rosa. Una macchia rosa indistinta nel cielo.
Si avvicinò a lei.
Era la farfalla. La sua.
Svolazzava intorno a lei senza farsi acchiappare.
Infine si appoggiò su un ramoscello, in un bellissimo prato verde.
Verde come il suo vestito quel giorno. Ora ricordava bene il modo in cui Marco la guardava.
E tutti gli avvenimenti che successero sempre con lui. Nell’ultimo periodo lui era venuto a casa a studiare col fratello, ma trovava sempre il modo per dedicarle tempo. Le dava una spalla su cui piangere. Le parlava con gentilezza. La consolava.
E anche quel giorno che l’aspettava, aveva capito che aveva bisogno di qualcuno e asciugò le sue lacrime. E i suoi occhi erano lucidi, mentre le supplicava di non piangere.
I pensieri le si affollavano nella mente, con velocità le facevano vivere i ricordi che riguardavano lui. Lui voleva amarla.
Tutto ad un tratto era chiaro. Distinto e candido.
Aveva trovato la morale alla fine della favola.
Finalmente aveva aperto gli occhi. L’ispirazione arrivò, come il tuono sussegue il fulmine. Così improvvisamente si rese conto che “lei ricambiava.” Lei voleva amarlo.
Cercava con disperazione la sua figura. La sua fonte di salvezza in quell’abisso.
In quel vuoto.
Voleva essere ammirata da lui, consolata, salvata. Il suo amore avrebbe riempito finalmente il suo cuore, e quella lastra bianca che chiamiamo anima. Grazie a lui sarebbe divenuta riccamente colorata di parole.
Fissava la porta per vedere se c’era.
Gironzolava per casa alla sua ricerca.
Si mostrava bella per lui.
Si alzò. Aprì la porta e corse.
In fondo al corridoio c’era lui ad aspettarla, speranzoso che prima o poi sarebbe corsa da lui.
Prese le sue guance e le tirò a sé.
A quello sfiorarsi di labbra, l’anima librò.
E la farfalla le si posò sulla mano.
Ormai sua.






Li ho stampati tutti e li ho letti con calma.
Probabilmente a causa dei miei limiti io questo brano non l’ho capito. Mi sono sembrate frasi scritte a casaccio e messe l’una vicina all’altra. Spero di leggere qualche commento che mi aiuti a capirne almeno l’insieme.
Anto.
Io neppure l’ho capito.
Mi auguro che l’autore spieghi questo racconto perché con molta vergogna io ammetto di non averlo capito.
A me non sembra così incomprensibile…anzi tuttaltro…mi è piaciuto abbastanza :D…
naturalmente è tutt’altro non tuttaltro (dannato apostrofo xD)
Mi colpisce il messaggio che l’autrice vuole mandare ai lettori. Le frasi considerate “scritte a casaccio” non sono altro che pensieri “singhiozzati” che esprimono lo stato della protagonista oppressa da quel vuoto cioè la mancanza di ispirazione che compare però nelle scritte in corsivo.
A me è piaciuto! Complimenti… :)
Beh non credo siano frasi a casaccio… mettere frasi in molta punteggiatura o inserire periodi chiusi sta a significare un distacco di pensieri… E’ una genialata sopratutto nei primi frame quando la ragazza è confusa… Quasi a marcare ogni singolo pensiero… E’ un racconto efficace, fluido, si legge praticamente da solo… Ottimo lavoro Federica
Eccellente!Un racconto davvero molto scorrevole,interessante,emozionante.Rende benissimo l’introspezione psicologica della ragazza.Davvero complimenti a Federica.
Veramente una bella storia, brava! Però se devo criticare qualcosa è lo stile: hai voluto strafare, sembra un pò troppo una imitazione di OSCAR WILDE, troppi paroloni, troppe metafore, e frasi troppo brevi che possono sembrare sconnesse. Però sei riuscita a far trasparire tutte le emozioni della ragazza e a farle vivere anche a me, brava Fede
INTERESSANTE…interessante come si avviluppa e si sviluppa la struttura elicoidale del racconto: le due storie parallele con qualche punto di contatto crea in chi legge uno “sfasamento” sia temporale che spaziale… efficace è anche la scelta di utilizzare uno stile diverso per le due storie; quello della fiaba e quello del romanzo.
bello!
Io l’ho trovato molto bello! Penso che più che due storie messe in parallelo Federica abbia interposto un pezzo di realtà tra lei e il racconto! Le riflessioni sull’ispirazione abbracciano sia la storia che la condizione dell’artista in se e creano un circuito lineare tra la scrittrice e i suoi personaggi che e’ davvero notevole! E’ difficile fare questo senza creare un distacco fastidioso nel racconto ma qui la storia sembra prendere forma da sola.Molto bello!!
Il brano è un po’ criptico e non è semplicissimo da capire, sono presenti molte metafore e si possono trovare diverse chiavi di interpretazione, ma assolutamente non è incomprensibile!
L’autrice affronta un tema trattato da pochi: l’insoddisfazione, l’incapacità di andare avanti, quella malinconica sensazione di vuoto… insomma la mancanza di ispirazione che, prima o poi, bussa a tutte le porte.
Federica Auriemma con le sue parole ci racconta com’è questo stato d’animo, questa “malattia”, comunicandoci l’angoscia della protagonista attraverso un ritmo sferzante e monotono che pervade l’animo.
Ma l’autrice non si limita a questo: nel brano infatti è presente anche un ritmo impetuoso, travolgente, caotico, con cui ci mostra, dal suo punto di vista, la soluzione del problema, la “cura”, e proprio perchè quest’ultima è soggettiva, lascia spazio all’interpretazione e alla fantasia del lettore!