“Signor Alessandrini?”
Egli non rispose.
“Carlo?”
Finalmente il regista Carlo Alessandrini si riscosse dal torpore che lo avvolgeva, uscendo da quello che alla sua assistente sembrava un momento di distrazione, e che in realtà era un curioso incanto. D’altro canto, quando mai quella donna lo aveva chiamato per nome?
“Mi dica, Anna.”
La sua assistente cominciò a farneticare a proposito di alcune telefonate dei produttori, e di richieste fatte dai molteplici agenti del suo attore protagonista, quasi senza prendere respiro. Ma Carlo Alessandrini, pur vedendola parlare, non la ascoltava, perché in quel momento tali questioni non potevano certo arrivare a risvegliare il suo interesse impegnato a curarsi del nuovo, splendente pensiero che aveva attraversato la sua mente fino a pervaderla per un infinito istante. Lo aveva portato lontano…lontano da quel mondo frenetico e ipocrita, fatto di falsi sorrisi e di amori recitati, di viscidi cacciatori di denaro che tentavano di amalgamare ciò che era diverso dall’usuale e di malefici operatori che giudicavano con distacco lavori che non erano in grado di comprendere.
No, a Carlo Alessandrini, in quel momento, non interessava nulla di tutto ciò, anche se ne aveva fatto parte per tanto tempo.
Era infastidito da quella donna che da tanti anni lo accompagnava, irritato da qualunque parola uscisse dalla sua bocca…parole che gli regalavano una prospettiva di freddi, impersonali, opprimenti compiti; parole minacciose, come se non uscissero da due labbra con troppo rossetto ma dalle fauci di un feroce e minaccioso animale, troppo grande e troppo pericoloso per essere gestito dall’animale-uomo.
“Mi ascolti, Anna: richiami gli attori, rigiriamo tutta la scena.”
I due tornarono verso le stanze opportunamente immaginate da sapienti scenografi e costruite con ben poco coinvolgimento da alcuni gelidi operai. Tanto lavoro per creare una semplice stanza…una cucina, anche se sembrava tutto tranne che una stanza dedicata al mangiare, al rapportarsi insieme davanti a del buon cibo. La finzione era diventata tanto ingombrante da schiacciare la realtà che doveva inizialmente solo imitare, o almeno restituire attraverso metafore…succedeva spesso ormai, in quel mondo. Stanze sfarzose assegnate a personaggi comuni che vivevano in situazioni ed ambienti che non erano certo ordinari, comuni, vicini alle persone, agli spettatori. Tali ambienti, semplicemente, non erano…vivi.
Invece era stata più viva che mai l’immagine che aveva colpito e poi rapito la sua mente.
Carlo Alessandrini di solito immaginava lo svolgimento di una scena. Era il suo lavoro di regista: lui doveva vedere, prima che con gli occhi, con la mente.
Ma non aveva mai vissuto una delle sue scene.
Mentre guardava i suoi attori ripeterla, li odiò.
Perché quel che aveva visto, e che ora era sotto i suoi occhi scialbamente rappresentato e privo di tutto il significato che per lui aveva, era tutto ciò di cui aveva bisogno, e mai se ne era reso conto.
Un semplice abbraccio.
Odiava l’attore, perché non sentiva.
Odiava l’attrice, perché non trasmetteva.
Odiava Anna, perché parlava senza in realtà dire nulla.
Odiava tutti, perché lo ammiravano.
Carlo Alessandrini non aveva mai avuto problemi di autostima. No, le sue regolari dosi di elogi erano state sempre presenti fin dai tempi dei suoi studi.
Ma a volte avrebbe preferito non aver mai avuto quel carico di fiducia altrui nei suoi confronti.
Perché la soddisfazione e la gratificazione personale è ciò che l’uomo cerca, ma l’affetto e la vicinanza delle persone è ciò di cui l’uomo ha bisogno.
Un semplice abbraccio.
Tutti gli facevano i complimenti, tutti gli dicevano quanto fosse bravo. Ma nessuno si poneva al suo livello. Non facevano altro che decantarlo…e si sentivano inferiori a lui.
Carlo Alessandrini si apprezzava, ma cercava di non considerarsi superiore a nessuno. Non sopportava che gli altri lo facessero. Chi era lui, d’altronde? Non si considerava un artista, come qualcuno lo aveva chiamato in passato. Pensava di essere niente più che un onesto mestierante con una buona fantasia. Una persona che si era affacciata al mondo del cinema e del teatro con idee, con entusiasmo, con passione, caratteristiche la cui entità era negli anni molto diminuita. Perché lo esaltavano tanto? Perché lo costringevano a chiedersi se fosse veramente migliore, facendolo sentire in colpa? Perché non la smettevano di parlare di lui e non cominciavano a parlare con lui, alla pari?
Perché diavolo gli davano continuamente ragione, senza mai contrastarlo, dando per verità insindacabile qualunque cosa dicesse? Come poteva crescere, senza alcun confronto?
Un semplice abbraccio.
Pochi minuti prima, Carlo Alessandrini non aveva semplicemente visto la scena, ma l’aveva sentita.
Ma l’uomo presente nell’immagine della sua mente non era il suo attore protagonista, bensì il volto era…si, era il proprio, non c’era alcun dubbio.
Aveva chiuso gli occhi…e si era sentito abbracciato. Era meraviglioso, era…era sublime, era emozione.
Aveva trasceso la semplice immaginazione, era entrato nella scena, l’aveva sentita, vissuta, senza programmarlo…e si era reso conto che era tutto ciò che desiderava.
L’affetto di un abbraccio non poteva essere altro se non l’essenza dell’arte stessa: emozione.
In una vita intera, lui non era riuscito ad abbracciare mai nessuno spontaneamente, con convinzione. Semplicemente, non gli veniva naturale farlo. Perché non sapeva farlo.
E in quel mondo in cui la realtà era ormai sempre più distante, non era riuscito ad impararlo.
Sapeva solo sbraitare qualche ordine, e fu quello che fece.
Con difficoltà, istruì più e più volte i due celebri attori. Ad un occhio non esperto poteva sembrare qualcosa di semplice, ma non era così.
I due, reduci da esperienze diverse ma di discreto successo, gli erano stati imposti dalla produzione: il regista non aveva grande influenza sul processo di casting. Ciò lo irritava…guardò il protagonista principale, che aveva inanellato tre o quattro successi consecutivi al cinema, interpretando quattro persone diverse, eppure quattro personaggi assolutamente identici. L’attore appariva infastidito dall’insistenza del regista, ma Carlo Alessandrini non vi badò. Per una volta nella sua vita, voleva riuscire a creare finalmente qualcosa che fosse suo, mandando al diavolo tutto il resto.
“E…STOOOP! Buona questa, la teniamo. Per oggi chiudiamo qui.”
Tutta la troupe fece sentire il proprio applauso.
In quel momento, Carlo Alessandrini si trovava in disparte, alle spalle degli operatori.
Voleva che fosse così.
Non sentiva autentico entusiasmo da parte loro…gli applausi erano frammentati, sparsi e disturbati da molti mormorii. Ma scelse di non badarvi.
In quel momento, Carlo Alessandrini stava sorridendo sinceramente mentre si trovava sul proprio posto di lavoro, e non gli era mai accaduto prima.
Non gli importava dei borbottii, anche se poteva immaginare i commenti. Era una scena che mancava dell’ingombrante atmosfera struggente e melodrammatica che molti dei presenti si aspettavano. Una scena troppo spoglia, serena, semplice.
Carlo la adorava.
Non aveva mai osato sentirsi eccessivamente bravo…nessuno mai rimarcava i suoi errori, perciò era costretto a cercarli da solo, fino a diventare ossessivo, ad interrogarsi su ogni sua mossa. La sensazione di essere stato scontato, di non raggiungere nello stile estetico altri professionisti a cui si ispirava, ma soprattutto l’idea che non ci fosse mai abbastanza “anima” in una scena non lo abbandonava mai.
Quel giorno, Carlo Alessandrini dimenticò qualunque paranoica ricerca di errore.
Ci era riuscito, se lo sentiva dentro.
I due attori avevano fatto semplicemente ciò che andava fatto, senza pesantezze, senza artificiosi sospiri o truci espressioni.
Ciò che il regista vide fu semplicemente qualcosa che sembrava naturale, vero.
Vide ciò in cui voleva essere…ciò che voleva ricevere.
Un semplice abbraccio, nient’altro.
Carlo non poté non riflettere sul significato dell’arte e del suo lavoro.
Il cinema.
Si trattava solo di raccontare una storia che fosse vicina, se non a tutti, a qualche spettatore. Era ciò che voleva fare, e per una volta ci era riuscito, almeno con quella scena.
Era vicina a lui.
Carlo Alessandrini si asciugò la lacrima che scorreva sul suo volto, per poi tornare tra gli operatori, congedandoli. Quel giorno aveva ottenuto ciò che voleva.
Aveva scoperto un piccolo pezzo di se stesso, grazie al cinema. Non a caso, essa era considerata un’arte.
Forse si trattava solo di questo…un pensiero colpì Carlo. Che l’arte fosse davvero un modo per analizzarsi, sia per chi creava sia per chi vi assisteva.
Sperava che, vedendo quella scena, almeno qualche spettatore vi avrebbe visto qualcosa, ma non sapeva cosa. Semplicemente, che li spingesse a riflettere su se stessi, come aveva fatto lui quel giorno.
Carlo Alessandrini non voleva comunicare un messaggio preciso con quella scena. Ma desiderava solo che a qualcuno di coloro che l’avrebbero guardata ne fosse arrivato uno, collegato a loro stessi come individui.
Il regista si diresse all’esterno della struttura, pronto a godersi il resto della giornata libera.
Era soddisfatto.






Il racconto è frutto di un’idea originale, ma la forma e lo svolgimento ne hanno diminuito di molto il valore. Forse un po’ più di “non detto” avrebbe giovato.
Anto.
Antonella, grazie di aver lasciato la tua impressione al mio racconto. Prendo atto di ciò che hai detto: d’altronde ciò che cerco è di migliorare come scrittore, e qualunque impressione di chi legge è utilissima perché mi rende più chiare le idee su ciò che ho fatto.
Ammetto che si tratta di un racconto che mi ha messo molto in difficoltà, e penso di essere stato un po’ pesante nell’esposizione.
Un saluto,
Ahmed Awad Alla
Già dalle prime righe si è capita la fine. Non mi ha appassionato.
In effetti qualche limatina non ci starebbe male, però l’idea è buona.
Ciao Gianluca,
anche qui, terrò in conto del tuo commento. Il racconto non puntava però sull’imprevedibilità, che non ero in grado di inserire in questo tipo di storia, ma sull’introspezione psicologica. Sfortunatamente, non sempre essa risulta appassionante, soprattutto in base a come è gestita, e non credo di averla gestita al meglio.
Un saluto,
Ahmed Awad Alla
Paolo, ringrazio anche te per il commento. Sono contento che quantomeno l’idea sia piaciuta.