148 votes, average: 2,97 out of 5148 votes, average: 2,97 out of 5148 votes, average: 2,97 out of 5148 votes, average: 2,97 out of 5148 votes, average: 2,97 out of 5 (148 votes, average: 2,97 out of 5)
Votazioni terminate.
torna all'elenco dei racconti | 720 lettori
condividi su: Facebook Twitter

Bartarelli Leonilde I tre comignoli



Eccomi qua di nuovo.
Ed ecco qui la solita sensazione. Ogni volta che arrivo a Firenze c’è un piccolissimo, ridicolissimo struggimento al basso ventre che mi coglie nonostante tutto il mio autocontrollo. Mica nostalgia, che sciocchezza, no di certo! Non sono davvero la persona che si lascia andare a stupide emozioni inutili. La nostalgia proprio non mi riguarda, come il rimpianto o altro. È solo un sospiro. Non indaghiamo per cosa. Non ho bisogno di indagare: vivo il presente, io, non mi volto a guardare i gradini saliti né quelli da salire: godo di quello su cui sono adesso.
Bene, Firenze dicevo. Lasciamo via altri pensieri e non rivanghiamo fantasmi sepolti, per favore. Concentriamoci qui.
Di nuovo a Firenze per un vernissage, come ogni anno.
La mia personale nella maggiore galleria della città.
“Benarrivata Agata”. Che titolo cretino e ridicolo! Ma Giuliano sostiene che è perfetto, accattivante, adattissimo al mio lavoro e lui, nonostante tutti i suoi difetti, coi titoli ci azzecca sempre, devo riconoscerglielo. Soprattutto quando a me sembrano scemi come questo.
Giuliano è il mio gallerista. Conosciuto quasi quarant’anni fa, quando sono arrivata a Firenze e per pagarmi gli studi all’Accademia di Belle Arti posavo come modella. Tempi lontani che non val la pena rivangare. Lui bazzicava l’ambiente facilitato dal fatto che suo padre possedeva la più importante Galleria d’Arte Contemporanea della Toscana. Tutti, indistintamente tutti, noi aspiranti artisti, lo coccolavamo. Se sforzo la memoria credo persino che sia venuto a letto con me, forse, quando avevo vent’anni. Una o due volte. Ma è così difficile pensare a lui in questi termini. Con la vita  è diventato il mio migliore amico e anche il miglior socio in affari. Certo, ci guadagna (e bene) con il mio lavoro, ma insomma, è umano, no? Meglio per me.
Io sono un’artista, una pittrice. Agata, meglio conosciuta come Agata dei Cuori. Da quindici anni dipingo quelli che Giuliano ha battezzato Cuori di Nascita.
Ci sono mestieri peggiori.
Grandi cuori circondati da pizzi, cesellati con certosina pazienza con una potente lente d’ingrandimento, perfetti in ogni particolare, che emergono da cieli impazziti, mari in tempesta, foreste folli stravolte dal vento. Ingres che scaturisce dal più scatenato impressionismo di Turner. Opposti assurdi per quadri assurdi.
Eppure sono diventati di gran moda nella Firenze bene. E non solo qui. Quando nasce un bambino regalare un bel 90 x 90 di Agata dei Cuori è il non plus ultra della raffinatezza. I nonni soprattutto impazziscono e si sbizzarriscono nella scelta dello sfondo e del pizzo, tirando fuori dall’armadio per farmeli copiare abiti da sposa che si sbriciolano solo a guardarli.
Finché dura mi va bene. Il mio primo marito, il vecchio Conte che ho sposato a vent’anni e che è morto ormai da altrettanti, mi ha lasciato la bella fortuna con cui vivo e l’appartamento sulla passeggiata di Camogli col golfo del Tigullio e il monte di Portofino davanti, ma le spese sono tante e la soddisfazione di spendere le belle cifre che guadagno è sempre grande. Senza contare che adoro dipingere. Anche semplici Cuori di Nascita. Anzi, riuscire a renderli il più possibile kitsch e assurdi è impagabile.
“Benarrivata Agata” che titolo ridicolo! Gioco con l’invito al vernissage che mi ha dato il portiere dell’albergo: non l’avevo ancora visto.
L’ultima commissione che ho avuto è stata per una bambina chiamata, appunto, Agata. E Giuliano ha giocato sul doppio ruolo del nome. Come se mi fossi fatta un Cuore di Nascita per me. O una lapide tombale, ho ribattuto io a telefono, gelandolo. Non apprezza scherzare con certi argomenti. Ma io sì e tutte le volte è questa guerra.
Cielo rosso con sfumature viola e gialle, nuvole accavallate che si rincorrono. Cuore rosa pastello, pizzo di Fiandra del XVII secolo e scritto in oro, appunto, “Benarrivata Agata” con svolazzi e risvolti. Il tutto un metro per un metro. Immagine scelta per la locandina e gli inviti.  Dice che è emblematico e diretto. È lui l’esperto.
L’albergo che Giuliano mi ha prenotato non è il solito. Ho sempre preteso quello in Piazzale Michelangelo: ampia vista, luce, i tetti di Firenze fino alle montagne. Il cielo. Adoro i cieli. Ho bisogno dei cieli come dell’aria che respiro. Dice che è in restauro e che l’unico che ha trovato è questo, infossato in centro. Ho finto di credergli ma medito vendetta. Qui la finestra dà sull’ultimo piano della casa di fronte. Di cielo se ne intravede solo una striscia in alto. Ed è anche grigio e anonimo.
Sono stizzita.
Sono viziata.
Sono egocentrica.
Sono egoista.
Ho soldi, quasi sessant’anni e tutto il diritto di pretendere il meglio.
E che nessuno si azzardi a contraddirmi.
Come una bambina mi diverto a elencare tutti i miei difetti, con la soddisfazione di poterlo fare.
Stizzita, viziata, egocentrica, egoista. Già e chi ha detto che sono difetti?
Aria, aria.
Finestra spalancata nonostante faccia fresco. A Firenze non si sta mai bene: o si bolle o si gela. In qualsiasi giorno dell’anno. E poi ci rido: ehi, vecchia brontolona quanto ti piace mugugnare, eh?
Inciampo nel comodino. Che ci fa così scostato dal muro? E non rientra nel suo spazio neanche a spingerlo.
Che posto orrendo! Ma Giuliano mi sente, oh, se mi sente. Pregusto la scena madre isterica in cui mi esibirò.
Ho tutto il giorno libero. L’inaugurazione è alle sette di sera e Giuliano non mi vuole intorno quando allestisce. Dice che gli artisti rompono le scatole e basta, in queste situazioni, che si fanno prendere da crisi isteriche e di panico. Semplicemente ha il complesso dell’onnipotenza e gli piace spadroneggiare, tutte qualità che ho anche io, quindi è meglio gli lasci fare il suo lavoro. Del resto se ne appende uno a sinistra e l’altro a destra a me che importa? È il suo lavoro. Con quello che prende che almeno la fatica di piantare chiodi la faccia lui.
Mi aggiro nella stanza. Per lo meno è abbastanza spaziosa.
Sì è vero, sono nervosa. Mi scoccia ammetterlo ma è vero. Ogni vernissage mi innervosisce. Solo un pochino, è logico. Sciocchezze, che sto a dire? Figuriamoci. Tanto so come calmarmi.
Mi infilo una tuta comoda, sposto la poltrona stile impero e velluto rosso macchiato in un angolo, stendo il tappetino da yoga.
Sono passati i tempi in cui potevo permettermi le posizioni più ardite, ma ho imparato ad ascoltare il mio corpo e i limiti a cui mi posso spingere. Lo yoga è come un vestito che si adatta all’età e alle condizioni e riesce a darmi forza e tranquillità quando lo pratico.
Respirazione, riscaldamento, qualche sequenza per alleggerire la tensione della spina dorsale e sono pronta per il Saluto al Sole. Mi muovo, mi allungo, mi piego. Le pressioni si sciolgono. All’improvviso un brivido lungo la schiena. Fiato corto. Eccitazione.
Resto immobile nella posizione dell’Eroe, ginocchio sinistro a terra, destro sollevato, mani all’altezza dei fianchi.
Davanti a me il riquadro della finestra è diventato un quadro, il più stimolante quadro da dipingere che la fantasia possa suggerire.
Grazie alla diversa angolazione la casa di fronte è ridotta al solo tetto: a metà esatta della linea si stagliano nel cielo grigio tre comignoli. Tre semplici comignoli banalissimi. Uno sghembo, uno diritto, uno inclinato. Qualcosa scatta nella mia mente.
Succede così. Ogni tanto appaiono queste immagini che a nessun altro dicono qualcosa e che a me “parlano”, raccontano, emozionano. E mi fanno salire le lacrime agli occhi.
Chiudo gli occhi, inspiro, espiro, mi concentro sul diaframma. Li riapro ed è sempre lì.
L’Opera Perfetta. Il Quadro che devo dipingere.
L’ansia, l’ansia mi assale e neanche con la respirazione riesco a calmarla.
Mi alzo troppo in fretta appoggiandomi al letto. Una smorfia per la fitta al fianco. Eccola l’età. Ma non riuscirà a fermarmi.
Il terrore che l’immagine mi scappi, sfugga prima che io riesca a fermarla. Succede, succede, a volte non sono abbastanza svelta.
Una matita, un blocco! Perché come una sciocca ho lasciato a casa acquarelli e fogli? Cosa usare?
Frugo nella borsa gettata sul letto, una ricevuta, una biro che non scrive. Tutta roba inutile.
Ma so io cosa fare.

Eccomi qui. Tornata. La soluzione più semplice: una corsa al negozio di Belle Arti in via dei Servi. Per lo meno è qui vicino, riconosco che dal Piazzale Michelangelo avrei impiegato più tempo.
So come convincere il mio corpo a stare accovacciato per terra per lungo tempo senza intorpidirsi, ma tanto oggi non sentirei nessuna fatica.
La poltrona di velluto è perfetta come cavalletto. Se si macchia ulteriormente farà nulla. Giuliano pagherà.
Acquarelli, acqua, pennelli, foglio di carta di riso bello grande. Sono pronta. I comignoli sono lì, incorniciati allo stesso modo. Perfetti.
So che non mi alzerò finché non avrò finito, finché non avrò catturato tutta l’anima dei tre comignoli.
Avrei preferito usare gli oli, ma avrebbero impiegato troppo tempo ad asciugare. Acquarelli, allora.

Il cielo grigio. Insipido, anonimo puro sfondo. Volutamente senza soffio di vita. Non è lui il protagonista.
Solo una tonalità più scura per il tetto. Anche lui liquidato in fretta. Non mi interessa.
Un respiro e poi mi tuffo sui comignoli. Tre. Tre comignoli. La mia vita. Il mio passato, il mio presente, il mio futuro.

Il primo comignolo: sghembo, piccolo, ripiegato su se stesso.
Il passato.
Mia madre.
Mai così vicina come adesso, resa lontana e svanita dalla malattia. Vegetale quasi, ora tocca il mio essere come mai era successo. Quell’estranea che mi ha cresciuta scegliendo di vedere di me quello che voleva e rifiutandosi di accorgersi veramente di me, quella donna che ha sempre giudicato senza capire, senza sforzarsi neanche di interessarsi, anche solo di guardare, ora paradossalmente mi vede. Ora che il baratro della follia senile la separa da quello che è stata, nella clinica di lusso dove vive si sforza di essere gentile con questa estranea che viene a trovarla. È grata, ora. Ora che non ricorda di aver avuto una figlia è felice di vederla. Il suo sguardo è privo di giudizio e di critica solo di gioia. E il suo viso è così simile a quello che vedo nello specchio ogni mattina.
Non posso cancellare il mio passato come non posso cancellare mia madre. Posso solo accettarlo per quello che è. Finalmente amarlo. E amare lei. Senza rabbia, senza astio, senza rimpianto, senza dolore.
Consapevolezza. Di lei e di me.
Il primo comignolo.

Il secondo comignolo: dritto, superbo, massiccio.
Il presente.
Io.
Forte, con i miei sessant’anni portati come altrettante medaglie al valore. Io con il mio successo e la mia sicurezza. Io con il mio ultimo compagno di trent’anni più giovane. Io con il diritto di vivere guadagnato sul campo. Io con i miei quadri e le mie foto. Io con il mio egoismo ed egocentrismo. Con il mio urlo disperato di esistere. Di gridare i miei colori. Sola, dritta a sfidare il cielo. Sola. Sperduta come una bambina in un deserto.
Il secondo comignolo.

Il terzo comignolo: sottile, sfuggente, inclinato di lato.
Il futuro.
Mia figlia.
Enja. Che ripudia il suo nome e si fa chiamare Simona. Che mi ha gettato in faccia il suo disprezzo e ora sulla nave di Greenpeace sfida i balenieri e i cacciatori di delfini in qualche angolo della terra.
Che non manda sue notizie da tre anni. Mia figlia di cui fingo di non provare nostalgia, della cui indipendenza e autosufficienza mi grido fiera. Mia figlia che fugge da tutti, che fugge da me come io sono fuggita da mia madre ma che non sa che ogni fuga è vana: siamo tutte unite, qui, strette insieme. Siamo la stessa donna in tre abiti diversi. Nessuna di noi può vivere senza l’altra e ognuna di noi vive nell’altra. Anche se separate dagli oceani. Anche se separate dal tempo.
Il terzo comignolo.

Passato presente futuro. Né bello né brutto. Né male né bene. Noi tre. Io in tre.
Sciolgo i colori con le lacrime e li stempero con le dita. Il risultato? Non è importante. Quando dipingo davvero il risultato non importa. È il dipingere stesso il risultato.

I pennelli ora sono a terra. Placata la mia ansia, calmata la mia sete. Catarsi.
Sono esausta. Sorrido come sempre quando riemergo fra le lacrime. Forse ora con l’età sorrido ogni volta un poco di più. Ho imparato a ringraziare con il sorriso questi momenti.
So di non essere né più saggia né migliore di prima. O forse no. Non so.
Il cellulare squilla.
Asciugo sul viso lacrime e colori con la manica e mi allungo verso il tavolino.
L’urlo di Giuliano: – Agata, Agata! Ma dove sei? Stiamo per iniziare!
Il vernissage. L’ho dimenticato. Nella mia voce c’è ancora l’appagamento quieto che mi dà posare il pennelli sapendo di aver fatto quel che dovevo fare. Un po’ sognante e svagata rispondo: – Stavo dipingendo. Comignoli. Presente, passato, futuro.
Silenzio. Poi esplode: – Che bischerate dici? Tu pensa solo ai cuori! Che c’entrano i comignoli? Muoviti, sbrigati. Ci sono acquirenti importanti che vogliono solo te.
Devo andare.
Devo rientrare in me stessa.
Meglio non guardare quello che ho fatto. Sarà senz’altro brutto. Non mi piace mai quello che dipingo, quando ho finito. È solo un prodotto di qualcosa di più grande. Per questo non mi importa nulla di vendere i miei quadri, sono solo oggetti, prodotti. È il piacere sublime di creare che esalta. Il creato poi perde interesse.
Ritornano i sessant’anni nel mio corpo. Con la fatica di alzarsi e di rimuovere le membra rimaste ferme. Anche lo yoga e la respirazione hanno i loro limiti.
Chiudo la finestra. I comignoli spariscono dietro le pesanti tende.
Il vestito da sera, la stola. La maschera dell’artista. Sto per andare in scena.
Mi soffermo un attimo prima di uscire, poi decisa prendo la carta di riso con i comignoli ormai asciutti e la faccio scivolare nello spazio dietro il comodino. Qualcun altro la troverà. Forse a qualcun altro piacerà.

 

4 Commenti

  • Un artista riesce a trasformare in arte anche le cose più banali. Un racconto notevole, mi piace, al di là di alcune “limatine” stilistiche che apporterei, ma nulla di sostanziale.

  • Un pezzo notevole, ho visto la donna, ne ho percepito la presenza. Complimenti.

  • Ecco un altro capolavoro, un’altra penna di artista. Mi associo ai complimenti per come è stata resa in maniera eccellente il binomio arte/artista.

  • Anche questo racconto mi ha colpita. L’autrice è riuscita a trasmettere in maniera eccellente l’inquietudine dell’artista, quell’inquietudine che spesso purtroppo deve scontrarsi con la più volgare realtà contingente ma che non riesce a spegnere la fiamma del talento di chi, anche in situazioni limite, trova la poesia perfino in tre anonimi comignoli.

 lascia un commento...

— richiesto *

— richiesta *

ArtapartEvents2012: associati con noi2012: promuoviti con noi