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Bergamasco Aristide Rosso van Wood



L’imponente Galleria degli Uffizi la guardava silenziosa, dall’alto di secoli della più interessante storia d’Italia e d’Europa. Di lì a qualche ora quelle colonne sarebbero state preda di centinaia di visitatori da ogni angolo del mondo, ma Irene Carli si riteneva una dei pochi fortunati a poter percorrere i corridoi della Galleria dove la massa dei turisti non poteva arrivare.
Oltrepassò con un sorriso i controlli della sicurezza,quindi si diresse verso il proprio loculo, come affettuosamente gli addetti al restauro chiamavano le rispettive, anguste postazioni. Imprecò fra sé: per quanto prima si sforzasse di arrivare, la mattina, lui era già lì. Aveva iniziato a sospettare che dormisse nel Museo.
“Buongiorno” la salutò, ma Irene percepì immediatamente una vibrazione insolita nella sua voce. La dottoressa si avvicinò alla postazione dell’uomo: era la più grande del sotterraneo, ma d’altra parte era lui il responsabile del progetto di restauro a cui lei e una decina di altri neolaureati collaboravano. Ma solo Irene si era innamorata di quel giovane Professore universitario così brillante e appassionato. Così quando Daniele Nicoli le apparve, quella mattina, con la barba lunga e le occhiaie di chi non aveva chiuso occhio per tutta la notte, non sarebbe potuto apparirle più attraente. Dovette trattenersi per non provare a baciarlo.
“Guarda!” le confidò, senza distogliere lo sguardo dalla tela che aveva sotto le mani. Si trattava della pala iniziale di un trittico pervenuto al Museo da qualche settimana. L’autore era un mediocre imbrattatele, ma la sua opera era così apparentemente insignificante che era stata la sua stessa collocazione, nell’angolo più custodito e protetto di un antico monastero, a far insospettire. Infatti, ad un esame ai raggi x era risultato evidente che le scene del Giudizio Universale raffigurate non facevano che celare un dipinto precedente e decisamente più interessante.
Dopo diverse ore di lavoro febbrile e volutamente riservato, il Professor Nicoli era pronto a condividere la sua scoperta con la sua assistente.
“Guarda!” ripeté, eccitato, indicandole la firma del primo dipinto, liberata dalla vernice che lo ricopriva. Era un albero con una grande “A” stilizzata a disegnarne i rami rivolti verso il basso.
Irene deglutì, cercando di prendere tempo, mentre il suo cervello scalpitava per ricollegare il simbolo a qualcosa che lei potesse riconoscere. Si maledisse per quella ignoranza, certa di aver perduto qualsiasi briciola di considerazione di cui avesse goduto sino a quell’istante. Scosse la testa, desolata.
“Non puoi conoscerlo!” le confidò Nicoli, ora tremante. La prese per mano. Cercalo su Internet, cercalo dove vuoi, ma non lo troverai. Perché Anthoniszoon van Wood è stato cancellato dalla Storia”.
Di fronte all’espressione vagamente inebetita della giovane dottoressa, il Professore prese fiato e continuò:
“Anthoniszoon van Wood fu un pittore della fine del millequattrocento. La data certa di nascita non è nota, ma fu arso vivo la notte di Natale del millequattrocentonovantuno”.
“Eresia?” tentò Irene.
“No, peggio. Era un pittore maledetto: dalle sue pale i demoni prendevano vita, le peggiori maledizioni si avveravano. Alla fine fu catturato e arso viso, con un crocifisso legato fra le mani, in modo che non potesse, neppure nell’agonia, tracciare nell’aria i gesti magici con cui pareva imbrigliare la natura stessa al suo volere”.
La dottoressa rabbrividì.
“Ma quando tentarono di riservare la medesima sorte anche alle sue opere, accaddero fatti incredibili: si dice che le fiamme risparmiassero i quadri e si accanissero sui poveracci che tentavano di eseguire gli ordini del tribunale dell’Inquisizione. Pare che da un quadro raffigurante un diavolo si fosse materializzata la immagine stessa del demone, composta interamente di fuoco, e che avesse incenerito un intero villaggio”.
Mosse il pennello intinto di solvente sopra un angolo del dipinto, rimuovendone un altro frammento, sino a svelare il vermiglio colore sottostante. Continuò:
“Nell’impossibilità di distruggere le opere maledette, furono incaricati di renderle inoffensive gli unici che non avrebbero potuto ribellarsi: i monaci di un oscuro convento al confine con la Svizzera. Vi dipinsero sopra, per contrastare il Maligno, la rappresentazione del supremo potere di Dio: il Giudizio Universale” e indicò il modesto dipinto che si stava adoperando per rimuovere.
“Si dice che persino fra i monaci addetti a questo „esorcismo pittorico’ vi siano state dei casi di follia, persino di suicidio. Del convento non rimane neppure traccia. Fu decretato per volere del tribunale dell’Inquisizione che persino il nome del pittore demoniaco fosse rimosso per sempre dalla Storia insieme alla sua vita e alle sue opere”.
“Allora come ne siamo giunti a conoscenza?”
“Grazie a questo” disse l’uomo, estraendo da un cassetto un tomo in pergamena. Una dicitura vergata con inchiostro sbiadito sulla copertina diceva solamente “Cronache”.
“Le memorie di Pietro di Liegi, un pellegrino passato accidentalmente per il villaggio che sorgeva intorno al convento” spiegò, scorrendo con cura religiosa alcune pagine ingiallite.
“Questa” e indicò la pergamena “è l’unica traccia di ciò che è accaduto”. Poi ci ripensò e tornò a guardare il quadro che incombeva alle sue spalle:
“A parte quello, ovviamente”.
La dottoressa osservò il grande trittico, la mediocre pittura che lo ricopriva che già iniziava a cedere sotto le capaci mani di Nicoli.
“Sarà la più grande scoperta della Storia dell’Arte del secolo. Che dico, di tutti i tempi!” disse, fremente di eccitazione. “Ma non possiamo lasciarla qui” concluse, con fare da cospiratore. “Appena gli altri sospetteranno qualcosa” e accennò con la testa al laboratorio ancora vuoto “avremo sul collo giornalisti e Sovrintendenza e chissà chi altri che scipperanno la scoperta e ne faranno un teatro”.
Irene ricordò ciò che era successo recentemente, al ritrovamento di un quadro di Rembrandt nascosto sotto un altro dipinto, le polemiche, le false attribuzioni, il circo che aveva offuscato la meravigliosa scoperta stessa.
“Non capisco…”
“Tu e io” concluse l’uomo. “Termineremo il restauro e lo sveleremo con i tempi e i modi che l’opera merita”.
“Ma… come faremo?” domandò lei sconcertata, indicando eloquentemente la stanza, sapendo, come sapeva anche Nicoli, che di lì a poco sarebbe stata invasa dagli altri ricercatori.
L’uomo la prese improvvisamente per una mano, trascinandola verso la porta posteriore del laboratorio, che apriva su Via de’Castellani. La stretta uscita era ancora ricoperta dai ponteggi dei lavori in corso, non si scorgeva dall’esterno. Le indicò un piccolo camion parcheggiato sotto i teloni, appena rischiarato dalla tenue luce dell’alba.
Irene guardò l’uomo, indecisa. Sapeva che già confessandole il suo piano lui stava correndo un rischio immane: se fosse stato denunciato, la sua carriera accademica sarebbe stata bruciata, senza contare le conseguenze penali del tentativo…
Poi lo fissò negli occhi e sentì un brivido caldo che le percorse tutta la spina dorsale, sino a giungerle alla bocca dello stomaco.
“Facciamolo” disse, d’un fiato.
La vecchia cartiera era illuminata attraverso i grandi lucernari del tetto. Nicoli l’aveva presa in affitto a prezzo stracciato: nella periferia di Firenze, senza linea telefonica, appena servita di luce ed acqua. Al curatore fallimentare che gliel’aveva noleggiata, non era parso vero di riuscire a piazzarla.
La contemporanea richiesta di ferie del Professore e della dottoressa Carli non aveva suscitato alcun sospetto: perché avrebbe dovuto? Il trittico era stato consegnato al Museo la sera prima e della cosa si era occupato quasi esclusivamente l’accademico; per un po’ avrebbero potuto lavorare indisturbati, prima che la burocrazia avesse modo di incrociare i dati e si accorgesse della sparizione di un’opera d’arte. La dottoressa Carli si ripeteva mentalmente che a volte erano occorsi anni, altre le opere si erano semplicemente “smarrite”. Sperava di poter contare sull’inefficienza italiana.
Intanto il lavoro continuava frenetico: spalla a spalla, testa a testa, le mani del Professore e della dottoressa rimuovevano alacremente ciò che i secoli e la superstizione medioevale avevano voluto proteggere.
Mano a mano che l’opera di restituzione proseguiva, i due rimanevano meravigliati dalla loro scoperta.
La prima pala era dominata dal colore rosso. Sulla tela irrorata dell’essenza vermiglia prendevano corpo non già visioni demoniache, come si sarebbero attesi, vista la drammatica storia dell’opera, ma figure di amanti, umani e non, di creature immaginarie, metà uomini e donne, metà animali, altre completamente fantastiche, generati forse da una mente folle, sicuramente geniale nella sua fecondità.
“Nel Medioevo la pittura riveste forte significato simbolico” le spiegò Nicoli, con lo stesso tono con cui abilmente incantava gli allievi durante le sue lezioni all’Università.
La dottoressa, ovviamente, sapeva già ciò che stava per dire, ma rimase ad ascoltare, incantata dal suo idolo.
“Il bianco è il colore di chi si appresta a mutare, a transitare fisicamente o spiritualmente da una fase all’altra della vita. Perciò è assai comune la veste bianca nelle scene della Trasfigurazione e Resurrezione del Cristo. Il giallo distingueva i buffoni e i folli; di giallo sono ammantati i traditori: pensa ad esempio al mantello giallo che avvolge il Giuda raffigurato da Giotto, negli affreschi della Cappella degli Scrovegni di Padova. Oppure il nero, il cui uso viene riservato ai diavoli e alla Morte. Il rosso, di contro è associato alla vita e soprattutto all’amore, sacro o profano che sia: sotto ai manti blu della Madonna e del Cristo troviamo, quasi sempre una veste rossa; di rosso è solitamente rivestito anche il Gesù Bambino in braccio alla Madonna. Invariabilmente di un bel rosso intenso sono poi gli abiti della Maddalena…”
E indubbiamente l’amore era il protagonista di quell’arazzo. Non solo l’amore carnale, anche se molte delle figure dipinte erano cinte in un amplesso. No, mano a mano che le loro mani rivelavano quel segreto celato per secoli, i due letterati scoprivano che i suoi veri protagonisti erano l’amore, la passione. Se i quadri del tempo erano ricchi di rappresentazioni di estasi mistica, le espressioni del protagonisti del dipinto erano rapiti invece da un’estasi dei sensi e i loro volti, i loro corpi rendevano magistralmente quella mutua sensazione.
Nella cartiera il Professore e la dottoressa si erano accampati alla bell’e meglio: un fornelletto a gas per i pasti, qualche scatolone del discount più vicino come dispensa, due materassini e due sacchi a pelo per dormire, per lo più a turno, per non interrompere il lavoro neppure di notte.
Anche se, a onor del vero, neppure con il buio il Professore lasciava la tela, se non per lo stretto necessario per non crollare a causa del sonno o, peggio, per non danneggiarla per la stanchezza.
Neppure grazie alla sua più giovane età Irene riusciva a tenere i suo ritmo e così a volte si trovava a terra, accasciata sotto il dipinto, vinta dal sonno, coperta solo dal plaid che misericordiosamente l’uomo le aveva steso sulle spalle prima di tornare al lavoro. Lei poi si risvegliava, sentendosi in colpa e sempre più piena di ammirazione per la passione, la dedizione che Nicoli dedicava a quel’impresa.
Accadde che una notte, inavvertitamente, avvicinandosi sempre più all’ultima zona del quadro ancora coperta dalla pittura dei monaci, furono le loro mani a toccarsi. Si trattò di un incidente, un contatto che durò solo un attimo, ma per l’eccitazione Irene fece cadere il pennello, imbarazzata. Sollevò lo sguardo verso quello del Professore, certa di leggervi un’espressione di rimprovero.
Invece comprese. No, provò ciò che era raffigurato nel dipinto e fu certa, assolutamente certa, che l’uomo di fronte a lei fosse rapito dalla stessa sensazione. Si sentì arrossire come una liceale alla prima cotta, ma non si ritrasse. E anche la mano dell’uomo non si sottrasse al contatto.
Un secondo più tardi le loro labbra si univano, bocche assetate della stesa sete. Due minuti dopo si stavano strappando i vestiti di dosso, furibondi nella passione che li portò ad amarsi lì, a terra, sporchi di vernice e sul pavimento freddo, appena illuminati dalla luce rossastra che si rifletteva dal dipinto appena svelato nel suo splendore.
I giorni successivi furono i più felici da che Irene si ricordasse. Non sapeva se era di più il tempo che passavano a restaurare la pala o a fare l’amore. Daniele era appassionato almeno quanto lei e, al di là della passione fisica, sembrava altrettanto innamorato. Non smettevano mai di parlare stretti stretti, di baciarsi, di amarsi, consumati dalla fame, dall’amore e dalla venerazione per quel quadro che stava riprendendo vita sotto i loro occhi.
Ormai la prima pala del trittico era stata restituita completamente e, ringraziando le divinità dell’Arte, senza danni, dal momento che la pittura che lo ricopriva, forse stesa di fretta, era stata rimossa senza danneggiare l’opera di van Wood.
Fu il Notturno di Chopin ad interrompere l’idillio. Dopo aver controllato l’identità del chiamante sul display, Irene ripose al cellulare, imprecando contro la sua elegante suoneria e trattenendo il fiato.
“La segreteria” rispose allo sguardo interrogativo di Daniele. “Qualche problema con la richiesta di Dottorato. Ma devo tornare a Roma subito, altrimenti potrei perdere la borsa”.
“Certo” concesse l’uomo, sorridendo. “Ma non tardare troppo: né io né lui” e indicò il quadro ”possiamo stare senza di te…”
“Farò prestissimo” promise lei, ma Daniele fu lesto ad afferrarla per un braccio e a trascinarla di nuovo a sé e alla sua bocca. Si amarono nuovamente, febbrilmente.
Poi, stremata, ma rassegnata, Irene si sottrasse alle sue attenzioni e si precipitò alla macchina, quindi alla stazione. Il viaggio in treno per Roma le parve interminabile.
In segreteria, però, le cose non andarono come avrebbero dovuto. La richiesta andava completata con un nuovo modulo, disponibile in un’altra sede della Facoltà di Lettere, che ovviamente in quel momento era chiusa. Venerdì pomeriggio.
Irene imprecò fra sé e chiamò Daniele al cellulare. Gli spiegò la situazione e sfogò la sua frustrazione per l’attesa.
“Non cominciare la seconda pala senza di me!” implorò, a mezzo sorriso.
“No, no… Torna presto” concluse sbrigativamente lui.
La dottoressa rimase a fissare il display del cellulare, preda di una strana sensazione. Poi si sforzò di controllare la propria ansia: probabilmente Nicoli era solo stanco, come lei, del resto.
Trascorse quasi l’intero sabato in albergo a dormire, riprendendosi dal sonno e dalla stanchezza arretrati, rivivendo anche nei sogni la sua passione.
Domenica mattina non vedeva l’ora di sentire la sua voce al telefono, ma lui non rispose. Facendo distrattamente colazione si convinse che probabilmente l’uomo aveva la suoneria disattivata come al solito. Cercò di godersi la mite giornata autunnale passeggiando per via Condotti, ma neppure le ricche vetrine riuscirono ad alleviare quelle sensazione di smarrita lontananza.
Perché non rispondeva neppure ai messaggi?
Si consumò lo sguardo a fissare l’orologio, nell’attesa che quella giornata interminabile volgesse all’indomani, che la segreteria finalmente aprisse.
La mattina dopo era di fronte alla vetrata chiusa dell’ufficio amministrativo un’ora prima dell’apertura e riuscì ad ottenere subito i documenti mancanti.
Corse alla stazione con mezz’ora di anticipo sul treno che l’avrebbe riportata a Firenze e prese posto sull’Intercity. Recuperò l’automobile lasciata nel parcheggio vicino a Santa Maria Novella e bruciò un paio di semafori per giungere alla cartiera abbandonata, al suo nido d’amore clandestino…
“Dani?” nessuna replica. “Daniele?” chiamò a voce più alta, non ottenendo ancora risposta.
Non c’era traccia dell’uomo. Irene notò alcune lattine aperte e abbandonate a terra, vuote. Doveva essere andato a fare un po’ di spesa, pensò lei,soffermandosi sui desolati resti di quei pasti frettolosi.
Si avvicinò piano al trittico, coperto da un lenzuolo che inizialmente doveva essere stato candido. Ancor prima di sollevarlo, sapeva che Nicoli non aveva mantenuto la promessa ed aveva proseguito il restauro.
Infatti, appena sollevato il drappo, le apparve il frutto del suo lavoro solitario. Questa volta il color dominante era l’oro, anzi no… il giallo.
Giallo che riempiva quasi completamente il dipinto, nella parte già liberata dalla pittura sovrastante, quasi la metà. Persino l’inizio dell’ultima pala, la terza, era abbozzata, nell’angolo superiore. Forse era stata una prova.
Nicoli doveva aver lavorato quasi senza mai fermarsi per tutto il week-end, perché anche da solo era progredito così tanto…
Superata la sorpresa iniziale, Irene iniziò ad osservare la seconda pala e immediatamente fu sorpresa da ciò che raffigurava: scene di follia, di isteria collettiva. Ovunque erano dipinti esseri umani, animali e creature fantastiche, con i lineamenti orribilmente deformati da smorfie di innegabile pazzia. Il cuore iniziò a batterle forte, fu presa da un’ansia inspegabile…
“Eccoti qua!” esplose una voce dietro di lei, facendole scoppiare il cuore dalla paura. “Sei stata tu!” l’accusò Daniele, sventolandole in faccia un giornale con cui quasi la colpì in pieno viso.
Terrorizzata, Irene impallidì, cercando di proteggersi. Raccolse il giornale aperto sulla pagina locale e notò un trafiletto che riferiva della sospetta sparizione di un quadro dal laboratorio degli Uffizi.
“Sei stata tu!” ripeté Nicoli, scaraventandosi sul trittico e tornando a coprirlo, come a proteggere l’opera dallo sguardo ormai profano della donna. “Tu hai avvisato i giornali, e magari i Carabinieri!”
“Cosa?” tentò di giustificarsi lei, il cuore in gola. “No, io non…”
“Fuori!” tuonò lui, aggredendola. “Vattene immediatamente da qui!” e le scaraventò addosso il sacco a pelo e qualche abito dei suoi. Una volta che lei fu fuori, dalla finestra le lanciò anche le ultime cose, così che nella fabbrica non rimanesse neppure una traccia della sua presenza traditrice.
Congelata dalla paura e dal dolore, Irene non riuscì neppure a replicare: raccolte meccanicamente le sue cose e gettatele nell’abitacolo, fuggì via senza voltarsi indietro, la vista annebbiata dalle lacrime.
Quando fece ritorno nel suo appartamento a Firenze, mai questo le era apparso tanto vuoto. Si gettò sul letto vestita e scoppiò un pianto dirotto. Rimase così, fra la veglia straziata e un sonno tormentato da incubi, mangiando appena.
Si alzò dopo tre giorni, come riprendendosi da una malattia, la testa stranamente… libera. Scartò l’idea di fare ritorno alla cartiera: solo il pensiero di rivedere Daniele la angosciava.
Tornò in macchina per iniziare a risistemare le sue cose e si accorse che, sotto il sedile del passeggero, era rimasto il volume in pergamena della Cronache. Lo prese fra le mani e lo esaminò, scorrendolo con la maestria degli occhi allenati, oltrepassò pagine e pagine di cronistorie, sino a giungere alla narrazione delle scene di isteria collettiva che avevano coinvolto il villaggio dove era stato custodito il dipinto. La descrizione del viandante andava più avanti rispetto a ciò che le aveva letto Daniele sul quadro di van Wood:
“Una volta veduto l’opera, questa era la loro condizione: sia gli uomini che le donne erano abusati dal demonio in modo tale che essi si dimenavano atrocemente nelle strade, nelle chiese e nelle case.
Alla fine accusavano dolori al petto così forti che spesso si mettevano a strillare come pazzi e morivano coperti di bava…
Il villaggio venne fatto bruciare dagli suoi stessi abitanti, con le case ancorché piene di persone e fu solo per questo che la follia mortale non si propagasse oltre…
Non era stato un demone ad incendiare il villaggio: erano stati i suoi abitanti stessi, in un autolesionistico gesto di follia collettiva! I suoi occhi lessero oltre, ma la sua mente non poteva che raffigurare su ognuno dei volti descritti in quelle antiche righe le stesse espressioni dipinte sulla tela centrale del trittico. E sul viso di Daniele.
La Panda 4×4 si arrampicava ferocemente lungo la stradina sterrata che portava alla vecchia cartiera.
Anche se la sua mente si rifiutava di crederci, nel profondo sapeva di essere stata lei stessa vittima del pittore maledetto e dei suoi incanti. II colore! Con il primo quadro il colore dominante era il rosso, il rosso della passione. E ai piedi di quel rosso lei e Daniele avevano consumato la loro passione. Ma era il giallo la tinta della seconda tela. Ancora ricordava le parole di Nicoli di solo qualche giorno prima. Il giallo era il colore della follia.
Daniele era stato sopraffatto dalla forza di quelle pennellate mistiche, di quei tratti alchemici. Non si poteva spiegare altrimenti il suo comportamento.
La cartiera incombeva silenziosa davanti a lei, ora.
Nessun rumore.
Precipitandosi fuori dalla macchina, Irene si accorse di percorrere gli ultimi passi con circospezione, quasi con paura.
Perché temeva di sapere, sapeva cosa avrebbe trovato.
Il terzo quadro, quello la cui restituzione era appena stata abbozzata da Daniele mentre lei era a Roma era di un colore ancora più terribile. L’aveva scorto distrattamente, lunedì, concentrata com’era sul dipinto centrale, ma ora le era tornato prepotentemente alla memoria.
Nero. Nero come la morte.
E infatti, proprio dinanzi al suo carnefice, di fronte al meraviglioso e terribile pannello, il corpo di Daniele Nicoli penzolava impiccato da una trave, immobile.
Freddo.
Irene dovette trattenere un conato di vomito. Le lacrime agli occhi, disperata, fece per tentare di calarlo a terra, ma si accorse che sarebbe stato inutile. Non c’era nulla da fare.
Si era tolto la vita come già gli abitanti del villaggio, tanti secoli prima. Furiosa, si rivolse verso il suo immobile assassino, verso il suo boia che la osservava di là dai secoli, ma senza osservare direttamente il terzo dipinto, per non diventarne vittima a sua volta.
Raccolse da terra un giornale, lo stesso con cui il suo amante impazzito l’aveva quasi colpita, lo arrotolo e gli diede fuoco come una torcia, quindi lo avvicinò alla tela.
Improvvisamente la sua testa venne aggredita da immagini di ciò le Cronache raccontavano di chi aveva tentato di fare lo stesso e della sua orribile fine, e ristette.
Infine prese una decisione; raccolse un coltello e fece ciò che doveva.
“E’ sempre un piacere, dottoressa” la salutò Monsignor Verdini.
“Anche per me” rispose cordialmente Irene.
“Mi ha addolorato molto sapere del Professor Nicoli” proseguì il prelato, osservando le abili mani della donna sistemare il grosso cassettone, restaurato magistralmente.
“Già” commentò asciutta lei, cercando di nascondere la fitta al cuore che sempre la prendeva al sentire nominare quel nome.
“Doveva essere stato un dolore insopportabile per lui l’aver rovinato il trittico. Ho letto che non ne è rimasto che la cornice carbonizzata, vero?”
“Proprio così” mentì Irene, cercando di non guardare l’uomo negli occhi. “Daniele… il Professor Nicoli era davvero… dedicato” disse, ripensando alla spiegazione che aveva suggerito ai Carabinieri quando l’avevano interrogata come assistente del Professore suicida e che era stata accettata.
“Chissà come avrà fatto a dargli fuoco accidentalmente: quando vi ho visti lavorare in queste sale l’ultima volta era così attento…”
“Chi può dirlo?” mormorò lei, gli occhi a terra. “Spero solo che ora sia in pace…” concluse, questa volta sinceramente.
Irene terminò di sigillare il cassettone e lasciò che il curatore della Cappella Sistina chiudesse a chiave il transetto non aperto ai visitatori della grande sala.
La ragazza pregò fra sé che nessuno scoperchiasse ancora l’antica cassettiera e, se ciò fosse mai successo, prima di dare uno sguardo al trittico che vi aveva nascosto, leggesse le pagine delle Cronache che giacevano con lui, insieme ad un avvertimento da lei stessa fatto incidere su un foglio di metallo per renderlo resistente al passare del tempo.
Infine guardò verso l’alto, in un gesto di speranza: se l’opera trascurabile di monaci senza nome era riuscita a tenere a bada quella tela maledetta per tanti secoli, ora sapeva che ben altro pennello, quello di Michelangelo, vegliava su di lui.
Dall’alto, il più maestoso Giudizio Universale mai raffigurato sembrava guardarla di rimando, rassicurante.
“Fai buona guardia!” mormorò fra sé, lasciando la Cappella.

 

4 Commenti

  • L’idea di un’opera d’arte capace di suscitare fenomeni particolari a mio giudizio non è particolarmente originale. La narrazione a volte incappa in qualche “ingenuità”, inoltre non capisco il finale…
    Anto.

  • Sebbene scritto molto bene concordo con chi mi ha preceduto.

  • In effetti l’idea poteva sortire uno svolgimento diverso e forse più appassionante, ma non è un brutto pezzo e soprattutto incuriosisce molto il finale

  • la srittura è scorrevole e incalzante, il racconto avvincente, mi ha incuriosito e mi è piaciuto

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