Se ti chiedono di descrivere l’esterno del carcere sai rispondere senza nemmeno affacciarti alla finestra, vero piccola? Conosci i muri spessi e sordi, le torrette alte e vigili, le recinzioni metalliche fredde – indifferenti al clima, al tempo e alla gente. Stamattina non piove per la prima volta da settimane. Il piazzale d’ingresso, qui fuori, è già asciutto e al centro esibisce come sempre l’unico faro, enorme e arrogante. A quest’ora il suo pilastro scuro si confonde con il nero del cielo e lo fa sembrare un silenzioso elicottero, sospeso in eterno a illuminare le strisce sull’asfalto che dividono chi entra e chi esce. Se ti avvicini abbastanza, puoi vedere le cicatrici di salsedine sul pilastro, sulle cancellate laterali e sul portone d’accesso. Il mare non è lontano e quelli sono gli unici segni che legano il carcere al mondo reale. Per il resto l’intero complesso si allarga per centinaia di metri come fosse un ufo, totalmente distaccato dal resto. Venisse uno tsunami! Il carcere se lo scrollerebbe come pioggia d’agosto e mentre la città affonda si ergerebbe ancora più sfrontato, con il suo occhio – il faro – indifferente e puntato sui morti affogati.
Perché al carcere non interessa. E’ la macchina più perfetta che esista. Uno dentro, uno fuori.
Avanti un altro.
Io, intanto, sono di nuovo qui, con un occhio alla tua finestra e l’altro al faro, nel caso decidesse per una volta di ammiccare, di darmi un segnale d’amicizia: “Ehi tu, avvicinati che ti facciamo entrare prima, oggi. Tanto ormai sei di casa!”. Invece quello se ne sta fisso e serio come sempre. A guardia della fortezza, giorno dopo giorno.
E’ facile parlar male del carcere quando non ce l’hai di fronte. Lamentarsi che è affollato, fatiscente, ingiusto. Invece qui fuori l’aria è diversa. Qui fuori la giustizia è inflessibile, lo dice il cancello chiuso che quando si apre lo fa lentamente e quando arriva a fine corsa lo capisci subito che quella è una posizione innaturale per lui – e infatti, dopo un attimo torna indietro. Qua fuori la giustizia è giusta: provate a urlare che non è vero all’occhio-faro, se ne avete il coraggio! Io l’ho fatto ma il silenzio che mi ha ributtato addosso mi ha convinto. L’autorità, qui fuori, si respira a polmoni pesanti: a ogni boccata è come se il cemento e il metallo si trasferisse nei tuoi alveoli, un granello alla volta. Sono boccate di amaro che però quando ci sei, qui nel piazzale, in fondo in fondo lo sai che te le sei meritate. Non c’è spazio per il dubbio qui fuori né all’interno – nel cuore del mostro. Che ha per unico occhio, sicuro e inflessibile, questo faro. Da sempre. Dal primo giorno.
Il primo giorno, già.
Il giorno della sentenza era un venerdì. Il giorno consacrato a noi due, in cui organizzavi tutto all’ultimo momento, con una telefonata: “A che ora stacchi? Incontriamoci in piazza In Lucina quando esco dall’università e poi andiamo al cinema”. Cinema. Pizza. Shopping. Quello che vuoi tu, piccola. Liberi da impegni.
Ma quel venerdì no: quello era il venerdì dei “dieci anni senza attenuanti” e dei “la seduta è tolta”. Ma quale seduta tolta, vostro onore? Invece la rimetta lì che ne parliamo meglio – tutta la notte, se necessario. Anzi, se mi concede qualche minuto le chiarisco tutto io. Subito. Non ha già letto nei miei occhi ogni spiegazione? Forse era disattenta, vostro onore? Era troppo presa ad ascoltare questo e quell’avvocato? Non mi dica che non sa che quelli stanno lì solo per guadagnarsi la pagnotta! Doveva guardare me, invece, perché in questa storia ci sto rimettendo una buona parte di me stesso. C’era stampato tutto, nel mio sguardo. C’era il sopra, il sotto e il dietro di tutta la questione. C’era il fuori e il dentro. Soprattutto. Non ci ha guardato abbastanza a lungo, forse, nei miei occhi? E non ha visto, poi, come mi alzavo e scavalcavo il banco e allungavo le mani per tenerla giù, seduta? “Ripensiamoci!” volevo urlare ma non devo esserci riuscito perché mi hanno subito preso da dietro. Non ha visto come lottavo mentre quattro, sei braccia in divisa blu mi bloccavano a terra? Avrà almeno sentito, vostro onore, le urla della mia piccola che con le lacrime agli occhi m’implorava di fermarmi? Almeno quelle?
Ma certo che non ha visto, vostro onore. Certo che non ha sentito. Perché nella realtà io non mi sono mosso, sono rimasto immobile. Gli occhi miei in quelli della mia piccola. Paralizzato. Precipitato. Mentre lei da dieci metri mi sussurrava la sua forza. Mentre io ero improvvisamente stanco, di una stanchezza di chi ama da mille anni. Che partiva da un giorno lontano, prima ancora che lei, la mia piccola, nascesse. Che arrivava fino a quel venerdì maledetto, in cui sono rimasto. Immobile.
Ricordo che, dopo, c’erano mille voci intorno a me. Tutte inutili. Così indesiderate e inutili che avevo sentito il bisogno di disinfestarmi da quei suoni distorti, rigidi, infami. E così quella sera e per tutte le sere, fino a oggi, ho preso il tuo iPod, l’ho acceso e ho ascoltato la tua musica.
Il tuo iPod, quello che mi avevi lasciato la mattina presto: “Tienilo tu, papà. Lo sai che la musica, qualsiasi musica, mi fa pensare a te ma io non voglio pensare a niente di niente, almeno per un po’. Poi si vedrà. Fanne quello che vuoi. Ascoltalo. Buttalo. Brucialo”.
La musica ti fa pensare a me, figlia mia?
Si è mai sentita una frase più perfetta di questa? E’ mai stato espresso un concetto più profondo? Una teoria scientifica più completa?
La musica è il nostro anello, piccola mia. Il cerchio che ci unisce da sempre e che all’inizio, nei tuoi primi mesi, era solo una filastrocca. Poi era diventata una canzone infantile. Poi, mentre crescevi, venne quella compilation di canzoni soft – come l’avevo intitolata? E sono arrivati i primi dischi seri e c’eri tu che mi dicevi “papà mi metti ancora la tua musica” e io che armeggiavo con i comandi dell’autoradio in mezzo al traffico impazzito. E poi il rock, l’indie, il pop.
La mia musica, la chiamavi da piccola. E dire che non ho mai preso in mano uno strumento.
Era la nostra musica, invece. Ed è il nostro anello.
Comunque. Quel venerdì sera, sdraiato sul materasso, ho messo le tue cuffiette e ho lasciato al caso la sequenza, come faccio spesso quando ho paura di pensare e preferisco che siano le storie di altri a guidarmi. Ma sono andato avanti così solo fino alla traccia 14. A quel punto la sequenza l’ho interrotta. Ricordo bene di aver continuato a sentire in loop solo quella traccia.
Quella canzone che diceva che “ogni volta che ti addormenti, mi avvicino un po’ di più a te”.
Poi mi sono alzato piano e ho guardato fuori dalla finestra e per la prima volta da quella mattina mi è sembrato di respirare. E mi è sembrato di non scivolare più via.
E ho pianto. E mi è tornata in mente una frase che avevo letto da qualche parte e che diceva che forse la musica è la chiave per i sentimenti dell’uomo e che capita che un vecchio pianga per una canzoncina di bambini. Che però non è il motivo vero delle sue lacrime, ma la chiave per giungere a quanto ha nel cuore. Era più o meno così, la frase.
E l’indomani sono venuto da te. E la sera, poi, ho ripreso ad ascoltare la sequenza dall’inizio.
E così, con la tua compilation in loop e la mia vita in pausa sono andato avanti, mettendo in fila i giorni con le tue cuffiette alle orecchie, proprio come fanno i maratoneti – pensavo – che mettono un piede dietro l’altro e accumulano lentamente metri.
Una maratona può durare dieci anni. Noi abbiamo un vantaggio, però: noi ci diamo il cambio, vero piccola? Perché certi giorni, durante l’ora d’aria, mentre passeggio nel giardino qui sotto – girando intorno a quell’albero sempre pieno di foglie – giurerei di stare dentro, invece, a strisciare intorno al muro alto, a guardare il disegno che fanno le righe in terra. Quelle che dividono chi entra e chi esce, chi è poliziotto e chi no. E quando tocca a me stare lì, guardo in alto il reticolo di fili al posto del tetto e penso che forse serve solo per non far entrare i piccioni – imbarazzante lasciar entrare chi ha le ali in un posto come questo: rovina l’immagine.
In quei momenti sei tu a passeggiare attorno all’albero in giardino, vero piccola? Non può essere che così.
Altre volte, poi, di notte resto sveglio nel mio letto a contare le macchie sul soffitto e sulla mia pelle. A pensare che se piangi non ti posso abbracciare. E a tutto il resto che ci viene negato. E giurerei che ci sei tu qui fuori, invece, a contare le solite macchie, mentre io sono su una brandina a guardare gli altri che nei loro odori e rumori dormono, parlano, leggono. E aspettano. Come noi, che aspettiamo e non ci incontriamo. Facciamo avanti e indietro in una staffetta senza sosta, nella nostra maratona lungo quel percorso circolare che ci lega e ci tiene a distanza. Lungo un anello fatto di musica, nato da una canzone che dice che ogni notte, “ogni volta che ti addormenti, mi avvicino un po’ di più a te”.
Ma i metri del maratoneta, i giorni da mettere in fila, certi giorni diventano troppi e durano più del normale. E fanno più male. E allora, come un drogato, ho smesso di toglierle, quelle cuffiette. Sono diventate la mia aria, il sole, il vento e la pioggia.
Il lavoro, le chiacchiere inutili, gli appuntamenti – tutto ciò che non sei tu – cominciavano a sbiadire, coperti dal velo setoso della nostra musica.
E senza rendermene conto ho messo in fila, in forma di canzoni, la lista di cose che faremo quando finalmente usciremo. Di nuovo insieme.
E in quella lista c’è scritto che passeggeremo sul lungomare. E scoppierà la pioggia e ci chiederemo chi la fermerà. E ci chiuderemo in un bar e tu mi parlerai e io non ascolterò e penserò che tu sei una forza della natura e io il tuo testimone. E sarà di luglio e il temporale passerà in fretta e allora saremo di nuovo fuori – tu appoggiata al mio braccio – e commenteremo i vestiti estivi delle ragazze e, dopo tanta attesa, penseremo che quel giorno è perfetto ma ci sussurreremo all’orecchio quanto sia buffo che anche in un giorno simile qualcuno al mondo possa soffrire come hai fatto tu fino al giorno prima. E io ti chiederò se ti va di fare una corsa in macchina sulla superstrada e prima di ascoltare la tua risposta ti immaginerò più grande, fra altri dieci anni, mentre balli al buio sulla spiaggia di Stockton, aspettando un passaggio per le strade secondarie dove ti aspetterà il tuo Valentino e tu gli darai tutto ciò che hai finché le vostre foto non si tingeranno di nero e lui disperato si chiederà, per sempre, perché non potevi essere tu la stella nel suo cielo mentre io, a vederti riflessa in quella vetrina, mi sentirò come un leone e in quello stesso riflesso fingerò di guardarmi attraverso lo schermo di una tv, come un altro Mr. Jones che vuole diventare una star per poter ballare davanti al mondo il nostro passo a due perché solo così, ballando con te, potrò sopportare gli sguardi che continuano a dire che i peccati dei genitori ricadono sempre sui figli.
Che dicono che Adamo ha cresciuto Caino.
Il fatto è che loro non vedono il nostro anello. E non sanno che una volta al giorno lui diventa un ponte che attraversa la città per unirci. Non lo sanno perché è un ponte stretto, sospeso su tutto, e ci passa una sola persona. E quando ci cammino non guardo indietro né in basso – e forse sparisce subito dopo il mio passaggio. E non sanno che i momenti che impiego per attraversarlo sono gli unici del giorno in cui respiro: il resto è solo fiato trattenuto mentre siamo insieme e svogliata espirazione quando sono solo.
Non sanno che sono un animale che ha imparato a trattenere il fiato e a non scivolare via.
E che ogni notte, “ogni volta che ti addormenti, si avvicina un po’ di più a te”.
E stamattina, oggi, sono di nuovo qui a guardare le cicatrici di salsedine sul pilastro dell’occhio-faro, senza il coraggio di alzare lo sguardo. E, come tutte le mattine, è così presto che il cielo è ancora nero. E come ogni mattina sbircio – più per abitudine che altro – nel caso arrivasse quel segnale di amicizia, quell’ammiccamento che mi invita ad avvicinarmi per entrare prima, che “tanto ormai sono di casa”. Ma oggi non importa, caro occhio-faro. Oggi me ne starò qui ad aspettare che il sole sorga dal mare, che si alzi lento dietro al complesso-ufo del carcere, scavalcando il muro di cinta e inondando il piazzale – è lui l’unico rivale in grado di accecare l’occhio-faro.
Oggi non importa, perché resterò fermo in mezzo al piazzale. Appoggerò una mano al pilastro e resterò a fissare il cancello che tra poco inizierà il suo lento viaggio di apertura e allora il bianco del sole, ancora basso, esploderà attraverso quell’apertura innaturale.
E io, con una mano sugli occhi, resterò lì, in attesa di vedere il tuo profilo disegnarsi nel bianco.
Perché quel ponte che ci ha uniti in questi anni oggi è diventato una strada, una piazza. Tutta la città.
Perché non stiamo più scivolando via.
Perché la distanza è colmata.
Perché stanotte, per l’ultima notte, “mentre dormivi, mi sono avvicinato un po’ di più a te”.






Un buon racconto, mi piace. Da rivedere le parti più tecniche, tipo il Tribunale e la sentenza (perché non è stata appellata?) e forse qualche passaggio non troppo chiari.
A dire il vero non l’ho capito; l’ho letto più volte ma il “valore” dell’arte (in questo caso la musica) non è stato evidenziato.
Forse è un po’ troppo farraginoso o, più probabilmente, non è alla mia portata.