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Colangelo Francesca Cianfrusaglie da quattro soldi



Per entrare dalla porta doveva prima fare forza, ma tanta, ché c’era tutto il peso della cronaca nera di ventisette anni a ostruirgli il passaggio. Gli articoli, li aveva ritagliati uno a uno e poi li aveva incollati su un raccoglitore, che poi erano diventati due, che poi erano diventati otto e adesso erano una pila intera, singola erculea colonna che si opponeva, ogni volta, al suo rientro.

In verità aveva smesso da tempo di accumulare trafiletti di giornale a quel modo, da quando avevano preso di peso Anna dalla sua eterna dimora a due piazze per spostarla, infinitamente più leggera, in un monolocale, in un monoloculo.
Quella mattina s’era portato appresso dal solito giro un manico di ombrello. Solo quello, e le stecche e la stoffa impermeabile s’erano perse chissà dove, o forse erano state rosicchiate dai topi. Era rimasto a lungo seduto sulla panchina di Piazza Vittorio a fissarlo per bene, a passarselo da una mano all’altra, quel manico di legno ricurvo e un po’ scorticato, finché, chiudendo gli occhi, non s’era sentito sicuro di averlo imparato per bene. Solo allora era tornato a casa, e subito aveva messo mano alla plastilina. Veloce nonostante l’artrite che ormai gli rosicchiava le nocche delle dita, aveva cominciato a modellare il disco.

“Hai capito, Auro’? A me l’epica m’ha stancato” disse, mezzo borbottando. Aurora lo fissò senza parlare. Poi rituffò il tappo nel barattolo dell’acqua saponata, e riprese a soffiare.
“‘Mmazza come t’è uscita grossa… allora questa non la scoppiamo, va bene?” e la bimba fece sì con la testa, a occhi chiusi, che si capisse che lei ci stava mettendo tutta la solennità che poteva.
Una volta gliel’aveva chiesto: “E perché non lo fai, un soldino con la bolla di sapone?”. Samuele ci aveva pensato su, a lungo, aveva fatto e disfatto con la plastilina tra le mani, aveva composto rilievi di biglie, pianeti, sfere da veggente. Ma non gli era venuta fuori nessuna bolla di sapone. Ed era un peccato, perché Aurora non gli chiedeva mai niente, veniva là quasi tutti i giorni e si sedeva sulla sediolina rossa con la paglia, faceva le bolle con lui, era l’unica che non torceva il naso quando entrava dentro casa sua. Anzi. Bisognava vedere come se la rideva beata, come un cagnolino, col moccio che le colava dal naso, quando sotto una piramide di pentole sgraffiate trovava una bambola senza un occhio. Oppure quella volta che si era messa in testa una vecchia paglietta, che nevicava polvere appena la toccavi: Aurora era tutta uno starnuto e una sinfonia di gorgheggi felici.
“Sai qual è il fatto, Auro’? E’ che il barbiere non s’accontenta più di fare il barbiere. Lui la notte sogna la signora con la pelliccia, la vuole portare in giro su una macchina veloce, che ha la carrozzeria tutta lucida. E invece i ricchi, loro la notte sognano la mignotta. Vorrebbero che le mignotte s’innamorassero di loro.”
Se Lia avesse saputo le parole che Samuele insegnava ad Aurora… ma non le sapeva. E Aurora non gliele diceva, tanto per lei le parole pesavano tutte allo stesso modo: se volavano per aria come le sue bolle di sapone, volavano via sempre tutte insieme.

Non c’è altro modo, credeva Samuele, per opporsi. Aveva passato anni a cesellare metalli, a modellare rilievi gloriosi che sarebbero finiti su una medaglia commemorativa, o meglio ancora su qualche moneta. A costo di perderci la vista, la pelle mangiata dai reagenti e dal gesso, ma la sua era un’arte da poco, diceva lui: le sue nottate al pantografo sarebbero finite tra le mani del barbiere come tra quelle del politico; e quando ci pensava la lima scorreva più veloce, scontornava meglio, le idee si facevano chiare e diventavano universali, cominciavano a scorrere per le strade come i rivoli di metallo che fondeva per poi ricomporli interi, in nuove forme.
Lia ci aveva provato, e non una volta sola, a fargli gettare via tutto il pattume che andava sedimentandosi tra le sedie con le zampe di leone e le tende pesanti. Ma Samuele da quell’orecchio non voleva sentirci.
“Guarda, guarda qua: che cosa vedi?”
“Vedo un bollilatte col manico rotto.”
“E no! No! Qua ti sbagli.Questo non è un bollilatte.”
“Ah no? E cos’è? Una pipa?”
“Ma come t’ho cresciuta, a te, eh? Che t’ho insegnato?”
“Papà, per favore…”
“Per favore un corno! Dammi cinquanta lire.”
“Ma mo che c’entrano le cinquanta lire, dico io.”
“Zitta e ascolta. Lo vedi questo qua? Guarda che muscoli, perfettamente scolpiti. Li puoi contare uno a uno. Ci puoi studiare l’anatomia umana, su questa cinquanta lire, cocca mia. Te lo ricordi, zio Pietro? Era bravo, lui, con l’anatomia.”
“Sì, ma non vedo il nesso…”
“Il nesso, dici. Embè, ma ti pare che un operaio si sveglia la mattina e si mette a lavorare all’incudine tutto nudo, bello come un dio greco?”
“Papà, è una moneta.”
“E lo so che è una moneta. Lo so. Me lo vieni a dire a me che alla Zecca ci ho lavorato quarant’anni, che è una moneta. Però è una bugia, comprì? Per quarant’anni m’hanno fatto raccontare bugie alla gente. Adesso però sono vecchio e posso dire la verità.”
“E la verità sarebbe tutta questa monnezza che ti raccogli dentro casa?”
“Sì. Ma pure le bolle di sapone che fa Aurora, sono la verità.”

Dopo il modello in plastilina, viene il calco in gesso. In negativo prima, e poi, quando si è asciugato, se ne fa un altro in positivo. A quel punto si può lavorare ai dettagli. Dopo bisogna passare tutto al pantografo, che di una pizza di gesso di diciotto centimetri ne fa una copia identica, ma piccola. Le dimensioni di una moneta.
Testa: il sellino di una bicicletta. Croce: il bollilatte col manico rotto.
E’ così che devono andare le cose. E guai a chi dice che la testa di un re è più difficile da modellare di un sellino: per fare la testa di un re, lo sanno tutti che basta tirare indietro la rima delle labbra, così diventa più dura, più tesa, e il re è fatto.

Nel tragitto in ascensore, la portinaia spiava apprensiva il volto di Lia. La pelle era liscia, non una ruga, neanche il minimo segno di tensione muscolare. D’altronde, una con un nome così corto era logico che non si perdesse in smancerie.
“Ah Madonna Santa… io gliel’avevo detto che sentivo degli scricchiolii.”
“Lo so, Adelaide, lo so.”
“E poi quella puzza, Signore mio, come faceva a stare con quella puzza sempre nel naso? E anche lei, scusi eh, quando andava a trovarlo…”
“Quando andavo a trovarlo ne parlavamo. Qualche volta.”
“E non poteva far sgomberare tutto?”
“Adelaide: mio padre era malato.”
“Certo, certo, per carità, mica volevo fargliene una colpa a lei. E’ che quel vecchietto lì non si sapeva mai come prenderlo.”
“Mia mamma ci riusciva benissimo. E pure Aurora. Io no. Lo sa perché? Perché io avevo paura di dargli ragione. Ecco: avevo paura di dare ragione a un malato di mente”
“Non dica così, però. Suo padre era una persona sensibile, delicatissima. Era un artista”
“L’arte è bellezza, Adelaide. E se l’arte è bellezza, me lo dica lei: com’è che mio padre che era un artista è morto sepolto dai cumuli d’immondizia che s’era raccolto in casa? Immondizia, capisce? Le cose che io, che lei, che la gente normale come noi butta via. Me la spieghi lei, questa faccenda.”
“Va bene. Va bene così, Lia. Può piangere, sa? Non mi scandalizzo mica. Non è stata colpa sua. Lei non poteva farci proprio niente. Non s’incolpi di niente.”
Lia aprì la porta: erano arrivate al piano.

La mamma le ha fatto mettere il vestito nero, e Aurora cammina veloce come può, tenendole la mano. Nell’altra mano, stringe forte uno di quei soldini strani che le regalava il nonno. Tutti quegli sconosciuti in giacca e cravatta mormorano tra loro, “Un grande incisore”, “Un Maestro”, “Meticoloso come pochi”. Aurora ascolta, ma non capisce: stavolta le parole, invece di fare come le bolle di sapone, vanno a fondo, e come sempre ci vanno tutte insieme.

 

3 Commenti

  • Notevole, originale, ben strutturato.

  • Un altro tra i migliori. Terribilmente realistico. Ottimo.

  • Solo l’idea del conio Sellino di bicicletta\Bollilatte dal manico rotto, dimostra che l’autrice ha nelle mani la zecca delle piccole cose meravigliose; ma è tutto il racconto a certificare che la Zecca dell’autrice è originale – tristemente vera e originale.
    Si cerchino altrove i falsari, qui c’è una scrittrice vera.

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